SPORT: Pjanić e Džeko, destini incrociati in giallorosso

Una pennellata sopra la barriera, a fare giustizia al soprannome “Giotto” che gli ha dato la curva romana. Un colpo di testa fortuito, da uomo d’area anche scomposto, se serve, ma cinico sotto porta. Sono state le reti dei due bosniaci, Miralem Pjanić e Edin Džeko, a giustiziare la Juventus nella sfida con la Roma, primo scontro stagionale tra quelle che, sulla carta e da un paio di stagioni, sono le due pretendenti più credibili per lo scudetto.

Non è un caso se le due stelle più brillanti della nazionale bosniaca si sono ritrovate a vestire insieme la maglia giallorossa. Pjanić è alla sua quinta stagione a Trigoria dopo essere approdato dal Lione nel 2011 e durante l’estate ha fortemente caldeggiato l’arrivo dell’amico alla corte di Rudi Garcia, cosciente di quanto Džeko e la Roma rispondessero alle reciproche esigenze. Da una parte, l’attaccante aveva bisogno di cambiare aria, dopo una stagione deludente al Manchester City. Dall’altra, rispondeva perfettamente all’identikit di una delle pedine di cui la Roma aveva bisogno per correggere la sterilità offensiva che aveva caratterizzato la seconda metà della scorsa stagione.

La partita di domenica ha il sapore del coronamento di una bella storia: i due amici, tandem creativo ben oliato nella nazionale che hanno portato per la prima volta a un mondiale, si ricongiungono finalmente anche a livello di club e siglano la vittoria con cui la Roma – almeno provvisoriamente – vendica due anni di sconfitte. La storia dei due giocatori, entrambi bosgnacchi, è però molto più tortuosa, e inevitabilmente ha inizio con due destini divisi nella Jugoslavia prossima all’implosione.

Ad accorgersi dell’imminenza del crollo è Fahrudin Pjanić, padre di Miralem e giocatore semiprofessionista per il Drina Zvornik, al terzo livello del campionato jugoslavo. Intervistato dal Guardian, Fahrudin raccontò: «Oggi la gente dice che nessuno si sognava che potesse scoppiare una guerra in Bosnia. Per me però era abbastanza chiaro quel che sarebbe accaduto in Jugoslavia. Giocare partite di terza divisione in piccoli paesi ti portava a vedere e provare qualsiasi cosa: odio, violenza, minacce. Sapevo che ci sarebbero stati scontri e decisi di andarmene».

Miralem ha solo pochi mesi quando il padre riceve un’offerta dal Lussemburgo. Il Drina tenta di opporsi alla sua partenza finché Fatima, la moglie di Fahrudin, non si presenta di fronte al segretario del club con il piccolo Miralem tra le braccia, implorandolo di concedere i documenti necessari. Nell’estate del 1992 Zvornik sarebbe diventato uno dei teatri più sanguinosi della guerra, quando diversi gruppi paramilitari serbi – tra cui le famigerate Tigri di Arkancostrinsero alla fuga oltre 40.000 bosgnacchi, causando quasi 4.000 tra morti e dispersi.

Pjanić cresce calcisticamente in Lussemburgo, allo Schifflange, prima di trasferirsi al Metz, trampolino di lancio della sua carriera. E la maglia del Lussemburgo è anche la prima che indossa, rappresentando il paese d’adozione in under 17 e under 19 per poi scegliere la propria terra natia nel 2008. Non senza problemi: la trafila per riottenere il passaporto bosniaco e il nulla osta da parte della FIFA per rappresentare la nazionale gli costano otto mesi di attesa, fino all’intervento di Željko Komšić, allora uno dei tre presidenti (uno per etnia) della Bosnia Erzegovina.

Se la famiglia di Pjanić riesce a sfuggire al conflitto, la famiglia di Edin Džeko rimane intrappolata nell’assedio di Sarajevo, durato oltre 1400 giorni. La casa dei suoi genitori nel quartiere di Briješće, occupato dalle truppe serbo-bosniache, viene distrutta, costringendo la famiglia a riparare nello scantinato dei nonni e a sopportare la convivenza di 15 persone in 35 metri quadri. Nemmeno in quella situazione il giovane Edin, un classe ’86, rinuncia al pallone, tanto che in un’occasione è il divieto di uscire a giocare impostogli dalla madre Belma a salvargli la vita: alcuni minuti dopo il vicino campo da gioco viene colpito da una granata.

Dopo l’assedio Edin ha l’occasione di entrare nelle giovanili dello Željezničar Sarajevo dove il suo talento viene notato da Jusuf Šehović e da Amar Osim, l’allenatore che lo lancia, diciassettenne, in prima squadra come centrocampista. È il ceco Jiří Plíšek, dopo aver sostituito Osim sulla panchina dei “ferrovieri” di Sarajevo, a intuire il potenziale offensivo di Džeko e a spostarlo in attacco, per poi portarlo con se in Repubblica Ceca al Teplice.

Da lì, la carriera di Džeko prosegue passo per passo, portandolo in Germania al Wolfsburg per poi approdare al Manchester City. Nel frattempo, il successo con la nazionale: lui, uno dei pochi Zmajevi cresciuti in patria, è l’autore del cross che manda Vedad Ibišević in rete a Kaunas, nella partita che sancisce la prima qualificazione a una Coppa del Mondo nella giovane storia del paese.

Photo: Edin Džeko, Facebook

Chi è Damiano Benzoni

Giornalista pubblicista, è caporedattore della pagina sportiva di East Journal. Gestisce Dinamo Babel, blog su temi di sport e politica, e partecipa al progetto di informazione sportiva Collettivo Zaire74. Ha collaborato con Il Giorno, Avvenire, Kosovo 2.0, When Saturday Comes, Radio 24, Radio Flash Torino e Futbolgrad. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla democratizzazione romena, ha studiato tra Milano, Roma e Bucarest. Nato nel 1985 in provincia di Como, dove risiede, parla inglese e romeno. Ex rugbista.

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