UNGHERIA: L’Expo della discordia. Sequestrato il padiglione magiaro

Terminata l’Expo Milano 2015, il padiglione ungherese è stato posto sotto sequestro da un tribunale di giustizia italiano con l’accusa di non aver pagato per intero le spese della costruzione. La società incaricata, la brianzola Redaelli Costruzioni, dopo vari mesi di insolvenze ha deciso di proseguire per vie legali.

Géza Szőcs, Commissario generale per l’Expo incaricato dal governo magiaro, ha ammesso il mancato pagamento, spiegando come fossero rimasti insoddisfatti della qualità dei lavori. Inoltre, l’azienda italiana avrebbe chiesto dei costi aggiuntivi non previsti dal contratto. Il prezzo originale dei lavori ammontava a 280 milioni di fiorini (quasi 900 mila euro), inclusi, secondo Szőcs, i 150mila euro non saldati. La Redaelli Costruzioni, che ha curato per l’Ungheria il completamento delle finiture interne e delle partizioni perimetrali, ha dichiarato che in realtà la cifra mancante sarebbe quasi il triplo, circa 440 mila euro. Il padiglione protagonista della questione, inizialmente pignorato a garanzia di pagamento, è stato prontamente rivendicato dall’azienda italiana come compensazione dell’importo non saldato.

La vicenda, però, ha avuto vita breve: a metà dicembre, il Tribunale di Milano ha assolto l’Ungheria, riconcedendole il possesso della struttura, respingendo così la richiesta dell’impresa nostrana.
Tra i due paesi si è aperto un divario: da un lato Szőcs, sicuro della vittoria sin dal principio, ha accusato i costruttori di aver esercitato pressioni psicologiche per ottenere il denaro mancante. Parole dure sono arrivate anche dal portavoce del governo János Lázár accusando gli italiani di aver preso il padiglione in ostaggio.  D’altra parte, la società brianzola per tutta la durata della vicenda giudiziara, ha deciso di chiudersi in un silenzio stampa, impenetrabile anche per i giornalisti locali.

Il padiglione, ispirato all’Arca di Noè ma simile a un tamburo sciamanico, è già noto alle cronache magiare per una controversia nata tra gli architetti firmatari del progetto e gli organizzatori dell’esposizione. Poche settimane prima dell’inizio dell’Expo, infatti, gli architetti Attila Ertsey, Sándor Sárkány e Ágnes Herczeg, dopo aver visto il loro nome nella descrizione del padiglione sul sito expo2015.org, hanno preso le distanze dal progetto. Secondo il loro parere, il disegno finale presentato all’esposizione universale, non sarebbe altro che una bozza. Il malinteso sarebbe nato, secondo loro, dalla totale mancanza di comunicazioni tra i tre e le persone incaricate della presentazione del progetto. Interessante notare come l’ammutinamento sia conseguente ai commenti di alcuni pluripremiati colleghi, che hanno definito la costruzione come una “parodia architettonica in salsa kitsch”.

Le polemiche riguardo alla partecipazione magiara all’Expo non fiscono certamente qui. Il partito di centrosinistra Együtt ha denunciato la presenza di alcuni progetti stanziati nel budget di 5,2 miliardi di fiorini (ben 16 milioni di euro) ma mai effettivamente realizzati. In un articolo pubblicato da index.hu sulle irregolarità denunciate dall’opposizione, vengono segnalati progetti multimediali mancanti, siti web troppo costosi e filmati riguardanti le relazioni tra magiari e longobardi mai proiettati. Per questi ultimi la Focus Media Center ha ricevuto la considerevole cifra di 200mila euro, lasciando un interrogativo aperto: i filmati sono mai stati girati?

Nell’intricata non sono mancati anche risvolti politici: la società EuroAtlantic Solutions, di proprietà dell’ex ministro dello sviluppo economico del secondo governo Orbán Tamás Fellegi, ha ricevuto due pagamenti distinti, il primo da 75mila euro, il secondo da ben 2,5 milioni di euro, per il sopracitato sito web e per una campagna pubblicitaria con lo scopo di promuovere la partecipazione dell’Ungheria all’esposizione universale.

L’arca di Noè ungherese, libera da vincoli nostrani, verrà smontata e successivamente trasferita a Karcag, cittadina situata nell’Ungheria orientale, per diventare un museo equestre entro il 2017.

Photo: 444.hu

Chi è Giulia Pracucci

Classe 1991, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale con una tesi sulla carriera degli interpreti dei dittatori. Dopo aver passato un inverno in Lettonia e una primavera in Germania, si stabilisce a Budapest dove vive e lavora da quasi tre anni.

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Un commento

  1. Frits van den Haag

    Se fosse solo questo padiglione contestato da tanti… Ma no, rispecchia esattamente il paese attuale: soldi a palate “per i amici”, sfruttamento della popolazione, magna-magna, giudici corrotti, legislatura filo-fascista ecc. Insomma, Repubblica Banane.

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