CALCIO: Siria, dalla guerra civile alla Coppa del Mondo?

Nonostante la sconfitta per 5-0 contro il Giappone nella partita disputata lo scorso 29 marzo a Saitama, a pochi chilometri da Tokyo, la nazionale di calcio siriana ha ottenuto – quale seconda classificata nel proprio girone – il passaggio al turno successivo delle qualificazioni ai Mondiali che si svolgeranno in Russia nel 2018. La prima partecipazione della Siria – oggi al 123° gradino del ranking FIFA – alla Coppa del Mondo di calcio è ancora lontana: per ottenere la qualificazione senza ricorrere agli spareggi tra le terze classificate dovrà piazzarsi almeno seconda in uno dei due gironi finali del gruppo asiatico, ancora da sorteggiare, di sei squadre ciascuno.

Uno scenario frammentato e complesso

Tuttavia, il semplice fatto che la nazionale siriana possa ancora raggiungere un simile traguardo costituisce un’impresa per il calcio in Siria. Non tanto sotto il profilo sportivo, considerato il modesto valore tecnico delle avversarie del girone classificatesi dal terzo al quinto posto (Singapore, Afghanistan, Cambogia); ma perché le aquile di Qasioun (dal nome del monte che domina su Damasco) hanno calcato i campi di calcio, e spesso vinto, durante una guerra civile che nel marzo 2016 ha oltrepassato il suo quinto anniversario.

Il conflitto siriano è tanto atroce e cruento (i morti sono ad oggi più di 350.000) quanto complesso e frammentato: in un paese a maggioranza sunnita, al regime del presidente Bashar al-Assad – appartenente alla corrente sciita minoritaria degli alawiti – si è contrapposto un groviglio di forze ribelli, in parte considerate più “moderate” e sostenute, tra gli altri – anche se in forme diverse – da USA, Turchia, Qatar e Arabia Saudita, in parte riconducibili al composito universo del fondamentalismo islamico, dal fronte qaedista di Jabhat al-Nusra a quello dell’ISIS. La situazione è ulteriormente complicata dal conflitto in corso tra queste due ultime fazioni, oltre che dalla presenza dei curdi nel nord del paese. L’unico elemento certo è che, anche con l’appoggio della Russia, negli ultimi mesi l’esercito governativo di Bashar al-Assad abbia riguadagnato terreno e posizioni, fino alla recente riconquista dell’antica città di Palmira.

I successi della nazionale, strumento di legittimazione

In questo quadro, la nazionale di calcio siriana ha dovuto disputare tutti gli ultimi incontri casalinghi in Oman, davanti a pochissimi spettatori. Tale ospitalità si spiega con il ruolo di mediatore assunto nel magma politico mediorientale dall’Oman, paese a maggioranza ibadita (terza e minoritaria corrente islamica, oltre a quelle sunnita e sciita) che, con la “benedizione” russa, ha stipulato nel 2015 accordi di collaborazione con la Siria. Pur in un paese devastato dalla guerra civile, la nazionale di calcio “ufficiale” (esistono infatti alcune nazionali “ribelli” che operano all’esterno del paese, senza essere riconosciute ufficialmente dalla FIFA) è divenuta un importante strumento di legittimazione per Assad, rappresentando nell’immaginario collettivo la fedeltà al paese e alla bandiera.

Anche alcuni giocatori, pur senza prendere apertamente posizione sulla contesa bellica, hanno affermato che, quando vestono la maglia della nazionale, giocano per una sola squadra, un solo paese e un solo popolo. Con ogni probabilità il paese cui implicitamente si riferiscono è la Siria di Assad. Tra questi vale la pena di citare il centrocampista goleador al-Hussain, tra i più dotati tecnicamente della squadra, insieme all’attaccante Khribin e al portiere Mosab Balhous, che venne arrestato nel 2011 per presunte complicità con le forze rivoluzionarie e poi riabilitato.

Campionato e normalità

La sopravvivenza del calcio in Siria non è rimasta circoscritta alla nazionale: anche il campionato interno di club, sorprendentemente tuttora in corso, è veicolo di normalità (o di propaganda, per i fautori della rivoluzione). Il torneo è suddiviso in due gironi; le partite si disputano prevalentemente a Damasco e nella zona di Latakia, prospiciente il Mediterraneo e controllata dalle forze governative. In testa al girone A si trova l’al-Jaish di Damasco (la squadra dell’esercito, vincitrice dell’ultimo titolo), davanti all’al-Karamah di Homs, che nel 2006 raggiunse la finale della Coppa Campioni asiatica contro i sudcoreani dello Jeonbuk Motors. Il girone B è guidato a pari punti dall’al-Ittihad di Aleppo e dall’al-Wadah di Damasco, seguiti dall’al-Shorta, la squadra della polizia, anch’essa di Damasco.

Al-Ittihad e l’esilio da Aleppo

Non può non destare stupore che al comando di uno dei due gironi del campionato siriano vi sia una squadra di Aleppo, quella che prima dell’inizio della guerra civile era la più popolosa città del paese e ora è definita dal quotidiano francese Le Mondela Guernica del XXI secolo”. L’al-Ittihad – la cui beffarda traduzione è “l’unione” – disputa le proprie partite interne ormai girovagando per gli stadi del paese, entro i confini delle aree sotto il controllo delle milizie governative. Lo stadio internazionale di Aleppo è infatti diventato, durante la guerra civile in corso, una base militare delle forze armate di Assad. Fu inaugurato nell’aprile 2007, dopo quasi trent’anni dall’inizio dei lavori di costruzione, in una giornata che ebbe una valenza più politica che sportiva.

Davanti a 75.000 spettatori si giocò un’amichevole tra l’al-Ittihad di Aleppo e la squadra turca del Fenerbahçe, terminata in un pareggio di comodo 2-2 impreziosito dalla prima spettacolare rete della squadra siriana con un fulmineo tiro da quaranta metri del misconosciuto Abdul Fattah al-Agha. Il Fenerbahçe fu trionfalmente accolto ad Aleppo, tant’è che la partita iniziò con alcune ore di ritardo, e terminò a tarda notte, proprio a causa dell’entusiastica partecipazione all’evento da parte dei sostenitori locali, molti dei quali di origini turche. In tribuna autorità sedevano, fianco a fianco, Bashar al-Assad e l’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, tifoso del Fenerbahçe che si “pentirà” della propria fede calcistica dopo le rivolte di Gezi Parkı, promosse anche dagli ultras del Fener.

Quella sera del 2007 Assad ed Erdoğan, accompagnati dalle rispettive consorti, applaudivano cavallerescamente i gol della squadra avversaria, a suggello di un periodo di distensione tra Siria e Turchia conseguente alla cessazione – già recepita negli accordi di Adana del 1998 – dell’appoggio siriano al PKK curdo. Fu l’apice del quasi-idillio o, per i più disillusi, della realpolitik; solo pochi anni dopo, al divampare delle proteste in Siria contro il governo, le posizioni dei due stati avrebbero ripreso ad allontanarsi in una progressiva spirale di tensione politica giunta sino alla conflittualità odierna. Nel frattempo lo stadio di Aleppo, sorto anche per celebrare la grandeur del regime siriano, è diventato luogo di guerra e di morte; eppure anni di devastazione non hanno del tutto scalfito il sogno sportivo di un paese, se ancora oggi le “aquile rosse” di Damasco coltivano la speranza della prima partecipazione ai Mondiali.

Alla narrazione della nazionale ufficiale e del campionato interno deve però aggiungersene un’altra, per cogliere nel completo l’essenza attuale del calcio in Siria. Esiste infatti anche una seconda Siria calcistica, in esilio dai propri confini. È quella delle cosiddette “nazionali della Siria libera”, rappresentative dell’opposizione anti-governativa. Ed è una storia che merita a sua volta di essere raccontata.

Foto: Facebook

Chi è Paolo Reineri

Nato nel 1983, torinese. E’ avvocato dal 2009. Appassionato di sport con particolare interesse per i suoi risvolti sociali, ha affiancato alla propria attività professionale l’approfondimento delle tematiche e delle vicende, sportive e non solo, dell’area est-europea, collaborando anche con l’emittente Radio Flash e con la rivista Fan’s Magazine.

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