SIRIA: Alleanze improbabili. La Turchia guarda al Golfo per abbattere Assad

Vince chi trova l’alleato più generoso. Fin dallo scoppio della guerra civile in Siria, le decine di milizie della galassia ribelle hanno cercato di attirare finanziamenti dall’estero. D’altronde, se il conflitto si protrae da 4 anni è anche perché il fronte dei “donatori” è stato tutt’altro che unito. Sullo scacchiere siriano non si fronteggiano solo Russia e Stati Uniti, impegnati ad appoggiare rispettivamente il regime di Assad e quello che resta del Free Syrian Army (FSA). Un ruolo di primo piano spetta agli Stati arabi del Golfo più attivi e alla vicina Turchia.

Complici le incertezze degli americani, adesso sono questi Stati a rilanciare la loro azione. Ma se fino a qualche mese fa anche loro portavano avanti agende distanti e finanziavano gruppi contrapposti, ora qualcosa sembra cambiare. Turchia, Arabia Saudita e Qatar starebbero coordinando i loro sforzi – lo riporta l’Associated Press – per convogliare soldi e armi sugli stessi gruppi ribelli. E se dietro i successi del fronte anti Assad al nord si nascondesse questa nuova alleanza?

I ribelli minacciano il feudo di Assad

A chi è destinato questo flusso di denaro? Il principale beneficiario sembra essere l’eterogenea coalizione Jaish al-Fatah. Ne fanno parte gruppi salafiti come Ahrar al-Sham, milizie di orientamento islamista, reparti che hanno abbandonato i “moderati” del FSA, ma anche gruppi jihadisti come il Fronte al-Nusra, cioè il ramo di al-Qaeda in Siria. Insomma, proprio quel groviglio di combattenti che ha spinto gli Usa a bloccare i suoi finanziamenti per evitare ogni appoggio alle milizie indesiderate. Timori che non sembrano invece preoccupare i “donatori” sunniti.
Ed ecco arrivare i primi successi sul campo. Jaish al-Fatah è riuscito a strappare ad Assad larghe porzioni di territorio. Con un’offensiva congiunta alla fine di marzo ha conquistato Idlib, capoluogo di provincia nel nord-ovest della Siria al confine con la Turchia. Ma non si è fermato lì. Proseguendo lungo la M4, arteria strategica che congiunge Aleppo alla città costiera di Latakia, ha occupato in poco tempo anche Jisr al-Shugur e occupato alcune basi militari. E l’attacco prosegue tuttora su questa direttrice. L’obiettivo dichiarato è prendere la costa, il feudo alawita del Presidente, e assestare un duro colpo al regime. In realtà sembra più verosimile che lo scopo sia un altro: prendere il controllo del valico di Yayladağı e garantirsi una linea di rifornimento sicura con la Turchia. L’esercito turco, che ancora di recente ha smentito le voci di un possibile intervento diretto contro Assad, potrebbe quindi ripiegare su una strategia di mero supporto (logistica, armamenti), non per questo meno efficace.

Le mille vite del regime

Basterà il nuovo protagonismo di Turchia, Arabia Saudita e Qatar a cacciare Assad? Difficile, almeno nel breve periodo. I finanziamenti infatti da soli non bastano. È vero che armi più efficaci possono mettere in difficoltà il regime (i ribelli hanno fatto breccia dell’apparato difensivo grazie a diversi sistemi anticarro), ma servono sicuramente più uomini sul campo. In questo senso l’offensiva su Latakia sarebbe efficace come diversivo: il regime sta già richiamando truppe da altri fronti, sui quali i ribelli potrebbero lanciare con successo attacchi massicci. Ma, appunto, servono molti piu combattenti di quelli ora a disposizione.
Inoltre l’esercito di Assad può contare sull’appoggio degli Hezbollah libanesi, loro tradizionali alleati e già presenti a difesa della provincia di Latakia, nonché di milizie paramilitari note come Shabiha, spesso legate alla mukhabarat (i servizi segreti siriani) e attive lungo il confine con la Turchia. Insomma, l’offensiva su Latakia non è probabilmente il colpo finale al regime. Ma mette in evidenza un riequilibrio delle forze in campo che solo pochi mesi fa, con Assad padrone di gran parte dell’ovest del Paese, sembrava impensabile. Il compattamento del fronte dei donatori sunniti, quindi, non va assolutamente sottovalutato.

Tre alleati, un unico obiettivo?

Quanto potrà reggere la convergenza di interessi fra Turchia, Arabia Saudita e Qatar resta da vedere. Infatti le agende di questi tre Paesi sono distanti su molti punti. La Turchia aveva già fatto pressioni sulla comunità internazionale in passato per ottenere l’avallo di un intervento militare in Siria, dove avrebbe avuto un ruolo rilevante. Un buon modo per togliere di mezzo Assad e guadagnare influenza sul Paese, con la prospettiva di rilanciare le proprie ambizioni di potenza egemone nel teatro mediorientale. La priorità per Ankara infatti è evitare che le temute spinte autonomiste curde, concretizzate nei tre cantoni autoproclamati autonomi del Rojava proprio a ridosso del suo confine, diano nuova linfa all’annosa questione curda anche in territorio turco. L’ipotesi più gradita alla Turchia è con buona probabilità una zona cuscinetto lungo il confine, utile sia come testa di ponte sia come camera di compensazione per allontanare dal proprio territorio la minaccia di incursioni jihadiste. I partiti di opposizione turchi (su tutti il CHP), invece, sospettano che tutto ciò sia soltanto una mossa di Erdogan per guadagnare consensi in vista delle elezioni di giugno.
Questa agenda entra in conflitto con quella dell’Arabia Saudita, per molti versi speculare. Anche Riyadh, infatti, vuole far cadere Assad per eliminare uno storico bastione sciita nella regione e privare il diretto rivale per la supremazia in Medio Oriente, cioè l’Iran, di uno dei suoi più importanti alleati. Il nuovo corso inaugurato da re Salman, salito al trono a gennaio, è decisamente interventista. Si pensi allo Yemen e alla vasta coalizione sunnita che Riyadh ha raccolto sotto la sua guida. Inoltre l’attuale ministro dell’Interno saudita, Mohammed bin Nayef, che gestisce il dossier siriano dall’inizio del 2014, è stato di recente nominato erede diretto al trono, dopo che Salman ha estromesso per decreto dalla linea di successione l’anziano Muqrin. Difficile non leggere questa mossa come una conferma del suo operato.
Il ruolo del Qatar mette in luce altri aspetti dell’antagonismo fra Turchia e Arabia Saudita. Con lo scoppio delle rivoluzioni arabe nel 2011, Ankara e Doha si sono trovate spesso dallo stesso lato della barricata grazie al supporto che entrambe garantiscono alla Fratellanza Musulmana. Una linea diametralmente opposta a quella seguita da Riyadh, che fino a questo momento ha sempre voluto regimi differenti. Caso emblematico l’Egitto, con la destituzione dell’islamista Morsi (processato e condannato a morte) denunciata da Turchia e Qatar come colpo di Stato, mentre l’Arabia Saudita ha fin dal principio appoggiato al-Sisi.
Questo nuovo fronte sunnita dei finanziatori esteri può aver sopito momentaneamente i dissapori fra le varie potenze regionali, almeno per obiettivi di breve termine. Sulla distanza, però, le agende dei tre novelli alleati divergono necessariamente. Senza un accordo ampio e duraturo qualsiasi patto è costantemente a rischio. Su quali basi costruirlo, però, non è chiaro. Di certo non basteranno le macerie della Siria.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è stato analista Medio Oriente e Nord Africa al Centro Studi Internazionali. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Per East Journal scrive di movimenti politici di estrema destra.

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