L’intervento militare in Libia? Sì, ma dell’Egitto

Affondiamo i barconi degli scafisti, con i droni, col blocco navale, con i sabotatori. Il dibattito su un possibile intervento militare italiano in Libiaè rapidamente scomparso dalle prime pagine dei giornali, forse più per discordia politica che per una valutazione attenta di come realizzarlo. Intanto c’è chi, sull’altra sponda del Mediterraneo, sembra fare sul serio e prepara la prossima mossa. L’Egitto di al-Sisi sta concentrando in questi giorni truppe e mezzi lungo il confine con la Libia. Lo ha rivelato il sito di intelligence Debkafile, considerato vicino al Mossad (i servizi segreti israeliani) e solitamente attendibile. D’altronde non più tardi del febbraio scorso l’aviazione egiziana aveva già condotto dei raid contro Derna e Bengasi. Una circostanza che aveva ampiamente dimostrato che al-Sisi intrattiene buoni rapporti con il generale libico Khalifa Haftar, capo delle Forze Armate del governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Ma a cosa potrebbe mirare un intervento egiziano via terra, ben più impegnativo dal punto di vista militare e difficile da giustificare sul piano politico?

Buffer zone

Lo scenario più probabile è la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine per limitare gli spostamenti di uomini e armi collegati con i gruppi jihadisti. In sostanza, un movente legato alla sicurezza interna. L’Egitto infatti deve gestire l’insurrezione che dilaga nel Sinai, condotta dalla filiale locale dello Stato Islamico, Ansar Beit al-Maqdis (“Sostenitori di Gerusalemme”), che è riuscita a catalizzare il malcontento di molte tribù beduine della penisola e quindi a radicarsi nel tessuto sociale. Blindare il confine con la Libia significa interrompere i traffici di armi razziate a suo tempo dai depositi dell’esercito di Gheddafi, quindi isolare e indebolire i gruppi jihadisti.
Il momento è propizio anche perché coincide con un giro di vite imposto da al-Sisi. Nel Sinai vige il coprifuoco, la zona cuscinetto esistente al valico di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, è stata raddoppiata da qualche settimana, e il governo è riuscito a spezzare l’unità delle tribù portando dalla sua almeno le due confederazioni più influenti, i Tarabin e i Sawarka. Tagliando le vie di rifornimento, Ansar Beit al-Maqdis si troverebbe in forte difficoltà.

Via libera in Cirenaica

L’intervento egiziano però potrebbe estendersi a tutta la Cirenaica, la regione orientale della Libia che grosso modo è controllata dalle truppe di Haftar. Gli obiettivi sarebbero due: Derna e Bengasi, gli stessi dei raid aerei di febbraio. Le due città sono in mano a gruppi jihadisti (alcuni federati allo Stato Islamico) che resistono da mesi alle incursioni di Haftar. L’intervento egiziano potrebbe far cadere i bastioni salafiti, visto che l’esercito di al-Sisi è rafforzato dai finanziamenti dall’Arabia Saudita e probabilmente sarebbero della partita anche gli Emirati Arabi.
A che pro? Un’operazione di questo genere consente ad Haftar di presentarsi come unico “uomo forte” per il futuro della Libia a scapito del governo rivale di Tripoli, appoggiato dalla Fratellanza Musulmana. Allo stesso tempo quindi garantisce ad al-Sisi un alleato regionale che bloccherebbe le aspirazioni degli islamisti. D’altronde è su questa linea che si sta muovendo anche parte del governo di Tobruk, sempre più succube di Haftar. L’ostacolo maggiore è crollato qualche mese fa, quando è stata abrogata la legge sull’isolamento politico che impediva agli ex funzionari di Gheddafi di ricoprire qualsiasi incarico. Per Haftar, generale dell’esercito libico fino al 1987, la via del potere è in discesa.

Colpo finale su Tripoli

Le ripercussioni di un intervento militare potrebbero farsi sentire fino a Tripoli. Sulla capitale è in atto un’offensiva condotta dalle milizie di Zintan, alleate di Haftar. La difesa di Tripoli però finora ha retto bene. Se è difficile pensare che al-Sisi possa spingersi via terra fino all’ovest del Paese, è però plausibile che valuti di fornire armi e mezzi (soprattutto aerei) alle milizie locali. Ma un’operazione del genere non può prescindere dall’appoggio – anche silenzioso – delle potenze occidentali.
La linea ufficiale portata avanti dall’Onu è quella di unificare i due governi. Le trattative però non stanno portando a nulla. Di recente i rappresentanti di Tripoli hanno stracciato la bozza di accordo, facendo naufragare per l’ennesima volta il processo di pacificazione. Il problema, come sottolineato di recente dall’ambasciatore libico in Italia Ahmed Safar, sta nel mancato riconoscimento del ruolo del governo islamista che controlla la capitale. Di fronte al tramonto di una soluzione politica crescerebbe la tentazione di forzare la mano. In quest’ottica l’intervento dell’Egitto potrebbe fornire quelle forze di terra – indispensabili per ottenere risultati – che nessun Paese occidentale sembra davvero disposto a impiegare.

Le incognite di un intervento in Libia

In ogni caso resterebbero sul tavolo molti nodi da sciogliere. Innanzitutto palesi questioni legate al diritto internazionale: anche se presentata come lotta al terrorismo, resterebbe un’invasione. Un “cappello” internazionale per conferire legittimità all’azione militare resta per il momento fuori discussione. Poi la reazione di Turchia e Qatar, che appoggiano il governo di Tripoli e difficilmente darebbero il loro benestare a un nuovo intervento militare in Libia. Lo scenario peggiore vedrebbe il Paese teatro di una guerra per procura, con i principali Paesi arabi come protagonisti ma  con l’aggravante dei pozzi di petrolio e gas attorno a cui gravitano interessi francesi, inglesi e italiani. Va poi valutato come si intende mantenere una certa stabilità dopo l’intervento. Sotto la contrapposizione fra Cirenaica e Tripolitania infatti si muovono alleanze estremamente fluide fra gruppi tribali, che non hanno deposto le armi al termine della rivoluzione del 2011 e potrebbero trascinare il Paese in un conflitto dagli esiti ancora più imprevedibili. Una situazione più caotica di quella attuale favorirebbe senz’altro la proliferazione dei gruppi jihadisti. Non solo lungo la costa, dove qualche timido tentativo di espansione è stato condotto nella zona di Sirte. Il rischio è che le regioni meridionali (Sebha, Awbari) diventino ancora una volta un’autostrada per le milizie attive nel Sahel, una sorta di movimento di risacca rispetto a quanto successo in Mali alla fine del 2012, dove l’insurrezione è cresciuta grazie agli ex mercenari di Gheddafi in fuga dalla Libia.

Foto: AP

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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2 commenti

  1. Come distinguere un barcone utilizzato per il traffico di essere umani da uno civile magari di qualche povero pescatore causandone la sua morte e che sarebbe quindi giustamente visto come una dichiarazione di guerra questo resta ancora un mistero e tra l’altro sia il governo di Tripoli che Haftar dicono che l’Onu ancora non e’ stata chiara ed entrambi sembrano non aver molta voglia di collaborare sul fronte dell’immigrazione clandestina.
    Primo, perche’ rappresenta una enorme fonte di guadagno per entrambe i governi, infatti ormai e’ evidente che sono loro stessi a gestirlo, dopo le testimonianze dei sopravvissuti agli ultimi naugragi,anche se era gia’ assai evidente anche prima . Secondo, entrambe i governi non sono soddisfatti della proposta dell’ONU e le richieste fatte da Tripoli e Tubruk non sono state ascoltate.
    Sul fatto che il sito debkafile possa essere attendibile quando rilancia DA SOLO una notizia che e’ stata smentita dall’Egitto, anche qui ci sarebbe da discutere un bel po. Solo in Italia viene dato per certo questo “ammassamento di truppe sui confini libici”, mentre tutte le altre news estere hanno dato la notizia parlando al condizionale senza dare nulla per certo. Potrebbe anche essere vero che sia avvenenuto questo “ammassamento” di forze militari, sia per protezione dell’infinito confine tra Egitto e Libia, da cui, come evidenzia lo stesso articolo, passa un enorme quantita di armi che vanno a rifornire prevelentamente i jihadisti in Sinai, oltre a immigrazione clandestina, traffico di esseri umani, nonche continui attacchi terroristici sanguinosi, per cui mi sembra piu’ che ovvio e ragionevole difendere questi confini, sia in concomitanza con la celebrazione del 25 Aprile, e se nn sbaglio piu o meno il giorno in cui e’ apparsa questa news, 25 Aprile dicevo, che non viene festeggiato solo in Italia ma anche in Egitto, giorno in cui gli Egiziani ripresero Taba proprio, guardacaso…dagli Israeliani e in questa celebrazione in Egitto si usa dare sfoggio della potenza bellica con parate militari per cui chissa potrebbero aver visto una semplice parata.
    A dimostrazione e conferma che l’Egitto possa avere intenzione di attaccare la Libia, l’autore di questo articolo porta a sostegno di questa tesi, la “circostanza” che l’egitto gia’ a Febbraio aveva bombardato la Libia e da com’e’ scritto sembra lo abbia fatto per motivi di “buonvicinato” con l’allealto Gen. Haftar, mentre invece si dimentica che quei raid aerei erano una risposta dell’Egitto alla decapitazione di piu di 20 Egiziani in Libia, giustiziati dall’ISIS, quindi l’Egitto aveva qualche motivo piu’ importante del buonvicinato. La Giordania ha reagito in modo anche piu “esaltato” per la morte di UN pilota giordano…o no? Non parliamo poi della reazione di Israele se gli toccano qualcuno dei suoi!
    Andando avanti, continuando a leggere questo articolo ho letto un’altra inesattezza: “Nel Sinai vige il coprifuoco”. Invece non e’ cosi, il coprifuoco vale solo per alcune zone in NORD Sinai , nel centro e nel sud non c’e’ nessun coprifuoco ne problemi con jihadisti, terrorismo. militari etc. Il Sinai e’ una ragione molto vasta, mi sembra troppo approssimativo scrivere che in tutto il Sinai c’e’ il coprifuoco. Tra Taba e Sharm el Sheikh, che si trova a sud, ci sono circa 700 km e a Taba non c’e’ coprifuoco, viene considerata piu o meno al centro Sinai e dista piu’ di 250 km da El Arish che si trova nel nord.
    Riguardo ai Tarabin che sono la piu importante tribu’, sono da tempo impegnati a collaborare con i militari e se ultimamente lo sono di piu’ e’ per via dell’uccisione di alcuni suoi sheiks da parte di ABM non certo perche’ incoraggiati dal governo.

    • Lorenzo Marinone

      Gentile lettrice,
      l’articolo non prende posizione, non sparge giudizi, ma valuta scenari possibili. La convergenza di interessi fra al-Sisi e Haftar è lampante, così come è sotto gli occhi di tutti la scia di attentati che colpiscono il Sinai. Si arriverà per questo a un intervento militare egiziano in Libia? Non è detto, è solo una possibilità fra le altre. Il primo degli scenari presi in considerazione infatti è una zona cuscinetto lungo il confine, grosso modo come quella nata dalla cooperazione fra Tunisia e Algeria nei pressi del monte Shaambi (anche in quel caso per sgominare le cellule terroristiche).
      Di sicuro i bombardamenti egiziani di febbraio non si spiegano con una semplice “rappresaglia” per l’uccisione degli ostaggi. Può essere stato, a seconda dei punti di vista, la goccia che ha fatto traboccare il vaso o la prima scusa valida, ma fermarsi a questo significa proprio disconoscere la portata degli interessi comuni che avvicinano le posizioni di al-Sisi e Haftar Questo significa l’accenno ai “buoni rapporti”: se Haftar avesse aerei migliori dei suoi MiG scadenti, se al-Sisi non temesse una Libia in mano alla Fratellanza Musulmana o ai jihadisti, i due non sarebbero vicini come sono ora. Quanto al parallelo fra la “reazione” dell’Egitto e quella della Giordania, non vedo come possa reggere: Amman era già parte della coalizione internazionale prima che il pilota venisse ucciso dallo Stato Islamico, mentre l’Egitto non era ancora intervenuto in Libia e non aveva nessuna coalizione di volenterosi in cui inserirsi.
      Sulla questione del coprifuoco ha ragione: vige solo al nord, quindi la mia semplificazione è senz’altro inesatta. Lì si stanno concentrando gli attacchi, nonostante anche altre località siano state colpite recentemente (ad esempio Taba a febbraio 2014). Per espandersi in tutta la penisola Ansar Bayt al-Maqdis ha bisogno dell’appoggio di buona parte della realtà tribale dell’intero Sinai: evidentemente non ce l’ha. Invece è curioso il ruolo dei Tarabin. Com’è possibile affermare che “stanno collaborando da tempo” con le autorità, se quando hanno lanciato la recente rappresaglia sono andati a prendere gli jihadisti nei loro rifugi? Dovevano sapere dove si nascondevano, ma non l’avevano rivelato all’esercito.

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