Uno spettro si aggira nei Balcani. “Welcome to the Desert of Post-Socialism”

9781781686201-7746cf3d04d3797fd28e4b746487f924Welcome to the Desert of Post-Socialism. Radical Politics after Yugoslavia   
A cura di Srecko Horvat e Igor Stiks
Verso, London-New York 2015

 

Spinta dalle peculiarità fin troppo complesse della sua storia e della sua geografia, la Jugoslavia socialista dovette inventarsi una terza via tra l’occidente capitalistico e la (contestata) esperienza sovietica. Il tentativo produsse risultati interessanti: sul piano interno si elaborò un socialismo autogestionario che si richiamava alla marxiana “libera associazione dei produttori”. Sul piano esterno si propose un terzomondismo “altro” rispetto al bipolarismo netto della guerra fredda. E perfino sul piano teoretico l’esperienza di Praxis, pur breve, volle far volare alto il pensiero marxista jugoslavo in direzione di un inesplorato umanesimo socialista.

Sappiamo come andarono poi le cose. Sappiamo anche che con la Jugoslavia scomparve non solo il marxismo con le sue originali declinazioni, ma scomparve anche ogni riferimento credibile ad una qualsivoglia sinistra politica. Anzi, questo quarto di secolo che ci separa dalla scomparsa violenta della Jugoslavia ha presentato un menù fatto di estremismi nazionalisti, governi di centro-destra se non di destra vera e propria, supine adesioni alle volontà della Nato e degli Stati Uniti (si veda la base Bondsteel in Kosovo, in grado di ospitare 7 mila soldati), politiche economiche platealmente neoliberiste.

Il libro, scritto a più mani e coordinato da due intellettuali di sinistra come il croato Horvat ed il bosniaco Stiks, si pone due obiettivi, peraltro già espressi nella titolazione. Fare il punto su 25 anni di transizione post-socialista, transizione che ha appunto desertificato la società e l’economia dei paesi ex-jugoslavi. Ma anche cogliere i nuovi soggetti sociali che, ribellandosi allo status quo deludente, attivano “visioni di sinistra”.

Il libro è diviso in quattro parti, ognuna composta da tre capitoli. Nella prima si analizzano l’autogestione ed il suo fallimento, la transizione capitalista ed i suoi effetti sui lavoratori e sui sindacati. Non dimenticando di ricordare che gli elementi della crisi erano già presenti fin dagli anni settanta,  quando il cosiddetto socialismo di mercato iniziava a virare semplicemente verso un mercato gestito dalle singole repubbliche e dalle loro affaristiche burocrazie (la “borghesia rossa”).

Nella seconda e nella terza parte si va direttamente alla restaurazione capitalistica che connota gli anni novanta e di come le élite nazionaliste risultano le vere vincitrici della transizione avendo saputo trasformare abilmente i conflitti di classe in conflitti etnici. Per cui guerre e transizione appaiono le inseparabili parti dello stesso processo storico, mentre ideali e realtà corrono assai lontani:

“The socio-economic processes of the last quarter of a century are today ideologically photoshopped and proclaimed to be the entry into an age of parliamentary democracy, transition, independence, and integration into the EU and NATO, but their real ramifications are quite different: widespread fascist tendencies in society, war, growing unemployment, the eradication of workers’ rights, privatizations (a synonym for plunder), commercialization of the health and education sectors, flourishing inequality, deindustrialization and desecularisation” (p. 145).

Secondo gli autori due sono state le strade per reagire a tale stato di cose. La prima è la nostalgia, anzi la jugonostalgija ed in particolare la cosiddetta “Titostalgia”, fatta di visite alla casa natale del Maresciallo a Kumrovec e alla Casa dei fiori a Belgrado e di un fiorente mercato di souvenir. C’è poi una reazione che non si limita all’utopia della memoria ma che produce scioperi operai, proteste studentesche e movimenti di cittadini: nuovi soggetti politici, titola la quarta parte, che fanno pensare (sperare) ad una “Primavera dei Balcani”.

La crisi del 2008, aggravando l’infinita transizione, ha spinto le lotte operaie contro la deindustrializzazione, la riduzione dei diritti sindacali e le (spesso torbide) privatizzazioni. D’altronde in Croazia la produzione industriale nel 2007 era pari al 90% di quella del 1990 ed in Serbia si scendeva al 51%. Non a caso nel 2009 l’ondata di scioperi in Serbia – talvolta duri e violenti – coinvolge 30 mila lavoratori di circa 40-45 fabbriche. E non a caso nello stesso anno, a Zagabria, monta la protesta studentesca che porta all’occupazione della facoltà di filosofia:

“With their demand for ‘free education’ and a critique of neoliberalism and privatization, the students were attacking the political mainstream. Even the process of EU accession was being discussed critically. For the first time in more than twenty years, the pillars of neoliberalism and capitalism were openly challenged and put into question. As a result, the student protest, practices and perspectives have opened up spaces far beyond the field of higher education” (pp. 213-214).

Infine in Bosnia-Erzegovina – ed in particolare nella “rossa” Tuzla – parte l’esperienza  nel 2014 dei plenum dei cittadini contro la corruzione, le privatizzazioni, la disoccupazione, la casta dei politici imbelli.

Insomma, suggeriscono gli autori, uno spettro si aggira per i Balcani, per dirla ancora con Marx. Dimostrando due cose. Che una voglia di politica radicalmente di sinistra sembra ritornare in spazi – quelli ex-jugoslavi – che sembravano piattamente (e talvolta servilmente) inseriti in logiche meramente conservatrici e liberiste. Se non anticomuniste tout court. E che la storia per i Balcani – anche quella della sinistra – non è miseramente finita con i noti disastri degli anni novanta.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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