Sogni di pietra, uno scrittore azero per la pace con gli armeni

di Margherita Cittadino

Privato del titolo di “Autore del popolo” e della pensione, sottoposto a minacce e ritorsioni, dichiarato “apostata”, violentemente attaccato ed insultato in pubbliche manifestazioni che sfociarono persino nel rogo dei suoi testi: a tutto ciò fu (ed è) soggetto lo scrittore azerì  Akram Aylisli dal 2013 anno di pubblicazione del suo romanzo Sogni di Pietra (Guerini e associati, Milano, 2015, 131 pagine).

Una testimonianza dolorosa ed importante di un confronto, ma molto più spesso scontro, tra due popoli, armeno e azero in secolare e complessa convivenza. Aylisli propone una lettura che solo all’apparenza suona “filo-armena” nel trattare cruciali momenti del rapporto fra le due genti caucasiche, trascendendo schieramenti e pertanto forme di ottuso nazionalismo per invitare alla messa in discussione delle presunte ragioni di entrambe le parti. Il fine ultimo, così dichiarato dall’autore, è fare appello alla fratellanza fra le due nazioni in conflitto, provando a riconoscere il torto proprio, ancor prima che dell’altro e rivelando verità complicate da accettare.

Il racconto dell’autore si dipana su piani temporali differenti muovendo dall’anno della narrazione, ovvero il 1989, e procedendo a ritroso nella riscoperta onirica dei ricordi legati all’infanzia del protagonista Sadaj Saydigly. Il luogo “presente”, di partenza, per così dire, è lo stato di degenza comatosa di Sadaj, in seguito ad un violento attacco da parte di un gruppo di fanatici azeri quando questi tentò di soccorrere un vecchio armeno anch’esso brutalmente ferito.

Ed è proprio in relazione a tale “presente” che il protagonista non viene più a riconoscersi nella quotidianità della tragedia (inter)nazionale generatasi nella critica realtà post-sovietica. Egli si percepisce moralmente estraneo ai coevi meccanismi di violenza verso l’altro, alla corruzione dilagante fra la classe dirigente che “castra l’anima del popolo”, costringendolo al servilismo e ad un’obbedienza pedissequa, dissociandosi al tempo stesso anche dalla massa compatriota, bestie feroci che solamente in “branco” si sono guadagnate il diritto alla parola e all’atto. A questo primo luogo/tempo si interseca una dimensione di sogno/ricordo in cui egli peregrina in ricerca di un’armonia e dove un nodo di paesaggi, figure, e parole del passato si viene a districare.

La città di Ajlis, nella regione politicamente azera del Nakhichevan, dov’egli trascorse la sua infanzia, è il luogo mistico del suo approdo. La piccola cittadina testimonia la condivisione di esperienze storiche, psicologiche e quotidiane della sua gente composita nel vivace affresco di un idillio, sempre tuttavia effimero e rivelante i non troppo antichi fantasmi della tragedia del Genocidio. Ajlis, con le sue maestose chiese in pietra, permeata di luce, è manifestazione nobile della ricchezza di una Cultura Unica, originata dal lavoro, dall’intelligenza e dalla fede in un Dio, poco importa quale.

L’attenzione empatica nei riguardi del popolo armeno da parte di Aylisli, l’esplicita ammirazione della sua stoica resistenza dinnanzi ai molteplici drammi del loro travagliato passato storico, sottolineando la piena responsabilità dei suoi connazionali in eventi di efferata brutalità verso il Vicino Cristiano: tutti elementi che  hanno portato ad instaurare un’associazione di Aylisli con la presa di posizione ed  il destino di Orhan Pamuk, il quale riconobbe il coinvolgimento del governo dei Giovani Turchi – fino ad allora negato – nel Genocidio: colui che propende ad “esser schiavo di una parola onesta, piuttosto che signore della menzogna” , perde il proprio Paese.

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Foto: Alex Webb, Azerbaijan 2001/ Magnum Photos

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