BOSNIA: Paraga estradato in Italia, uccise tre pacifisti italiani nel 1993

Da Sarajevo – Hanefija Prijić, in arte “Paraga”, sarà estradato per essere giudicato in Italia. La settimana scorsa, il tribunale di Dortmund ha accolto la richiesta dell’Italia, respingendo la versione della difesa che sosteneva come il proprio assistito non potesse essere inquisito due volte per lo stesso delitto.

Per la giustizia italiana, infatti, sembra non si tratti dello stesso delitto. Non sarà per il semplice omicidio dei tre attivisti che sarà allestito il processo. Sulla vicenda di Paraga, comandante dell’unità paramilitare bosgnacca che uccise tre pacifisti italiani nel 1993, non è mai stata fatta pienamente luce. L’abbiamo ricostruita – fatti e interpretazioni – il mese scorso in occasione dell’arresto subito da Prijic al suo atterraggio presso l’aeroporto di Dortmund.

Il primo processo, iniziato a Travnik nel 2001, si concluse con la condanna di Prijić il 3 aprile del 2002 a 13 anni di carcere presso Zenica. Ma quest’ultimo non ha mai rivelato né gli esecutori materiali dell’eccidio, né i mandanti. La prima scelta potrebbe essere dettata dal puro cameratismo militaresco del comandante verso i sottoposti, ma la seconda? Perché portare nel bosco e dare l’ordine di fucilare cinque stranieri inermi, già completamente defraudati di soldi, mezzi di trasporto e aiuti umanitari? A che scopo correre il rischio di attirare stampa e opinione pubblica internazionali, mettendo in cattiva luce la propria fazione? Cui prodest? La giustizia italiana intende probabilmente chiarire questi aspetti oscuri che, pur senza evocare infondati complottismi, rendono oggettivamente la vicenda un unicum nel conflitto bosniaco. Voci non confermate dicono che il processo dovrebbe tenersi a Brescia, città di provenienza di Guido Puletti e Sergio Lana, due delle vittime. La difesa può comunque ancora presentare ricorso.

Senza aspettare l’arresto di Paraga, qualcun altro si era già mosso. Luca Rastello, nel suo libro “La Guerra in casa”, racconta dell’episodio e ne tratteggia le possibili motivazioni. Ma, soprattutto, dietro l’insistenza italiana, ci potrebbe essere un antefatto. L’anno scorso, l’associazione Guido Puletti pubblicò un dossier con l’intento esplicito di far riaprire le indagini: “Riteniamo degna di approfondimento l’ipotesi che l’ordine dell’eccidio sia partito da centri di potere a Roma, che l’obiettivo fosse l’uccisione e l’occultamento dei corpi di tutti e cinque gli italiani, che l’obiettivo politico fosse il coinvolgimento militare italiano nel conflitto bosniaco a pari delle forze inglesi e francesi”. A pensar male si fa peccato, ma spesso, in Italia, non c’è altro modo di scoprire i peccatori.

foto: Giulia Stagnitto

Chi è Simone Benazzo

Triennale in Comunicazione, magistrale in Scienze Internazionali, ora studia al Collegio d'Europa, a Varsavia.

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