Come cambierà l’Iran dopo l’accordo sul nucleare? Intervista a Tiziana Ciavardini

Mancano meno di due settimane per trovare un accordo definitivo sul nucleare iraniano. Entro il 30 giugno i negoziatori devono perfezionare l’intesa preliminare raggiunta il 2 aprile scorso a Losanna [leggi il dossier sul nucleare iraniano]I nodi ancora irrisolti riguardano questioni centrali. La diplomazia del gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) e dell’Unione Europea nelle ultime settimane si è concentrata sulle ispezioni ai siti militari iraniani, chiedendo più accesso a garanzia di un uso esclusivamente civile dell’uranio arricchito. L’Iran invece continua a premere per un rapido sollevamento delle sanzioni internazionali. Le posizioni non sono inconciliabili a patto che entrambi accettino dei compromessi.

Come potrebbe cambiare l’Iran dopo l’accordo? Che impatto avrà la fine delle sanzioni sulla società?Quali ripercussioni sulla politica interna avrà l’uscita della Repubblica Islamica da quell’isolamento internazionale iniziato all’indomani della rivoluzione del 1979? Lo abbiamo chiesto alla giornalista e antropologa culturale Tiziana Ciavardini. È stata ricercatrice presso il dipartimento di Antropologia dell’università cinese di Hong Kong e si è dedicata allo studio delle diverse religioni viaggiando per 23 anni fra Medio Oriente e sud-est asiatico. Vive e lavora in Iran da più di un decennio, fin dagli ultimi anni della presidenza Khatami. Collabora con importanti testate sia italiane che iraniane.

Si arriverà a un accordo definitivo entro il 30 giugno?
L’Iran non ha vere alternative, ha bisogno dell’accordo. Deve arrivare al sollevamento delle sanzioni. D’altronde l’uscita dall’isolamento è stata la priorità del presidente Rohani fin dal 2013. Il simbolo della sua campagna elettorale era una chiave: la chiave per aprire l’Iran. Ma vuole anche rassicurare la popolazione. Ad esempio, a Teheran sono comparsi manifesti dove si legge: “vogliamo l’accordo sul nucleare, ma non ci faremo umiliare”.

L’accordo porterà un vantaggio politico significativo per Rohani e il campo riformista?
È molto probabile, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo del parlamento previste per febbraio 2016. Ma ci sono resistenze da parte degli altri schieramenti, che sono disposti ad accettare modifiche alle leggi ma non stravolgimenti. È il caso dei social network: Rohani spinge per un’apertura, moderati e principalisti [alleanza di conservatori vicina alla Guida Suprema Khamenei, ndr] si oppongono. Ad ogni modo Rohani ha già mantenuto alcune delle sue promesse elettorali, per esempio su inflazione e assistenza sanitaria pagata al 90% dallo Stato. E ci sono miglioramenti anche per la condizione femminile.

Ma esistono anche forti limitazioni di diritti fondamentali, della libertà d’espressione. Dopo il 30 giugno cambierà qualcosa?
Sì, ma attenzione: l’apertura che verrà con l’accordo non servirà tanto per superare in un balzo questi problemi interni. Piuttosto, spingerà gli ultraconservatori a prendere coscienza del fatto che l’Iran può cambiare dentro la sharia. Senza scossoni, senza stravolgimenti.

Un processo lungo, quindi. Che ruolo avranno i giovani in questa apertura al cambiamento?
Molti giovani sono conservatori. Seguono la rivoluzione islamica, per loro questa ideologia è un punto fermo. A loro interessa mantenere l’Iran così com’è, hanno sentimenti corroborati dalla religione. In generale, bisogna capire che il loro modo di vita è molto diverso dal nostro, e lo dico da antropologa: noi giochiamo a pallone, loro leggono le poesie di Firdusi e Khayyam. Inoltre non dobbiamo dimenticare cos’è successo durante le proteste dell’Onda Verde nel 2009, quando Ahmadinejad è stato eletto per il secondo mandato. Già allora si vedeva che l’apparato di sicurezza dei Pasdaran e dei basiji era preponderante rispetto al numero dei manifestanti.

Cosa festeggiavano gli iraniani la notte del 2 aprile, appena raggiunta l’intesa preliminare sul nucleare?
L’immagine da tenere a mente è quella del rial e del dollaro stretti nella stessa mano. Agli iraniani interessano le ricadute per l’economia. L’iraniano medio non sta male, infatti non c’è stata una Primavera Araba. Ma anche a causa delle sanzioni è aumentata la diseguaglianza sociale. Oggi 14 milioni di iraniani vivono al di sotto della soglia di povertà (il 20% della popolazione), la classe media è scivolata verso quella più povera mentre la classe alta si è arricchita ancora di più.

Basterà il sollevamento delle sanzioni per invertire questa tendenza?
Intanto la classe media tornerà a respirare. In ogni caso gli investimenti dall’estero stanno arrivando anche prima dell’effettivo sollevamento delle sanzioni, soprattutto da Korea e Cina. Non riguarderà soltanto gli idrocarburi. Lo stesso Khamenei ha affermato che l’Iran ha sbagliato a puntare tutto sul petrolio, ora l’imperativo è diversificare. Ad esempio espandendo il settore dell’auto. Anche il mercato immobiliare è in forte crescita: molti architetti iraniani hanno costruito in previsione della buona riuscita dell’accordo. Teheran è già oggi un cantiere continuo.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è stato analista Medio Oriente e Nord Africa al Centro Studi Internazionali. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Per East Journal scrive di movimenti politici di estrema destra.

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