MACEDONIA: Nessuna rivoluzione colorata o complotti. Solo voglia di democrazia

Dai fatti di Kumanovo in poi sono emersi su molti quotidiani, o presunti tali, notizie su un tentativo di destituzione della democrazia macedone. Non è tuttavia così. Ne abbiamo parlato tante volte e i nostri lettori sono coscienti di quello che è successo e sta accadendo tutt’oggi. In Macedonia, a partire dalle proteste di piazza e dai fatti di Kumanovo, non è in atto nessun attacco al potere e, soprattutto, nessuna “rivoluzione colorata”. Ma andiamo per ordine.

Stati Uniti e ingerenze straniere: non sta accadendo ciò

Come possiamo noi affermare che non vi è nessuna rivoluzione colorata in corso? Nell’immaginario collettivo, le rivoluzione colorate, così come le primavere, sono delle rivolte di piazza che vengono più o meno dirette dagli Stati Uniti d’America, affinché i propri interessi geopolitici possano essere soddisfatti. Affermare in toto ciò è sbagliato e riduttivo anche solo nei riguardi delle spinte genuine del popolo che vuole un cambiamento. Che poi queste possano divenire oggetto di interessi altrui, questo è un altro discorso.

Nikola Gruevski, dimissionario primo ministro e leader del partito VMRO-DPMNE, è assolutamente filo-UE e filo-NATO. Lo dimostrano, ad esempio, i recentissimi viaggi di Gruevski negli Stati Uniti, dove si è incontrato con Joe Biden, vicepresidente statunitense. Per quanto anche l’opposizione abbia la volontà di dirigersi verso l’integrazione euro-atlantica, destituire dal potere un leader che si muove in questa direzione è un suicidio politico. Gruevski ha infatti più volte affermato che il suo obiettivo, così come quello del suo partito, è l’integrazione europea e nell’Alleanza Atlantica, che già nel 2008 aveva tentato di raggiungere. Solo il veto greco, a causa della questione del nome, ha impedito alla Macedonia di essere invitata dalla NATO. La Corte Internazionale di Giustizia nel 2011 ha affermato che il comportamento greco viola l’Accordo ad interim siglato dai due paesi nel 1995 e che quindi la Macedonia ha tutto il diritto di aderire alle organizzazioni internazionali che desidera se si attiene all’accordo firmato.

Nel maggio scorso la cittadina di Kumanovo, situata sul confine settentrionale del paese, è stata vittima di un attentato terroristico. Nel frattempo a Skopje imperversavano proteste di piazza guidate dall’opposizione e partecipata da numerose associazioni di sinistra, come Lenka e Solidarnost, e normali cittadini. L’attacco di Kumanovo ha troppi punti all’oscuro e ancora non è chiaro di chi sia la reale responsabilità. Fonti governativa hanno infatti immediatamente sostenuto che i terroristi fossero tutti ex membri dell’UCK macedone. Secondo l’opposizione, invece, la responsabilità diretta è del governo, reo di aver ordito ciò col fine di distogliere l’attenzione dalle proteste e compattare il popolo contro il nemico comune. A rendere la faccenda un po’ più oscura è la vicenda di Sašo Mijalkov, ex capo dei servizi segreti, cugino del primo ministro e presidente di un’impresa di sicurezza privata. Il 12 maggio, tre giorni dopo il presunto attentato, lo stesso Mijalkov ha rassegnato le proprie dimissioni, alimentando i dubbi su un possibile coinvolgimento governativo volto a trovare un “nemico comune” e compattare la popolazione. Non vi è alcuna fondata spiegazione dei fatti di Kumanovo ma è certo che ad averne guadagnato è Gruevski.

Gas e rifugiati attraverso la Macedonia

Gli altri temi caldi nei riguardi della Macedonia sono indubbiamente il passaggio del Turkish Stream della russa Gazprom e la rotta dei rifugiati. Il Turkish Stream, ora bloccato a causa dei dissidi tra Russia e Turchia, aveva come primo sbocco europeo la Grecia. La Macedonia, stato di 2 milioni di abitanti e non facente parte dell’UE, è poco interessata dai grandi giochi geopolitici. Non solo: Gruevski aveva affermato, quando il progetto era ancora in vita, di accettare il passaggio dei tubi solo se le controversie tra Unione Europea e Russia fossero appianate. Non in altri modi. Ciò è significativo del percorso che vuole intraprendere la VMRO per la Macedonia, volto all’integrazione euro-atlantica. Il legame tra la Macedonia e la Russia è meramente economico, e la pan-ortodossia non è un fatto così rilevante.

Di non secondaria importanza è la crisi dei rifugiati. Scappati in milioni dalla Siria devastata dalla guerra civile, hanno attraversato in molti la cosiddetta Western Balkan Route, la rotta che dal confine greco-turco arriva fino in Centro Europa. Poco battuta dai precedenti flussi migratori, è diventata in poco tempo la principale rotta. Dalla Siria, da dove proviene la maggioranza della popolazione, è meglio (ma ciò non vuol dire più sicuro) attraversare la Turchia, approdare in Grecia e iniziare a camminare verso l’Europa centrale. Anche questo argomento è diventato oggetto di  manipolazione. Nessuno vuole destabilizzare i paesi balcanici con i profughi. Sono il triste risultato di una violentissima guerra civile, elevatasi sul piano internazionale, che ha imposto la fuga a milioni di persone. Persone che non vogliono fermarsi nei Balcani. Se davvero, peraltro, le cancellerie europee avessero intenzione di destabilizzare la Macedonia, l’UE non avrebbe concesso finanziamenti affinché venissero costituite delle strutture adeguate per il primo soccorso e l’accoglienza dei profughi.

Voglia di democrazia

In Macedonia non è una questione di destra o sinistra, è una questione di democrazia e legalità. Dal 2006, anno in cui Gruevski è stato nominato primo ministro per la prima volta, la VMRO ha creato un vero e proprio sistema di potere dove la sottile linea tra partito e stato è inesistente. Le proteste di piazza sono scoppiate dopo che il leader dell’opposizione Zaev ha pubblicato delle trascrizioni di presunte intercettazioni, che mostravano come il governo tenesse sotto stretta osservazione circa 20.000 cittadini: sulla fondatezza di tali intercettazioni è stata istituita una procura speciale, guidata dal giudice Katica Janeva.

Ma non è tutto: per lavorare devi sostenere il governo, i dissidenti non sono ammessi. Questo ha fatto sì che l’organizzazione Freedom House consideri il paese come parzialmente libero, soprattutto per quanto riguarda il sistema d’informazione. Sono tante e troppe le minacce rivolte ai giornalisti: Un esempio è Tomislav Kezarovski, giornalista della rivista Reporter 92 che è stato condannato a due anni di reclusione per aver svelato l’identità di un testimone protetto in un caso di omicidio che, tuttavia, non era ancora stato sottoposto al regime di protezione all’epoca dell’articolo. A portare in carcere Kezarovski sarebbe stata tuttavia l’indagine che aveva svolto sulla misteriosa morte di Nikola Mladenov, redattore di Fokus e oppositore del governo, formalmente morto per un incidente stradale sul quale vi sono ancora molti dubbi. Incongruenze e mancanza di cura nelle indagini, e, soprattutto, un cellulare mai trovato che avrebbe segnalato alle autorità la posizione di Mladenov. Ma non solo: il giornalista Saše Ivanovski era stato aggredito due volte, nel giro di poche ore, da un suo collega di Sitel e dal vice-ministro per gli affari economici, Vladimir Peševski. Una situazione esemplificativa della libertà dei media.

Quale futuro

Il futuro appare molto complicato. Nonostante le dimissioni di Gruevski, come previsto dall’Accordo di Pržino, l’opposizione sostiene che non è possibile svolgere le consultazioni elettorali il 24 aprile. In tale data, secondo la SDSM, non è possibile revisionare i registri elettorali – considerati obsoleti e con possibili nominativi finti – e liberalizzare i media, affinché la campagna elettorale possa essere svolta regolarmente. L’opposizione ha deciso quindi di abbandonare il parlamento, ma non il governo, e di disertare le elezioni, tornando a condurre il confronto politico dalla piazza e non dalle istituzioni.

Certo è che la Macedonia sta vivendo dal 2014, immediatamente dopo le precedenti elezioni parlamentari e presidenziali, una situazione critica. Ciò ha rallentato, se ce ne fosse ulteriore bisogno, l’integrazione europea del paese, che deve ancora superare lo scoglio della questione del nome con la Grecia.

Come considerare tutto ciò? Un grande complotto contro Skopje o voglia di democrazia? Per noi, indubbiamente, la seconda.

Foto: Yahoo

Chi è Edoardo Corradi

Nato a Genova, è dottorando di ricerca in Scienza Politica all'Università degli Studi di Genova. Si interessa di Balcani occidentali, di cui ha scritto per numerosi giornali e riviste accademiche.

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Un commento

  1. voglia di novità? la vedo nera, sono secoli che devono ancora chiarire la questione del nome dello stato. di questo passo i macedoni saranno tutti emigrati …

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