CALCIO: Lo Šachtar di Achmetov, rifugiato a Leopoli

Una capienza leggermente superiore ai 52 mila spettatori, un imponente sistema di videosorveglianza con 570 telecamere a circuito chiuso, più di sessanta punti di ristoro tra bar, fast-food e ristoranti, centri fitness e di primo soccorso: la Donbass Arena di Donec’k sembra la classica cattedrale nel deserto. Adesso esiste soltanto il deserto dentro la cattedrale: la squadra di calcio dello Šachtar non gioca più qui, in questo gioiellino in vetro e acciaio costato 400 milioni di dollari. Anzi: i vicecampioni d’Ucraina si allenano nella capitale Kiev e disputano le partite casalinghe allo stadio di Leopoli, a 1.236 chilometri di distanza da Donec’k.

L’esilio della società che ha vinto otto degli ultimi undici campionati nazionali dura da oltre un anno, da quando il bacino carbonifero del Donbas è diventato uno dei focolai della guerra dell’Ucraina orientale. Nel febbraio 2014 la crisi di Crimea ha dato avvio al periodo di tensioni, culminato con la dichiarazione d’indipendenza della penisola affacciata sul Mar Nero e con l’annessione alla Federazione russa dopo l’intervento militare di Mosca e un contestato referendum tra la popolazione locale. Ma è stato a Charkiv e negli oblast’ russofoni di Donec’k e Luhans’k che le proteste antigovernative hanno assunto i connotati di un’insurrezione armata perpetrata dai separatisti filorussi.

La guerra non risparmia nessuno. Neppure il calcio. Alcuni giocatori sono in preda al terrore: il brasiliano Bernard chiede immediatamente la sua cessione, i connazionali Alex Teixeira, Fred, Dentinho, Douglas Costa e Ismaily disertano il ritiro: alla fine se ne va solo l’argentino Facundo Ferreyra, girato in prestito al Newcastle. I vertici dello Šachtar, che ha appena vinto il suo quinto scudetto consecutivo, non perdono tempo: abbandonano Donec’k e trasferiscono in un lussuoso hotel di Kiev il loro quartier generale. La capitale viene designata anche come sede degli allenamenti della prima squadra allenata da Mircea Lucescu, per le partite di campionato e coppe europee la scelta ricade sull’Arena Lviv di Leopoli, città che ha dato i natali al leggendario allenatore polacco Kazimierz Górski. Tornare a Donec’k è altamente sconsigliato, quasi vietato, se non in situazioni di estrema urgenza.

Pochissime settimane dopo, ad agosto, due esplosioni danneggiano la facciata e l’impianto energetico della Donbass Arena, oggi trasformato in punto di distribuzione di generi alimentari, mentre in città divampano gli scontri a fuoco tra truppe governative e ribelli filorussi causando vittime tra la popolazione civile (a oggi si contano seimila morti). Anche il Kirša, l’avveniristico centro di allenamento della prima squadra, finisce sotto i bombardamenti. Si sgretolano così i simboli dell’ascesa dello Šachtar ai vertici del calcio ucraino e dello strapotere di Rinat Achmetov, il facoltoso magnate di origini tatare che ha rilevato la squadra nel 1996 raccogliendo l’eredità dell’assassinato Aleksander Bragin e assicurandosi con un milione di dollari il pacchetto di maggioranza societario. Da dieci anni sulle maglie arancio-nere dei “minatori” di Donec’k compare la sigla SCM, acronimo della holding finanziaria System Capital Management detenuta al 90% proprio da Achmetov.

Sotto la sua presidenza lo Šachtar, capace di vincere appena quattro coppe sovietiche e una supercoppa ai tempi dell’URSS, ha innanzitutto posto fine alla lunga egemonia della Dinamo Kiev all’interno dei confini nazionali. E poi si è affacciata sullo scenario europeo con una nutrita schiera di brasiliani. La stagione chiave è il 2007/08: i “minatori” si qualificano per la prima volta per la fase a gironi della Champions League e partecipano anche al prestigioso Torneo di Viareggio di calcio giovanile schierando un giovanissimo Jaroslav Rakyc’kyj, ora elemento irrinunciabile nella retroguardia della prima squadra. L’anno seguente lo Šachtar supera qualsiasi aspettativa: ripescato in Coppa UEFA, avanza fino all’atto supremo di Istanbul – storico il derby con la Dinamo Kiev in semifinale – e affossa il Werder Brema. Davvero il miglior viatico per celebrare nell’agosto successivo la sfarzosa inaugurazione della Donbass Arena.

La squadra di Donec’k legittima sempre di più la sua presenza nell’élite del calcio continentale: da cinque anni consecutivi partecipa alla Champions League, raggiungendo i quarti di finale nel 2010/11. E riesce a monetizzare su cessioni eccellenti come quelle dei brasiliani Willian, Luiz Adriano, Fernandinho e Douglas Costa, garantendosi così una certa prosperità finanziaria. Adesso, però, i pienoni contro le grandi d’Europa rimangono niente più che un’utopia: già nell’ultima edizione, agli ottavi, lo Šachtar è stato costretto ad affrontare il Bayern Monaco a Leopoli. Giocando, di fatto, in trasferta pur beneficiando del turno casalingo.

L’ultima apparizione dei “minatori” a Donec’k risale al 2 maggio 2014, quando hanno superato per 3-1 l’Illičivec’ di Mariupol’, altra città messa in ginocchio dagli scontri tra governo e separatisti. Sarebbe dovuta essere una giornata di festa per celebrare il nono scudetto. E invece sugli spalti sono spuntate bandiere russe e ucraine e i tifosi si sono divisi in fazioni contrapposte anziché tifare i loro beniamini. È stato l’inizio dell’esilio, subito certificato dall’ultimo impegno in campionato contro il Volyn’ Luts’k a porte chiuse a Čerkasy, a otto ore di macchina da Donec’kL’accoglienza a Leopoli, una delle roccaforti del nazionalismo ucraino, è stata tutt’altro che calorosa: durante una partita di campionato è apparso un eloquente striscione che intimava “Via da Leopoli!”. Un’ostilità a cui si è accompagnato un calo degli introiti da botteghino, che ha costretto il club a mettere in vendita i prezzi pregiati, per fare fronte alle minori entrate legate al match day. Giocare in casa e sentirsi indesiderati: un supplizio difficile da tollerare per lo Šachtar ma che viene mitigato in occasione delle partite di Champions, dove la popolazione locale tifa per i “minatori” semplicemente per patriottismo. Sarà così anche contro il Real Madrid nel penultimo turno della fase a gironi della Champions League. Sarà come essere a casa. Almeno per stasera.

Foto: Aleksandr Osipov (Flickr)

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