STORIA: Archibald Reiss, lo svizzero che sposò la causa serba

Dopo l’attentato di Sarajevo e dopo aver mandato un ultimatum al governo serbo, l’esercito austro-ungarico si preparava ad invadere la Serbia. Era l’inizio della Grande Guerra: una tragedia bellica senza precedenti, condita da crimini ed orrori, in quello che sembrava un grande risveglio dei popoli. Quando nell’agosto del 1914 l’Austria-Ungheria mandò oltre la Drina un contingente di 220 mila soldati comandato dal governatore di Bosnia Potiorek, era chiaro che ci si apprestava ad assistere ad uno scontro tra Davide e Golia. Nonostante l’inferiorità nei numeri e nell’attrezzatura militare, conseguenze delle recenti guerre balcaniche, il piccolo esercito serbo ebbe la meglio su quello austro-ungarico, conseguendo nella battaglia sul monte Cer la prima storica vittoria alleata sugli imperi centrali. La frustrazione austriaca si scaricò quindi anche contro la popolazione civile serba e furono trucidati migliaia di donne e bambini.

Fu allora che il governo serbo decise di convocare un criminologo della Svizzera tedesca, Rudolph Archibald Reiss, professore presso l’università di Losanna, con il compito di indagare circa i crimini compiuti dall’esercito austriaco, tedesco e bulgaro a danno dei civili. La documentazione molto dettagliata, fatta di scritti, fotografie e testimonianze circa le atrocità subite dalla popolazione verrà riportata sui giornali della neutrale Svizzera, contribuendo in tal modo a rovesciare lo stereotipo che fino ad allora tedeschi e austriaci offrivano circa la Serbia, ovvero di popolo barbaro e selvaggio. Già nel 1916 verrà stampato in lingua inglese un “Rapporto circa le atrocità commesse dall’esercito austro-ungarico nella prima invasione della Serbia”.

A causa dell’incarico di lavoro, svolto con accurata professionalità, Archibald Reiss resterà in Serbia per tutto il periodo della guerra, condividendo con l’esercito serbo quello che lui stesso annoterà nei suoi diari come “i giorni più difficili per la Serbia”. Nonostante l’iniziale eroica resistenza nelle battaglie sui monti Cer e Mačkov Kamen, sulla Drina e sulle pianure dello Srem, ben presto l’esercito serbo si vide costretto a capitolare, Belgrado cadde in mano agli invasori e il governo, trasferitosi a Niš sin dall’inizio del conflitto, ordinò una ritirata attraverso l’Albania. Una colonna di centinaia di migliaia di soldati e civili, insieme ai membri del governo, si mise in marcia attraverso le fredde e inospitali montagne albanesi. Archibald Reiss si unì a sua volta alla marcia, testimoniando circa le numerose perdite dovute al freddo, la fame e gli stenti, in direzione delle coste albanesi, da dove gli alleati avrebbero garantito l’imbarco verso l’isola greca di Corfù.

Da qui il criminologo svizzero partecipò alla riorganizzazione dell’esercito e si unì al Solunski Front, ovvero il Fronte Macedone degli alleati di stanza a Salonicco, da cui ricominciò la riconquista della penisola balcanica, attraverso battaglie come quella sul monte Kajmakčalan, particolarmente cara allo svizzero, per arrivare quindi alla marcia su Belgrado, finalmente liberata nel novembre del 1918.

Archibald Reiss parteciperà attivamente anche a tutta l’attività diplomatica che accompagnerà la nascita del Regno di Serbi, Croati e Sloveni, tenendo un celebre discorso, “Viva la Serbia immortale!”, nel 1918 e prendendo parte alla delegazione del Regno presso la Conferenza di pace di Parigi del 1919.

A guerra conclusa, il governo del Regno affiderà a Reiss il compito di riformare il corpo di polizia secondo le più innovative tecniche dell’epoca. Tuttavia, prima di morire, si ritirerà a vita privata lamentandosi della mala politica, della corruzione morale e sociale che cominciavano a caratterizzare il nuovo stato.

La testimonianza più importante dell’esperienza di Archibald Reiss è riportata nel volume Čujte Srbi! Čuvajte se sebe (“Ascoltate Serbi! Abbiate cura di voi stessi”). Nonostante quanto scritto fino ad adesso possa fornire l’immagine di uno straniero che sposa il nazionalismo di un altro stato, l’opera scritta da Reiss, in realtà, è una critica accesissima nei confronti della Serbia. Se da un lato, infatti, egli stimò e rispettò profondamente lo spirito patriottico dei soldati serbi, così come la difficile ed umile vita di campagna dei contadini; dall’altro lato, il criminologo prese di mira la classe politica ed intellettuale di Belgrado, definiti a più riprese “scansafatiche”, chiamando in causa diverse personalità politiche a partire dal primo ministro Nikola Pašić.

Secondo la sua critica, politici ed intellettuali serbi sarebbero due categorie sociali non degne di rappresentare la società serba che tanto aveva dato, attraverso incredibili sofferenze (si stima che oltre il 27% della popolazione serba morì durante la Prima Guerra Mondiale), per la liberazione della Serbia. Politici ed intellettuali non solo non presero parte alle difficoltà patite dal popolo, ma soprattutto si contraddistinsero nel mettere in piedi un sistema politico-sociale fatto di corruzione, clientelismo e cattiva gestione delle risorse economiche del paese. Un esempio su tutti, sufficiente per capire la frustrazione di Reiss, fu la sua rimozione dall’incarico presso il ministero degli interni in favore di un nipote di un politico che non aveva alcuna esperienza in materia di criminologia.

Oltre a notevoli critiche costruttive circa il parlamentarismo serbo, per niente dedito alla rappresentanza delle classi sociali, e al ruolo dei circoli accademici belgradesi, la critica di Reiss si estenderà anche ad alcuni settori della società serba, come i giovani, troppo preoccupati dal vestire all’ultima moda piuttosto che a contribuire al benessere del paese. Alcuni dei suoi pensieri, a distanza di novant’anni, considerata la situazione politica della Serbia d’oggi, assumono un significato quasi profetico.

Archibald Reiss morirà in solitudine nella sua villa di Belgrado, presso Dobro Polje, nel 1929. Dopo aver ricevuto gli onori militari, verrà seppellito nel cimitero di Topčider, mentre il suo cuore, come da lui esplicitamente richiesto, verrà posto in un’urna e conservato nel monumento dedicato ai caduti, sulle cime del Kajmakčalan.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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