Emigrazione e crisi economica, i mali eterni dei Balcani

Dopo la conclusione delle guerre degli anni novanta, un’altra guerra è in corso nei Balcani. E’ una guerra che impasta demografia, (sotto)sviluppo economico, disoccupazione e povertà. E che, come sembra essere dell’immutabile e maledetto destino dei Balcani, produce emigranti. Continuando quelle migrazioni ataviche che sono divenute letteratura nelle pagine del grande scrittore serbo Milos Crnjanski e che erano una realtà sociale imponente già con le crisi agricole di fine Ottocento così come con i gastarbajter della Jugoslavia di Tito. Per poi esplodere con le disgregazioni degli anni novanta.

La tendenza continua, avverte l’ultimo rapporto della Banca mondiale (Growth Recovers, Risks Heighten, autunno 2015) dedicato alle economie di Albania, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia-Erzegovina. Anzi, si accentua, perché negli ultimi due decenni gli emigranti sono passati dal 13 al 25 per cento della relativa popolazione. Il quadro è impressionante: questi sei paesi rappresentano una tra le aree del pianeta a maggior spinta migratoria, tanto è vero che oggi ben un quarto della loro popolazione vive all’estero e dai primi anni novanta quasi cinque milioni di cittadini hanno scelto la strada dell’emigrazione verso l’Europa.

Ma non è solo un discorso quantitativo. Se negli anni novanta chi fuggiva dall’esplosione jugoslava erano profughi (soprattutto dalla Bosnia), oggi sono perlopiù migranti economici: cioè gente giovane, in età lavorativa e con livelli professionali e scolastici di solito più elevati della media dei loro paesi. Calcola la Banca mondiale che circa un terzo degli emigranti qualificati hanno dovuto comunque piegarsi a lavori operai o dequalificati nei paesi di arrivo. Fuggono da una situazione di crescita insufficiente (aggravata dalla crisi finanziaria globale), da livelli cronici di disoccupazione, da redditi che sono pari ad un terzo di quelli medi dell’Unione Europea, da Stati comunque fragili e vulnerabili agli shock esterni e ai disastri naturali (come le inondazioni in Bosnia e Serbia dello scorso anno).

E’ evidente come tutto questo – al di là degli aspetti positivi dati dalle copiose rimesse: il 10 per cento del PIL di questi paesi è composto infatti dai redditi inviati a casa dagli emigranti – desertifichi la demografia e l’economia dei sei paesi considerati. Demograficamente si accentua l’invecchiamento della popolazione e l’abbandono di interi territori. Economicamente (e socialmente) si produce una vera e propria perdita netta di capitale umano: con tutto ciò che ne consegue soprattutto sul medio-lungo periodo.

Il rapporto della Banca mondiale prevede una crescita media dell’1,8 per cento nel 2015: ai primi posti Montenegro e Macedonia, ultima la Serbia. E meglio ancora dovrebbe andare nel biennio successivo. Tuttavia ciò non sarà sufficiente a rilanciare il mercato del lavoro e a ridurre significativamente povertà ed emigrazioni, tra l’altro in un momento in cui l’attenzione sui Balcani è attirata dalle ondate destabilizzanti dei “nuovi poveri” in arrivo dalle tante geoperiferie medio-orientali o africane (340 mila sono stati i profughi arrivati in Europa tra gennaio e luglio, quasi tre volte quelli arrivati nello stesso periodo del 2014). Soprattutto non migliorerà la demografia, stressata da un invecchiamento crescente (oggi l’età media nei Balcani è più alta di 13,5 anni rispetto alla media mondiale e salirà a 21,5 nei prossimi cinquant’anni) che, verosimilmente, ostacolerà ogni tendenza alla crescita economica ed appesantirà la pressione sulle finanze pubbliche.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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