L'EST NEL PALLONE: Bosnia, sei mondiale!

“Il sogno si è avverato!” grida per tre volte Marjan Mijajlović, il commentatore della tv bosniaca. A Kaunas l’arbitro ha appena fischiato la fine. La nazionale della Bosnia-Erzegovina ha vinto 1-0 in Lituania e si qualifica, per la prima volta nella sua ventennale storia, alla fase finale dei Mondiali di Calcio in Brasile. È il trionfo sportivo alla cosiddetta “zlatna generacija”, la generazione d’oro, e forse irripetibile, di campioni in gran parte cresciuti fuori dal paese in seguito al conflitto degli anni Novanta, un vero “Dijaspora team”. Ed è il trionfo di un paese che, nonostante le ferite e le divisioni, si gode finalmente una sfrenata euforia collettiva.

La saracinesca di Kaunas

Una vittoria storica quanto sofferta: la Bosnia era costretta a vincere per ottenere la qualificazione. E ci ha messo un po’ per rompere la barriera lituana. Primo tempo nervoso, Bosnia dominante ma inconcludente, a parte un paio di magistrali punizioni calciate dal “Mali Princ”, il “Piccolo Principe” Pjanić. Le due punte, Dzeko e Ibisević, poco servite. A centrocampo, “Miska” Misimović e Pjanić faticano a creare spazi, sulle fasce Lulić e Vrsajević si sbattono senza riuscire a creare occasioni. La Lituania in difesa una vera saracinesca, non più di due tiri sbilenchi in contropiede, e un gioco così “retrò” che a calciare i rinvii dal fondo non è il portiere ma lo stopper, una scena che non si vedeva da decenni. Nel secondo tempo gli “Zmajevi” bosniaci sono sempre più vicini alla porta, possesso palla a livelli di “tiki taka” barcellonese. Ma la Lituania si chiude con tanta energía che, come dicono dalla tv bosniaca, “sembra che abbiano posteggiato due autobus di traverso in piena area”. Lo stadio rumoreggia: siamo sul Baltico, eppure si contano almeno 5.000 tifosi bosniaci sui circa 8.000 posti disponibili. Da come risuonano i cori, sembra di essere al “Bljino Polje” di Zenica, la roccaforte del calcio bosniaco. Come in Slovacchia un mese fa, quando migliaia di tifosi bosniaci riempirono Zilina  e animarono la “remuntada” degli Zmajevi, che contro Hamsik e compagni passarono da 1-0 a 1-2 in 8 minuti.

Ma torniamo a Kaunas, 15 ottobre 2013, 68º minuto di gioco: Edin Džeko guadagna la línea di fondo, da sinistra crossa basso in area per Vedad Ibišević, che di comodo piatto destro insacca. 1-0 Bosnia. “Vedoooo”, grida il commentatore di cui sopra. Esplodono gli spalti, esplode la folla davanti al maxischermo del BBI a Sarajevo e delle piazze di Zenica, Tuzla e Brčko, esplode la “dijaspora” che in mezza Europa sta pazientemente seguendo la partita nell’intimità di casa, su streaming lenti e pixelati.

Passano ancora venti minuti di sofferenza, la Bosnia fa melina più che cercare il raddoppio, si fa avanti la Lituania ma la vera saracinesca stavolta è il portiere. Poi arriva il fischio finale. L’urlo esplode e continuerà tutta la notte. Miralem Pjanić non smette di piangere, poi sul prato di Kaunas appare nientemeno che Valentin Inzko, l’attuale Alto Rappresentante della Comunità Internazionale in BiH. Ha la sciarpa dei tifosi al collo, sembra abbia poca voce, come se arrivasse dalla curva. Il noto giornalista Senad Hadžifejzović dice: “È da ventitré anni che aspettavamo questo momento”. Ha detto proprio ventitrè: 23 anni fa in Bosnia-Erzegovina si teneva l’ultima esultanza mondiale. Il 26 giugno 1990 la Jugoslavia batteva la Spagna 2-1 negli ottavi di finale di Italia ’90. Le strade di Sarajevo si riempirono di caroselli e di bandiere jugoslave. I “Plavi” sarebbero poi usciti ai quarti, e solo ai rigori, contro l’Argentina di Maradona. Quella squadra era allenata da Ivica Osim, oggi dirigente-chiave della Federazione calcistica bosniaca. E ci giocava Safet “Pape” Susić, allora straordinario attaccante, oggi allenatore della Bosnia-Erzegovina.

Dijaspora Team

Se si escludono il “Dijamant” Edin Džeko (nato e cresciuto e Sarajevo) e pochi altri, la maggior parte dei giocatori bosniaci è cresciuta fuori dal paese a causa della guerra e delle sue conseguenze. Diversi hanno acquisito doppie nazionalità e giocato con altre bandiere prima di scegliere la Bosnia-Erzegovina: già solo tra i titolari,  Bičakcić ha giocato le giovanili con la Germania, Pjanić col Lussemburgo, Begović col Canada, Medjunanin con l’Olanda. L’ultimo arrivato è il giovane centrocampista Izet Hajrović, che pochi mesi ha preferito la Bosnia-Erzegovina alla Svizzera, non senza vari ripensamenti (che, si dice, abbiano fatto perdere la pazienza a Edin Džeko, mossosi in prima persona per portare Izet in BiH). Ma Hajrović è arrivato in tempo per segnare, nella partita contro la Slovacchia, il gol decisivo per mantenere la testa del girone (cosa che, secondo una battuta che circolava a Sarajevo, ha fatto sì che “Izet” fosse il nome più in voga tra i neonati sarajevesi nelle settimane seguenti al match).

Leggendario poi il caso di Zvjezdan Misimović, uno dei serbo-bosniaci in squadra: nato in Germania da una copia di emigrati di Bosanska Gradiška, giocò le giovanili con la Serbia-Montenegro prima di essere scartato dal coach dell’Under-21 perché “sovrappeso e lento”. Scelse quindi di giocare per la Bosnia-Erzegovina. Di cui è, da quasi un decennio, l’inamovibile regista titolare, e andra’ al mondiale con il numero 10 sulle spalle. Il successo di stasera farà dimenticare, forse, uno degli episodi poco piacevoli della storia di questa nazionale: e cioé che questa generazione sarebbe stata ancora più Zlatna se ci avesse giocato un certo Zlatan che, secondo una ben informata leggenda, avrebbe fatto di tutto per giocare con la nazionale della propia famiglia, non fosse che all’epoca per giocare per la Bosnia-Erzegovina serviva una “mazzetta” di cui l’allora giovane promessa dell’Ajax non disponeva.

L’urlo bosniaco di questa notte è lo stesso strozzato da anni di delusioni (innanzitutto) calcistiche. Nel 2009 la Bosnia si qualificò per gli spareggi del mondiale sudafricano, ma il sorteggio regalò l’avversario più difficile, il Portogallo. A Lisbona perse 1-0 prendendo un palo e due traverse. Il fattore-Zenica al ritorno non bastò: altro 1-0, eliminazione. Nel 2011, qualificazioni all’europeo polacco-ucraino, l’impresa fu davvero a un passo: ultimo match a Parigi, serviva una vittoria con la Francia, e Džeko segno’ il vantaggio nel primo tempo. Ma a 5’ dalla fine un rigore molto più che dubbio regalo’ pareggio e qualificazione ai francesi. Ancora spareggi. L’urna poteva regalare le abbordabili Irlanda o Rep. Ceca, e invece chi usci’? Ancora il Portogallo, ovvio. 0-0 a Zenica e un trágico 2-6 a Lisbona, ancora addio qualificazione.

Ma la sorte, prima o poi gira, e infatti il sorteggio per le qualificazioni a Brasile 2014 fu molto benevolo: potevano arrivare Spagna e Francia (o Portogallo, perché no), invece giunsero Grecia e Slovacchia. E infatti La Bosnia-Erzegovina domino’  il girone dall’inizio alla fine. Non senza momenti difficili: il sofferto 0-0 ad Atene, l’inaspettato scivolone in casa contro la Slovacchia (0-1), la già citata “remuntada” di Zilina. Ma la marcia è inarrestabile: alla fine saranno 25 punti, 30 gol fatti e 5 subiti. La Bosnia va in Brasile. (Ah, e il Portogallo giocherà di nuovo gli spareggi).

Riscatto mondiale

Per molti bosniaci, la nazionale è diventata un simbolo di riscatto, un’opportunità di vedere – almeno sportivamente – il proprio paese a pieno diritto in mezzo agli altri, non una periferia, non un semi-protettorato della comunità internazionale, non un semplice riflesso delle divisioni del presente o delle tragicità del passato. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina festeggia, anche se non ovunque con la stessa intensità. È bene ricordarlo, per evitare inutili “sdolciníi”. Molti croati dell’Erzegovina sono per la Croazia, così come tanti serbi della Kraijna o della Bosnia orientale avevano la tv sintonizzata sulle “aquile” allenate da Siniša Mihajlović, alcuni sperando che nel girone F la spuntasse la Grecia, più per sprezzo anti-bosniaco che per solidarietà ortodossa. Il principale quotidiano di Banja Luka, Nezavisne novine, è solito dedicare più spazio alla nazionale serba che a quella bosniaca. Anche se il suo editore, Željko Kopanja, ha più volte dichiarato di tifare Bosnia, criticando i politici serbo-bosniaci (in cima l’attuale “padre-padrone” della Srpska Milorad Dodik) per le sue veementi ed insensibili anti-bosniache.

Ovviamente, c’è anche chi va oltre l’ “appartenenza” nazionale e semplicemente non segue il calcio: come l’autore/trice di questo post, che ricorda che alla Bosnia-Erzegovina serve “educazione, non il mondiale in Brasile”; oppure che le migliaia di persone scese in piazza a Sarajevo per festeggiare, non hanno fatto lo stesso durante le proteste della cosiddetta Bebolucija della scorsa estate. Osservazioni legittime e doverose, tantopiù se si pensa che, nello stesso giorno della partita, ha perso la vita la piccola Belmina (la bambina dal cui caso scaturì la protesta della bebolucija). Però lo stesso autore/trice ammette, a inizio post, che “è bello vedere la gente felice per strada”, così come pensare alla dijaspora contenta per il proprio paese e al successo dei suoi rappresentanti.

Ovviamente, l’auspicio e’ che la festa non sia l’ennesimo pretesto per chiudere gli occhi di fronte alle divisioni e alle difficoltà del paese. E che i suoi cittadini si godano, sia anche solo questa notte, la festa di essere bosniaci.  Buon mondiale, Bosnia!

Photocredit: Facebook Face TV Sarajevo

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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