Redistribuzione dei rifugiati, c’è l’accordo in UE. Con buona pace dei paesi dell’est

Alla fine l’accordo s’è trovato: 25 stati membri UE (più Svizzera, Norvegia, Islanda) si redistribuiranno (si parla in termini tecnici di relocation, “ricollocazione”) 120.000 rifugiati entrati nell’Unione negli ultimi mesi via Italia e Grecia. Auto-escluso solo il Regno Unito, mentre Danimarca e Irlanda hanno rinunciato al proprio opt-out e saranno della partita. La decisione non è arrivata a cuor leggero: dopo il nulla di fatto al Consiglio UE della scorsa settimana, i ministri degli interni ieri sono dovuto andare ad un voto esplicito: contrari si sono espressi solo Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania, senza arrivare quindi a quella minoranza di blocco necessaria per superare un voto a doppia maggioranza (65% degli stati e 55% della popolazione); astenuta la Finlandia, mentre la Polonia e i baltici hanno infine votato a favore. “Abbiamo avuto un’ampia maggioranza a favore, più larga di quanto previsto dai trattati. Avremmo preferito arrivare ad un consenso unanime, ma non è perché non ci abbiamo provato”, ha sostenuto il ministro lussemburghese Jean Asselborn, rappresentante della presidenza di turno del Consiglio UE.

Le quote di ripartizione dei 120.000 si basano sui calcoli della Commissione europea, fondati su populazione, PIL, e domande già ricevute nel paese, ma non ne accettano esplicitamente la formula. Formalmente, per arrivare all’accordo, il Consiglio UE parla di quote “volontarie” e una tantum – anche se la decisione presa dal Consiglio UE è ora vincolante per tutti i paesi membri, anche quelli che hanno votato contro. Unica deroga possibile, un rinvio di massimo un anno per l’accoglienza di massimo il 30% dei rifugiati, ma solo in “circostanze eccezionali”.

Nessuno ha il diritto di rifiutarsi, e non ho dubbi che la decisione sarà messa in atto”, conclude Asselborn. Il Commissario europeo Frans Timmermans ha aggiunto che la Commissione è pronta a lanciare procedure d’infrazione, nel caso qualche paese membro si rifiutasse di farlo. Secondo Die Welt, la Commissione potrebbe presto procedere contro ben 19 paesi membri (tra cui Francia, Germania, Italia e Ungheria) per violazione delle norme europee sull’asilo, tra cui le direttive sugli standard minimi, le procedure di asilo, e la ricezione dei richiedenti.

D’altronde, i tre governi di Visegrad e la Romania, “perdenti” della votazione di ieri, non l’hanno presa sportivamente. “Finché sarò primo ministro, le quote obbligatorie non saranno messe in atto in territorio slovacco”, ha tuonato il socialista Fico da Bratislava. I quattro di Visegrad si erano riuniti più volte per dichiarare la propria opposizione senza se e senza ma ad ogni meccanismo europeo di quote di ripartizione dei rifugiati, che superasse il principio di Dublino della competenza del primo stato d’ingresso. Un “gran rifiuto” che, come ricorda Matteo Tacconi, ha origini tanto socio-culturali quanto di semplice convenienza politico-elettorale, per governi in difficoltà che possono così scaricare su Bruxelles la responsabilità di una decisione sgradita alle proprie opinioni pubbliche.

La Polonia tuttavia si è distaccata dalle posizioni oltranziste del gruppo, considerate senza possibilità di vittoria. Hanno pesato anche le divisioni su altri dossier, in particolare le posizioni accomodanti di Praga, Budapest e Bratislava verso la Russia di Putin durante la crisi ucraina e sul dossier nucleare. “Non avremmo potuto bloccare la decisione nemmeno se fossimo stati in quattro“, si giustificano da Varsavia, sostenendo che in questo modo la Polonia ha potuto dire la propria e contribuire ad una decisione finale più in linea con i propri interessi. Varsavia ha così ottenuto la possibilità di sospendere la ricollocazione se dovesse in futuro divenire meta di rifugiati dalla vicina Ucraina, e di richiedere che Italia e Grecia sistemino le falle nei propri sistemi di protezione dei confini e di ricezione dei richiedenti asilo – anche se l’opposizione interna non si è fatta sfuggire l’occasione di attaccare un governo in affanno, in vista delle venture elezioni politiche.

I numeri dei rifugiati da ricollocare in Europa centrale restano comunque minuscoli: 5082 in Polonia, 2475 in Romania, 1591 in Repubblica Ceca, 1294 in Ungheria e 802 in Slovacchia – mentre quasi metà della prima tornata dei 66.000 verrà accolta in Germania e Francia. Difficile montare un caso politico e mettere in dubbio la legittimità di una decisione, per quanto presa a maggioranza, sostenendo che non accogliere un numero tanto piccolo di persone in fuga da conflitti costituisca un interesse nazionale chiave. E le petizioni da parte di intellettuali e cittadini degli stessi paesi, nei giorni scorsi, avevano evidenziato quando la posizione oltranzista dei governi dell’area, pur nella diversità degli schieramenti politici, non fosse rappresentativa dell’intera società della regione.

Dei 120.000 rifugiati da ricollocare, 50.400 dovrebbero provenire dalla Grecia e 15.400 dall’Italia. Altri 54.000 avrebbero dovuto provenire dall’Ungheria, ma Budapest si è opposta: Viktor Orban non ha voluto che il suo paese venisse considerato di “prima linea”, e che alla redistribuzione si accompagnasse l’obbligo di attrezzare dei punti-frontiera europei di ricezione e identificazione dei richiedenti asilo (i cosiddetti hotspot). Resta quindi una quota di 54.000 persone da ricollocare in una seconda decisione da prendere nel giro di un anno. Altri 40.000 verranno inoltre ricollocati da Italia e Grecia come già deciso il 14 settembre, per un totale di 160.000.

Per quanto riguarda la provenienza, i 160.000 rifugiati da ricollocare saranno identificati tra i cittadini di paesi con un tasso di accoglimento delle domande d’asilo superiore al 75%, quindi con una presunzione positiva di riconoscimento. Per il primo semestre 2015, ciò valeva solo per Siria, Eritrea e Iraq, e per gli apolidi, anche se altri paesi d’origine (Afghanistan, Iran, Somalia, Sudan) si collocavano tra il 50% e il 75%.

Di fatto, anche se parecchio annacquata rispetto alle proposte della Commissione (quelle di maggio, così come quelle delle scorse settimane), la decisione di ieri del Consiglio UE rappresenta un primo punto di distacco dai principi del Regolamento Dublino II, le cui norme – sull’identificazione di profughi e migranti per futura competenza sulle richieste d’asilo – sono di fatto sempre meno applicate dagli stati di frontiera e di passaggio. I numeri dell’accordo, comunque, restano assolutamente insufficienti a fare fronte a ciò che è il risultato di una guerra in Siria che prosegue da ormai quattro anni senza prospettive di soluzione, e di una situazione sempre meno sostenibile nei campi profughi nei vicini Libano, Giordania e Turchia, paesi che ospitano più di un milione di profughi ciascuno. Solo nell’ultima settimana, sono ormai più di 44.000 i profughi che sono ri-entrati in territorio UE dalla frontiera tra Serbia e Croazia, dopo aver attraversato la Grecia e la Macedonia lungo la “rotta dei Balcani“.

La Commissione europea, d’altronde, ne è ben cosciente: “la ricollocazione [dei rifugiati] è solo un pezzetto di un approccio globale”, sottolineano, aspettandosi che “i ministri degli interni procedano sulle altre proposte fatte dalla Commissione come la lista di Paesi d’origine sicuri e un’ulteriore riforma del sistema di Dublino nel corso del prossimo consiglio Affari interni il prossimo 8 ottobre”. E il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, non c’è andato giù leggero: “120mila rifugiati? Siamo ridicoli, data la dimensione del problema, mi chiedo se i libanesi o i giordani capiscano ciò di cui stiamo parlando”. E d’altronde già nelle scorse settimane il lussemburghese si era scagliato contro le mezze risposte degli stati membri, affermando di non voler vivere in una Europa capace solo di costruire muri.

Oggi pomeriggio si ritrovano a Bruxelles i capi di stato e di governo dei 28 per un Consiglio europeo sul tema migrazione. Il voto di ieri in Consiglio UE, tuttavia, mette al sicuro la decisione sulla ripartizione dei rifugiati: se essa fosse stata rimandata fino al vertice dei leader di oggi, la regola dell’unanimità avrebbe prevalso sul voto a maggioranza qualificata possibile in Consiglio affari interni. Il Consiglio europeo dovrebbe invece accordarsi per una dichiarazione comune sulla necessità di maggiore attivismo per la risoluzione dei conflitti nel vicinato, anche attraverso un dialogo più forte con la Turchia.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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