La lingua persiana, lontana cugina dell’italiano

Iran significa “il paese degli Arya”. Il nome Arya era usato per indicare se stessi da un gruppo di parlanti di diverse lingue iraniche e indo-arie, gli ariani appunto, o indoari, una popolazione nomade che penetrò nella valle dell’Indo, sovrapponendosi alle precedenti civiltà, e cavalcò le steppe dell’Asia centrale intorno al 4000 a.C. e che poi, subendo una frammentazione, diede vita a molte lingue e culture. Il toponimo Iran, usato dal 1935 per indicare la stato già noto come Persia, non deve ingannare. Le lingue iraniche sono parlate in un’area molto più vasta dell’odierno Iran, a testimoniare l’antichissima storia e cultura del popolo iraniano. La lingua parlata oggi in Iran è il farsi, o persiano moderno.

Abbiamo parlato di steppe e di valle dell’Indo, di lingue “ariane”, e questo forse produce un immaginario che poco si concilia con il moderno Iran, paese musulmano (nella variante sciita), inserito nel continuum islamico. Il fatto che il farsi sia scritto con un alfabeto mutuato da quello arabo complica ancora di più il quadro. Si potrebbe cioè essere portati a ritenere che gli iraniani, e la loro lingua, siano imparentati con gli arabi. Non è così.

Il persiano non è arabo

La Persia è stata islamizzata nel corso del VII e VIII secolo d.C. ad opera degli arabi, ma la sua storia pre-islamica è stata tanto ricca e durevole da lasciare ancora oggi tracce evidenti a partire dalla lingua. La lingua è, per ogni popolo, il più forte elemento identitario, quello che più di tutti segna la differenza tra noi e gli altri. Gli arabi parlano una lingua semitica, come sono anche l’ebraico, l’amarico, il maltese, e in antichità il fenicio, il babilonese, l’accadico, l’aramaico. Sono tutte lingue con caratteristiche comuni (come l’elevata occorrenza di morfemi transfissi) che nulla hanno però a che fare con il persiano. Quest’ultimo appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee come – indovinate un po’ – l’italiano.

Il persiano è parente dell’italiano

Le lingue indo-europee si dividono infatti in nove gruppi, e a ciascun gruppo appartiene un numero variabile di lingue. Ad esempio la lingua italiana appartiene al gruppo delle lingue italiche, che a sua volta è parte della famiglia indo-europea. Così il gallese appartiene al gruppo delle lingue celtiche, anch’esso compreso nella famiglia indo-europea che annovera anche le lingue germaniche, quelle slave, quelle baltiche, fino a quelle dette indo-iraniche. Una lingua del gruppo indo-iranico è appunto il farsi. Sarà dunque possibile che, nel bazar di Teheran, possiate con qualche sforzo comprendere il prezzo della merce che state comprando in quanto l’italiano e il persiano sono lontani parenti.

Qualche esempio,  padre (padar), madre (madar) testimoniano la comune radice indoeuropea pətér* e màtér*, come anche il termine dokhtar, che significa “figlia”, in cui appare evidente la vicinanza con l’inglese (altra lingua indoeuropea) “daughter”. Entrambi i termini derivano infatti da una forma comune *dhug(h)əter che ha dato esiti non solo in inglese e persiano ma anche in sanscrito, duhità, lituano duktë, russo dòćeri, tedesco Tochter. Lo stesso vale per barodar, fratello, in cui la somiglianza con l’inglese brother, il sanscrito bhratà, il russo brat, e il latino frater è evidente a “orecchio nudo”. Analoghe somiglianze si trovano per i numerali mentre assai interessante è l’infamia, che nella letteratura persiana era uno degli scopi del poeta, ovvero l’essere infamato da una società che non lo comprende, ebbene “infamia” è bad-nami, cattiva nomea, dove “bad” è identico all’inglese mentre “nami” è la stessa radice indoeuropea di “nome”.

Piccoli esempi di come ciò che ci appare lontano e diverso, ci è assai più prossimo di quanto possiamo credere.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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