RUSSIA: Putin vuole l’Artico. Ecco la “nuova dottrina del mare” russa

Che l’Artico fosse negli interessi della Russia di Putin non era più in dubbio. Nel 2010, infatti, fu firmato un accordo tra la Russia e la Norvegia, avente come scopo quello di definire le frontiere marittime e di metter ordine nelle rivendicazioni di una superficie di 175 mila chilometri quadrati, riserve petrolifere annesse.

L’Artico è tuttavia diventato il punto più importante della nuova Dottrina del mare della Russia, firmata dal Presidente russo il 26 luglio 2015. La Dottrina ha come fine quello di definire gli scopi futuri in ambito marino della Russia, sia per quanto riguarda la politica del mare, i contenuti di tale politica, la cantieristica navale e la governance statale sulle attività marittime. Un documento che è stato necessario rinnovare dopo che quello redatto nel 2001, sempre sotto la presidenza di Putin, era considerato obsoleto alla luce delle situazioni di criticità che si sono palesate nel corso di più di un decennio.

Se prima l’interesse nell’Artico era dimostrato con fantomatiche operazioni militari contro supposti terroristi artici, ora ciò viene esplicitato non solo nel documento della nuova Dottrina militare, ma direttamente dalle parole del vice primo ministro Dmitrij Rogozin, che sul suo profilo Twitter ha definito l’Artico come la Mecca russa.

Recandosi inoltre alle Svalbard, un arcipelago norvegese nell’Artico, Rogozin ha provocato la reazione del ministero degli esteri norvegese che, in linea con la lista nera di persone sgradite in Europa a causa dell’Ucraina, ha sottolineato di non gradire la sua presenza, continuando a provocare i Paesi nordici che si sono visti costretti a pubblicare un comunicato pubblico congiunto sottolineando il loro timore nei riguardi delle azioni russe.

Se infatti lo sbarco di Rogozin si può ascrivere alle provocazioni pacifiche, le violazioni dello spazio aereo o la militarizzazione dell’area sono considerate delle vere e proprie dimostrazioni di forza per valutare l’entità di una eventuale risposta europea o statunitense. La militarizzazione prevede infatti il ripristino di 10 basi aeree di epoca sovietica, portando il numero di basi operative a 14, che si trovano nella parte più settentrionale del Paese e la costruzione, entro il 2016, della base di Nagurskoye, l’isola artica russa più vicina al Polo Nord.

mappa artico

A rendere così importante l’Artico sono le sue immense e non sfruttate risorse energetiche, oltre al continuo scioglimento della calotta polare. A partire dal 2030, infatti, lo scioglimento dei ghiacci permetterebbe alle navi di navigare nelle acque dell’estremo nord per nove mesi all’anno, rendendo possibile anche l’estrazione delle risorse naturali che si trovano nel sottosuolo marino. Secondo stime statunitensi, l’Artico racchiuderebbe sotto i suoi ghiacci circa il 15% delle risorse petrolifere mondiali e il 30% dei depositi di gas naturale. Un importante quantità che rafforzerebbero il ruolo della Russia come potenza energetica.

Attualmente a scontrarsi maggiormente con le volontà russe vi è solamente il diritto internazionale. La definizione dei confini è complessa, esclusa quella riguardante le sole acque territoriali (entro le 12 miglia marine). Superate le 12 miglia, la situazione si fa più complessa e variegata ed è risolvibile solo ed esclusivamente con accordi tra gli Stati interessati: se per regolare i diritti di sfruttamento con la Norvegia nei riguardi del Mare di Barents sono stati necessari 40 anni di continua diplomazia, la risoluzione di un’eventuale controversia sui diritti di sfruttamento nella Zona Economica Esclusiva o nella Piattaforma continentale potrebbe essere ancora più complicata da risolvere. Nel frattempo, la Russia mostra i muscoli nel caso il diritto internazionale rendesse complicata una soluzione diplomatica delle eventuali rivendicazioni.

Da anni i russi ritengono che l’Artico sia parte integrante della Russia. Nel 2007, il capo missione Artur Chilingarov piantò una bandiera russa sul fondo del Polo Nord e, contestualmente, affermò che il Polo Nord fosse un’estensione della placca continentale russa e, nel 2015, Rogozin ha sottolineato l’importanza dell’Artico. Le risorse energetiche fanno gola, la Russia ci prova e gli altri Paesi, al momento, restano a guardare.

Foto: The Jamestown Foundation

Chi è Edoardo Corradi

Nato a Genova, è dottorando di ricerca in Scienza Politica all'Università degli Studi di Genova. Si interessa di Balcani occidentali, di cui ha scritto per numerosi giornali e riviste accademiche.

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2 commenti

  1. Gaetano Giovanni Castello

    La Russia fà bene a prepararsi a diventare sempre più grande e sempre più ricca di energia,petrolio e gas.
    E’ l’Ue che non ha politica economica,nè geopolitica,che piangerà tutte le conseguenze della Sua attuale politica del nulla,politica di inutile perbenismo ,politica rispettosa della falsa legalità dietro la quale si nasconde la propria debolezza.

  2. gentile Edoardo, mi permetto di commentare tardivamente l’articolo suggerendo il piccolo dettaglio che tutte le compagnie petrolifere hanno abbandonato, verosimilmente per sempre, l’idea di estrarre idrocarburi dall’artico, per il semplice motivo che ce ne sono talmente tanti (a costi di estrazione molto inferiori) da non saper più dove metterli. Estrarre in artico determina costi presumibili di 100-120 dollari al barile. Stesso discorso che vale, a scalare, per il deep-water, le tar sands, e lo stesso fracking. Tutte cose che stanno per scomparire. Credo che le riflessioni geopolitiche andrebbero tutte quante rimodulate, e relativamente in fretta, in base all’evoluzione/rivoluzione in atto nelle strutture di approvvigionamento energetico del globo. Come scrive oggi Evans-Pritchard sul Telegraph: la tecnologia non fa prigionieri. L’artico è strategico per altri motivi, e ci sta che la competizione sia aperta, ma non lo sarà mai più per gli idrocarburi. Parigi 2015 può diventare una data periodizzante quanto il 1492.

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