Il debito del premio Nobel Boris Pasternak verso l’Italia

Al mondo Boris Pasternak è passato come il grande autore de “Il dottor Živago” il cui destino travagliato sotto il controllo soffocante degli organi del partito è culminato con la nota rinuncia al premio Nobel nel 1958 (lo ritirò il figlio Evgenij solo nel 1989). In realtà Pasternak romanziere non è mai stato, e nemmeno quest’opera ad una lettura più attenta può essere scambiata per autentico “romanzo”.

Lo scrittore nasce e vive, infatti, prima di tutto come poeta, ed ogni cosa viene da lui riletta sotto il prisma del lirismo più autentico. Cosa rimane infatti impresso nella memoria dalla lettura de “Il dottor Živago” se non le splendide descrizioni della maestosa natura russa o l’immagine di Lara come stichija, parola russa che indica le forze della natura nella loro manifestazione più prorompente, devastante, ma al tempo stesso più affascinante, sublime? La vicenda di Živago che attraversa l’immensa Russia e ritrova Lara ha ben poco del verosimile; gli incastri, le relazioni causa-effetto Pasternak le stravolge e crea un testo, per alcuni aspetti se vogliamo sperimentale, che funziona più come canovaccio per l’inserimento delle proprie riflessioni, meditazioni, osservazioni di una vita. Anche per questo non sono state poche le critiche anche influenti di letterati ed altri scrittori, come Nabokov, che lo tacciava di “banalità, melodrammaticità, mediocrità ed inverosimiglianza”.

Il “romanzo” viene scritto principalmente nell’immediato secondo dopoguerra ed ultimato nel 1955 durante l’“esilio costituzionale” a Peredel’niko, il villaggio di dače presso Pietroburgo creato appositamente per gli scrittori scomodi, ma troppo famosi per essere internati in qualche gulag. Pasternak vi si trova per aver difeso apertamente la Achmatova dopo la famosa condanna alla poetessa ed allo scrittore Žoščenko del 1946.

Nel 1956 Pasternak invia il manoscritto appena ultimato alle riviste Novyj mir, Znamja ed all’almanacco Literaturnaja Moskva. La risposta secca delle redazioni è che della pubblicazione di un tale testo per nulla corrispondente ai canoni del “realismo socialista” non se ne può nemmeno parlare. Nel frattempo, tuttavia, nell’estate di quell’anno Pasternak riceve la visita di un funzionario del partito che accompagna il giornalista italiano Sergio D’Angelo a vedere il “lusso” in cui il regime sovietico permette di vivere ai suoi illustri scrittori.

Durante l’incontro all’italiano è mostrato il manoscritto de “Il dottor Živago”, che questi riesce fortunatamente a portarsi via. Forse nel “furto” vi fu la stessa connivenza del funzionario sovietico pronto a denunciare al partito che Pasternak aveva legami con l’Occidente e cercava di pubblicare i suoi testi all’estero. Sergio D’Angelo, rientrato in Italia, consegna il manoscritto alla Feltrinelli, che nel novembre 1957 lo fa uscire in traduzione italiana, nonostante le pressioni da parte del Cremlino ed anche del PCI. L’anno dopo esce un’edizione non ufficiale, non autorizzata dalla casa editrice italiana, in russo nei Paesi Bassi; nel gennaio 1959 esce a Milano la prima edizione ufficiale russa del romanzo, fedele al manoscritto di Pasternak. Escono rapidamente le traduzioni nei principali paesi.

Nel 1958 all’Esposizione Universale di Bruxelles le copie dell’opera vengono addirittura distribuite gratuitamente. Il libro viene usato dal blocco anti-sovietico come propaganda negativa verso il Cremlino. Culmine è l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Pasternak nel 1958. Il Cremlino, all’epoca nella persona di Chruščëv, obbliga lo scrittore a rinunciare al premio, poiché ritiene la sua opera del tutto anti-sovietica.

Dire che i russi nel frattempo non avessero la possibilità di leggere “Il dottor Živago” in patria non sarebbe, in ogni caso, corretto. Il sistema clandestino di pubblicazione, il samizdat, che faceva circolare i testi ricopiati negli scantinati su macchine da scrivere, pur con errori e tagli inevitabili, aveva dimensioni vastissime, simili all’editoria ufficiale. Parallelamente si diffondevano segretamente le copie dell’opera stampate all’estero, secondo il sistema del tamizdat. Tuttavia, la prima volta che “Il dottor Živago” vede ufficialmente la stampa in terra sovietica è nel 1988 sulle pagine di quel Novyj mir che nel 1956 aveva rigettato il manoscritto dello scrittore. Nel frattempo Boris Pasternak nel 1960 muore per un cancro ai polmoni che gli avevano diagnosticato solo l’anno prima. Gli ultimi anni, nonostante il grandioso successo all’estero, sono duri, passati in solitudine e povertà a Peredel’kino, sotto minacce ed accuse continue da parte del partito e degli altri scrittori sovietici (venne anche espulso dall’Unione degli Scrittori); nessuno a difenderlo come aveva fatto lui per la Achmatova. Venne riabilitato in URSS solo nel 1987.

Chi è Martina Napolitano

Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, per EaST Journal scrive principalmente di Russia e cura la rubrica Linguae.

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