UNGHERIA: Budapest, Mosca e l'accordo sul nucleare

Il governo Orbán non sembra intenzionato a fare marcia indietro, nonostante il sorpasso elettorale nelle elezioni parziali della città di Tapolca ad opera del candidato del partito di estrema destra Jobbik (lo scorso aprile) e le crescenti proteste ad opera dei cittadini delusi dall’inaspettato riavvicinamento dell’Ungheria alla Russia di Putin,

Accusato da molti di doppiogiochismo a livello di relazioni internazionali, Orbán fra la partita europea e quella russa appare oggi più intenzionato a giocare la seconda. Lo dimostra – ad esempio – che il leader ungherese sia stato l’unico premier di un paese europeo ad aver invitato il presidente russo dopo il caso dell’aereo MH17 della Malaysian Airline, abbattuto in Ucraina nel luglio 2014.

A confermare quest’impostazione, il recente accordo fra Ungheria e Federazione Russa in tema di nucleare (si parla di 11 miliardi di dollari, da elargire a lavori ultimati) sui lavori di ampliamento della centrale nucleare di Paks. Un accordo, questo, che ha subito raccolto la bocciatura dell’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica), a cui ha risposto Sergey Kirienko, presidente della società russa Rosatom, sostenendo che «gli accordi con Budapest restano invariati».

L’accordo

La centrale nucleare di Paks, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1974 su modello sovietico, è in grado oggi di fornire quasi il 40% dell’energia elettrica di cui l’Ungheria necessita. Il paese magiaro, infatti, aldilà di questa comunque consistente capacità produttiva nazionale, è fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e gas naturale dalla stessa Russia.

Per ovviare ad una simile problematica, i 30 marzo 2009, l’Assemblea Nazionale diede il suo consenso (con 330 voti a favore, 6 contrari e 10 astensioni) all’avvio dei lavori di preparazione per la realizzazione di due nuovi reattori nucleari da affiancare ai quattro tuttora operanti.

Il 18 giugno 2012, il governo ungherese classificò l’espansione dell’impianto di Paks come un “progetto prioritario per l’economia nazionale”, istituendo al riguardo un comitato di coordinamento, composto dallo stesso Orbán, da Mihaly Varga (Ministero dell’Economia Nazionale) e Zsuzsanna Németh (Ministero dello Sviluppo Nazionale).

La decisione di affidare a Rosatom i lavori di espansione della centrale risale già al gennaio 2014, dopo un periodo in cui – visto anche l’interesse della francese Areva e della statunitense Westinghouse – era stato annunciato che sarebbe stato presto pubblicato un bando pubblico per la corretta gestione dell’intero progetto.

Tuttavia, Budapest fece presto dietrofront (giudicando l’offerta russa più vantaggiosa), scatenando così l’ira dell’Unione Europea, preoccupata sia dalla più assoluta mancanza di trasparenza nell’assegnazione dell’appalto, sia dalla crescita del debito pubblico magiaro, già colpito dalla crisi economica degli ultimi anni.

Una questione politica

La questione, ovviamente, non si lega esclusivamente ad un discorso di tipo tecnico, ma abbraccia le più complesse trame della politica continentale, con la Russia sempre pronta ad espandere la propria influenza su suolo europeo (un tentativo volto soprattutto ad arginare le sanzioni economiche) e l’Unione Europea che di certo non può permettersi il lusso di chinare il capo davanti all’aggressività di Mosca, specie sulla questione ucraina.

Da parte ungherese, invece, la decisione di Orbán può esser letta come un tentativo di immettere liquidità nell’economia ungherese (in vista anche delle elezioni del 2018), di garantire una maggiore sicurezza energetica al suo Paese e di garantire a Budapest una più vasta libertà geopolitica, mostrando ai partner europei di sapersi dissociare, all’occorrenza, dalle decisioni prese a Bruxelles.

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