TENNIS: Novak Đoković, ritratto di un campione da giovane

«Essere il numero 1, diventare il migliore, è da sempre l’obiettivo della mia vita». Così parlò Novak Đoković, che ha iniziato il suo viaggio a Kopaonik, con i suoi panorami d’incanto, le foreste d’aceri, pini e faggi dei Balcani che disegnano ombre scure su monasteri imponenti e fortezze di pietra. Un viaggio che l’ha portato a scrivere, quest’anno, la storia di una delle stagioni migliori di sempre. Un viaggio diviso in almeno due tempi, in un prima e un dopo Wimbledon 2011, il trionfo che realizza il sogno del piccolo Novak e ne realizza il grande obiettivo, il grande progetto.

Đoković diventa l’emblema di un carattere nazionale racchiuso nelle parole dell’autore serbo di aforismi Zoran T. Popović: «I serbi hanno sognato una Grande Serbia. I croati una Grande Croazia. I macedoni una Grande Macedonia, gli albanesi una Grande Albania. In breve, la Jugoslavia è stato il paese dei sogni». Sogni nutriti da un senso di grandezza e di rivalsa, dal destino e dalla responsabilità. Sogni che per la Serbia iniziano con una sconfitta, nella battaglia della Piana dei Merli (l’odierna Kosovo Polje) contro l’esercito ottomano nel 1389: il principe Lazar, che guidava l’esercito slavo, è stato canonizzato dalla Chiesa nazionale.

Sogni che per la famiglia Đoković iniziano proprio in Kosovo, a Zvečan (che nel 2009 ha dato a Nole la cittadinanza onoraria), in Kosovo, luogo d’origine della religione ortodossa serba, centrale per l’identità nazionale, che per Novak rimane “la culla della nostra cultura”. Nel 1993, Đoković guarda la sua prima partita di tennis in televisione. È la finale di Wimbledon: Pete Sampras batte Jim Courier. Da quel giorno, Đoković passa intere giornate davanti alla recinzione dei tre campi da tennis aperti da poco sulla strada che porta alla pizzeria che papà Srđan, ex sciatore professionista che ha avuto anche ospite a cena Alberto Tomba, gestisce con mamma Dijana.

Il tennis ha una tradizione antica in Serbia, che risale almeno al 1893. Dopo la Prima Guerra Mondiale, nascono i club Sumadja (con i campi a Kalemegdan), BOB, e il Club tennistico a Belgrado, e circoli a Novi Sad e Vršac. L’insegnante di Đoković è una leggenda, Jelena Genčić, bronzo mondiale di pallamano nel 1957, che ha scoperto Monica Seleš. Al primo allenamento, a meno di sei anni Novak si presenta con una borsa termica, una racchetta, un asciugamano, acqua, una banana, una seconda T-shirt e una fascia tergisudore. «Gli dissi: “Tua madre ti ha preparato bene la borsa”. Lui si arrabbiò e disse: “L’ho fatta io. Sono io quello che vuole giocare a tennis, non mia madre”. Era straordinario» ricordava Gencic. «Dopo cinque giorni di allenamento – ha ricordato Gencic – gli ho chiesto davanti ai genitori: “Novak, vuoi passare i prossimi sette, otto anni allenandoti duramente ogni giorno, con sorrisi e lacrime?”. Lui ha risposto: “Sì, voglio essere grande”. Aveva sei anni, ma aveva già gli occhi, il cuore, l’anima di un campione».

Srđan e Dijana sono senza parole. «Jelena Genčić – ha spiegato Srđan – ci ha detto che Novak era il più grande talento che avesse mai visto dopo Monica Seleš. È stato incoraggiante, ma certo non ha tolto tutti i dubbi. Abbiamo parlato molto con Novak in quegli anni. Quando aveva 10 anni gli abbiamo chiesto: che cosa vuoi diventare? Ci ha risposto: voglio diventare un grande campione di tennis. Da quel momento l’abbiamo appoggiato in tutto, senza riserve». Per sostenere la sua carriera, Srđan finisce in mano agli usurai, che chiedono interessi del 15% al mese. «In Serbia molti non capiscono che chi ha successo nello sport, nella scienza, nella cultura, anche se non genera profitto, rappresenta la nazione nel mondo», si lamentava papà Srđan .

Il 24 marzo 1999 la NATO lancia il primo bombardamento su Belgrado. Per due giorni e due notti, la famiglia Đoković si rifugia nel seminterrato del loro condominio. Poi trovano rifugio nell’appartamento del nonno. Đoković continua a giocare a tennis tutti i giorni, e Genčić ispira il suo talento con le poesie di Puškin e la musica classica. «Stavamo fuori, sul campo, tutto il giorno – racconta mamma Dijana – e questo ci ha salvato. Non era un posto più o meno sicuro degli altri, ma se te ne stai tutto il giorno in cantina pensando che stanno per venire a bombardare casa tua diventi matto. Decidemmo di continuare a vivere normalmente. Se doveva accadere qualcosa, sarebbe successo».

La mattina del 22 maggio, verso mezzogiorno, Đoković sta festeggiando il dodicesimo compleanno al Partizan Tennis Klub. «I miei genitori stavano cantando Tanti auguri a te quando cominciò l’attacco su Belgrado – ha raccontato qualche anno fa – All’improvviso le sirene cominciarono a urlare e, subito dopo, i bombardieri stavano ronzando nel cielo. Erano proprio sopra la mia testa. Poi ci furono delle esplosioni e l’elettricità venne sospesa». Ha imparato a convivere con la paura, si è allenato in una piscina olimpionica in disuso riadattata in campo da tennis insieme ad Ana Ivanović. Ha imparato a mettere in prospettiva la tensione, la pressione per una palla break o un match point a sfavore, e si è trasformato nell’immagine stessa della resilienza. «La guerra mi ha reso una persona migliore perché ho imparato a non dare niente per scontato – ha detto – E mi ha reso un tennista migliore perché mi sono promesso allora di dimostrare al mondo che esistono anche dei serbi buoni».

Foto: Marianne Bevis (Flickr)

Chi è Alessandro Mastroluca

Alessandro Mastroluca scrive di sport da dieci anni. Collabora con Fanpage.it, Spazio Tennis e tennis.it. Segue per l'agenzia Edipress l'inserto settimanale sulla Serie B del Corriere dello Sport. È telecronista per Supertennis e autore di La valigia dello sport (Effepi), Il successo è un viaggio. Arthur Ashe, simbolo di libertà (Castelvecchi) e Denis Bergamini. Una storia sbagliata (Castelvecchi).

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