TURCHIA: Erdogan missione Iraq

di Giuseppe Mancini

da Istanbul Avrupa

Baghdad, Najaf, Arbil. Il viaggio di Erdogan in Iraq ha segnato un nuovo e storico momento di lucida intraprendenza nell’avanzata geopolitica di Ankara. Accompagnato dal ministro degli esteri Davutoglu, dal ministro dell’energia Yildiz e dal ministro del commercio estero Caglayan – oltre che da giornalisti e uomini d’affari in cerca di contratti – il premier turco ha cominciato a raccogliere i frutti di un progetto lanciato nell’ottobre del 2009: quando a Baghdad prese l’avvio l’Alto consiglio di cooperazione strategica tra i due paesi, che tiene periodicamente riunioni ministeriali congiunte, e vennero firmati 48 accordi politici e commerciali – dall’energia all’acqua, dal commercio alle infrastrutture – con l’obiettivo di trasformare il bacino tra il Tigri e l’Eufrate in un’area condivisa di stabilità e di sviluppo economico.

I risultati: un interscambio di 7,4 miliardi di dollari nel 2010, di 12 miliardi previsti nel 2011 – in larga parte esportazioni di energia verso la Turchia (che aspira a diventare paese di transito verso l’Europa del gas e del petrolio iracheni), di investimenti e in misura minore di merci verso l’Iraq. Ma Erdogan è proiettato al futuro: e ha proposto di sostituire i dollari con le monete locali come già avviene con l’Iran e la Russia, di abolire i visti d’ingresso tra i due paesi come già fatto con Siria, Libano e Giordania. L’invasione americana ha disintegrato l’Iraq, la Turchia vuole contribuire a rimetterlo insieme, a ricostruirlo – non solo politicamente.

Erdogan è stato il primo capo di governo di Ankara a recarsi ad Arbil, nel Curdistan iracheno. Ha inaugurato ufficialmente la sede del consolato, ha presieduto all’apertura della prima delle due banche turche della città, ha tagliato il nastro dell’aeroporto nuovo di zecca costruito da compagnie turche – il 14 aprile atterrerà il primo volo diretto della compagnia di bandiera Thy proveniente da Istanbul. Siamo in campagna elettorale: ma il suo non è stato un occasionale sopralluogo elettoralistico. Ha conquistato il sostegno dell’influente presidente della Regione autonoma curda Barzani, ricevuto in Turchia lo scorso anno: che ha lodato le “politiche sagge” dell’Akp e ne ha auspicato la continuazione dopo le elezioni del 12 giugno – politiche “al servizio della pace e dei popoli della regione”.

Il passo coraggioso ma saldo di Erdogan è invece un tassello fondamentale della sua “apertura democratica” verso i curdi di Turchia, che vuole pacificare e rendere prospero il sud-est per troppo tempo martoriato dal Pkk: “abbiamo posto fine alla vecchia politica della Turchia, che negava l’umanità delle persone; politiche di negazione e decenni di abbandono, nelle aree popolate dai nostri cittadini curdi, hanno avuto termine”. Una svolta epocale, di parità al di là delle etnie: non è stato dato ancora abbastanza seguito agli annunci, i risultati poi arriveranno; nel frattempo Barzani darà una mano a tenere a bada il Pkk inseditato nelle montagne della regione che governa.

Di storico nel viaggio di Erdogan c’è stato ancora e soprattutto altro, la visita alla tomba dell’imam Ali (il quarto califfo) e l’incontro con l’ayatollah Sistani a Najaf: rispettivamente figura santa, guida spirituale, città santa degli sciiti. Apparenza simbolica, sostanza politica. La Turchia ha compreso che per diventare leader indispensabile del Medio oriente – ancora di stabilità, ispiratrice del rilancio economico, garante delle transizioni pacifiche (“evoluzione, non rivoluzione” è il motto di Davutoglu) – deve agire ed essere percepita come al di sopra delle divisioni e delle rivalità settarie, della frattura sciiti-sunniti. Niente divide et impera, solo soft power. In Iraq, è stato archiviato il poco redditizio sostegno esclusivo alla coalizione sunnita-turkmena al-Iraqiyya guidata dallo sciita Alawi, primo partito ma incapace di formare un governo; il nuovo approccio – chiaramente – è quello di una piena cooperazione con chiunque, senza pregiudiziali.

Erdogan ha incontrato a Baghdad esponenti di tutti i gruppi politici ed etnici, ha pronunciato un discorso al Parlamento – in diretta televisiva in Iraq come in Turchia – che è stato un inno all’unità e all’integrità, al mutuo riconoscimento di pari dignità; ha ricordato le complicazioni etniche in Siria, Yemen, Bahrein: ha evocato i rischi dirompenti – da scongiurare – di una nuova battaglia di Karbala, allora minuscola località irachena in cui nel 680 il califfo omayyade Yazid trucidò Husayn figlio di Alì, in cui si consumò cruentemente l’insanata spaccatura tra sunniti e sciiti. Applausi, da tutti.

(pubblicato su il futurista il 6 aprile 2011)

Chi è Giuseppe Mancini

giornalista, storico, analista di politica internazionale. Vive a Istanbul: Ha collaborato con East Journal dall'aprile all'ottobre 2011

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