TURCICA: La Turchia repubblicana nel ‘900

Nell’età di Atatürk, il regime kemalista agì con fermezza e determinazione per imporre la grande riforma del sistema e della società post-ottomana avviata con la proclamazione della repubblica. All’occorrenza seppe però dimostrarsi anche moderato e rispettoso per le tradizioni del paese. Il grande prestigio di cui Atatürk godeva presso tutta la nazione garantì che la popolazione supportasse – o almeno tollerasse – anche le misure più radicali e rivoluzionarie. In politica estera la Turchia repubblicana evitò di mostrare qualsiasi aspirazione irredentista o panturca, si espresse sempre a favore del mantenimento dello status quo in Europa, e si astenne saggiamente dal prendere posizione nelle diatribe tra le grandi potenze. Tale impostazione avrebbe guidato l’orientamento della Turchia fino agli anni ’50.

Atatürk morì nel 1938. İsmet İnönü, che gli era succeduto al potere con modalità non troppo limpide, accentuò i caratteri radicali e anticlericali del regime nazionalista e progressista, ostentando una certa mancanza di sensibilità verso le fasce più conservatrici della società turca. Si accentuò anche la tendenza verso il dirigismo economico che si concretizzò in un pesante controllo dello stato sull’economia. Questi atteggiamenti alienarono ad İnönü la simpatia di gran parte della popolazione. I settori più religiosi e conservatori coltivarono nei suoi confronti un astio profondo, e ancora oggi İsmet İnönü è una figura piuttosto impopolare in Turchia. Lo storico deve però riconoscergli alcuni grandi meriti nella storia turca. Innanzitutto fu capace di mantenere il paese fuori dalla seconda guerra mondiale, riuscendo con grande abilità diplomatica a non esporsi e tenersi neutrale fino agli ultimi mesi di guerra, quando entrò formalmente – e solo formalmente – in guerra contro la Germania. Nel 1946 accettò, sotto pressioni alleate, di gestire pacificamente la transizione dal regime a partito unico a una democrazia multipartitica. Tra gli anni ’40 e ’50 la Turchia ruppe con la tradizione di neutralità dei primi due decenni e si schierò con l’Occidente contro il blocco comunista, diventando con il tempo uno dei pilastri dell’Alleanza atlantica.

La fine della dittatura monopartitica del CHP – il Partito repubblicano del popolo (Cumhuriyet Halk Partisi) fondato da Atatürk ed ereditato da İnönü – determinò nel 1950 il trionfo elettorale del neo-costituito Partito democratico (Demokrat Parti) di Adnan Menderes. Inizialmente c’erano poche reali differenze programmatiche tra i due partiti, ma con il tempo il DP assunse una posizione liberal-conservatrice, appoggiandosi a tutte quelle categorie sociali che erano scontente del radicalismo progressista e del dirigismo economico del periodo precedente.

Il nuovo governo assicurò per un certo periodo una sostenuta crescita economica favorita dalle riforme liberiste, e anche una certa apertura democratica. Quando i risultati economici mostrarono i loro limiti e il sostegno delle masse cominciò a vacillare, Menderes cercò di rendersi popolare cavalcando un’ondata di nazionalismo sciovinista che culminò con il pogrom dei greci di Istanbul nel settembre del 1955. Anche in politica interna nella seconda metà degli anni ’50 il DP impose una nuova svolta autoritaria, nella convinzione che il partito di governo avesse diritto a realizzare la “volontà nazionale” (millî irade), senza intromissioni da parte degli organi non eletti e delle opposizioni.

Il 27 maggio 1960, il governo del DP fu rovesciato da un colpo di stato militare. L’esercito – preoccupato che il DP stesse portando il paese verso una dittatura plebiscitaria – metteva così fine all’esperimento conservatore e liberista degli anni ’50, allo scopo di restaurare l’ideologia kemalista, pur senza rinunciare al pluripartitismo. Adnan Menderes fu condannato a morte e il suo partito sciolto. Il sistema politico turco nato dal golpe del 1960 si rivelò però instabile e disfunzionale, e a nulla servì un secondo intervento militare nel 1971.

Anticipato da un decennio molto difficile per la Turchia, tra stagnazione economica, instabilità politica, e soprattutto una guerra civile strisciante tra gruppi di destra e di sinistra, il nuovo colpo di stato del 12 settembre 1980 ha rappresentato uno dei momenti più drammatici della storia turca contemporanea. Il colpo di stato inaugurò infatti una dittatura militare – piuttosto sanguinosa – durata circa tre anni, fino alla promulgazione di una nuova costituzione e la restaurazione di una sorta di democrazia. Benché ufficialmente i militari dichiarassero di voler colpire indistintamente tutti coloro che costituivano un pericolo per l’unità e la stabilità del paese, le vittime principali del colpo di stato furono gli attivisti e gli intellettuali di sinistra, contro i quali si scatenò una vera e propria caccia alle streghe.

Per contrastare le ideologie comuniste e socialiste, l’esercito stesso si fece portatore di una nuova ideologia di stato, denominata “sintesi turco-islamica” (Türk-İslam sentezi), che era stata elaborata in ambienti borghesi e conservatori negli anni ’70. Mischiando la classica retorica occidentalista e patriottica con i valori religiosi dell’Islam, i militari imposero al paese una svolta conservatrice gravida di conseguenze per la storia della Turchia.

Per primo il generale Kenan Evren, capo dei golpisti e presidente della repubblica fino all’89, sostenne con forza l’adozione della sintesi turco-islamica come ideologia di stato. In questo senso agirono anche i governi dell’ANAP (Anayurt Partisi, Partito della madrepatria), il partito egemone per tutti gli anni ’80. Il leader dell’ANAP, l’economista liberista Turgut Özal, univa il sostegno ai principi della sintesi turco-islamica con la fiducia nel progresso (soprattutto tecnologico) e l’ammirazione per l’Occidente. Gli anni ’80, malgrado l’atmosfera politica oppressiva della semi-democrazia sotto tutela militare, videro una certa crescita economica e un’indubbia modernizzazione del paese. Il successo del modello liberal-conservatore dimostrò ancora una volta di non avere basi particolarmente solide, ed entrò in crisi nel decennio seguente, che rappresentò un nuovo periodo di instabilità politica e difficoltà economiche.

L’emergere dell’islamismo politico a partire dalla metà degli anni ’90 è stato percepito come un ulteriore punto di svolta nella storia turca. Il primo governo di colazione a guida islamista (1996), guidato dal leader del Refah Partisi (Partito del benessere) Necmettin Erbakan, fu abbattuto con un colpo di stato incruento nel 1997. I militari, allarmati dalla crescita dei movimenti islamisti, cambiarono atteggiamento e presero in parte le distanze dalla sintesi turco-islamica per presentarsi come difensori della laicità del paese.  Essi non poterono però nulla quando l’ala riformista del Refah, abbandonate le intenzioni islamiste e sostanzialmente inseritasi nel solco delle tradizioni conservatrici del DP e della sintesi turco-islamica, si presentò alle elezioni politiche del 2002 con il nome di Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito della giustizia e dello sviluppo, AKP). L’AKP – guidato dall’ex sindaco di Istanbul Recep Tayyip Erdoğanstravinse le elezioni, aprendo nel bene o nel male una nuova fase nella storia del paese.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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