INTERVISTA: Antonio Caiazza, i motivi della crisi albanese


Antonio Caiazza, giornalista della sede Rai di Trieste, è uno dei più grandi esperti di Albania in Italia. Il suo libro “In Alto Mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro” (ed. Instar Libri) è una opera essenziale per comprendere le evoluzioni socio-politiche avvenute durante gli ultimi vent’anni nel “paese delle aquile”. Lo abbiamo intervistato per East Journal riguardo la difficile situazione che sta vivendo l’Albania.

Qual è l’attuale situazione politica in Albania dopo le manifestazioni di piazza e la conseguente crisi istituzionale?

La situazione in Albania sembra essere come in stallo. Le tre vittime della manifestazione del 21 gennaio hanno choccato l’opinione pubblica ma anche la classe dirigente che, improvvisamente, si e resa conto di aver alzato il livello della tensione fino a un punto di rischio molto elevato. In giugno si terranno le elezioni amministrative e il livello dello scontro, dopo la calma apparente di questo periodo, tornerà a salire. L’Albania sembra essersi infilata in un vicolo cieco, dal quale non sa uscire perché nessuno dei contendenti, il premier Sali Berisha, leader del Partito Democratico (centro-destra), e il capo dell’opposizione, Edi Rama, leader del Partito Socialista e sindaco di Tirana, ha intenzione di mollare e cedere di un passo.

Ciò che è più grave è che il conflitto all’interno della classe dirigente albanese si svolge nell’indifferenza e nella rassegnazione della popolazione, giovani compresi. Eppure questi ultimi, nel Paese demograficamente più giovane d’Europa, costituiscono una forza insormontabile, ma occorrerebbe che di ciò, di questa loro forza, prendano coscienza. Le potenzialità culturali e civiche sono grandi: decine e decine di migliaia di giovani albanesi sono stati all’estero per lavoro, per studio, sono in contatto con parenti, amici, coetanei che sono sparsi per il mondo, o hanno comunque relazioni che vanno ben oltre i confini delle Alpi Albanesi e del mare che separa Durazzo da Otranto. In Albania l’uso delle connessioni internet è diffusissimo, e i luoghi, dalle piazze alle hall degli alberghi ai caffè, in cui è possibile connettersi liberamente alla rete, sono più frequenti che nelle nostre città. È appunto la rete che sta creando in Albania un nuovo cittadino, a dispetto della politica, della corruzione e del malaffare diffusissimo. Questa nuova società sta per ora in silenzio, nauseata da ciò che vede avvenire, se ne sta per conto suo, come rinchiusa in sé stessa. Ma non durerà a lungo. La distanza culturale, stilistica e di valori fra la società e la classe politica (anche in Albania) è diventata enorme. E quando questo accade, qualcosa prima o poi succede.

Per questo credo che le istituzioni internazionali e i Paesi che più da vicino seguono e assistono l’Albania, più che aver relazioni esclusive con i potentati politici locali, farebbero bene a cercare di supportare ed incoraggiare quei germogli di società che in Albania timidamente si affacciano e cercano di farsi sentire, anche a costo di urtare la suscettibilità di Berisha o di Rama.

Ci può spiegare in breve la figura di Sali Berisha, attuale primo ministro albanese considerato da molti come un leader non del tutto liberale?

Sì effettivamente è difficile definire Berisha liberale. Il liberalismo selvaggio, assoluto, sregolato e incontrollato in cui l’economia albanese procede, non si associa ad un sistema politico liberale nei metodi dell’esercizio democratico. Dritero Agolli, uno scrittore molto popolare ed amato in Albania, dice di lui che, pur avendo viaggiato e magari anche molto letto, la sua origine montanara (viene dall’Albania più arcaica ed arretrata, da un piccolo villaggio fra i monti del nord) lo trascina indietro. In effetti fa politica più come la farebbe un capo clan, un bajraktar, che un moderno leader europeo. È rozzo, a volte violento nei toni, anche volgare in diversi interventi in parlamento, e spiccio nei suoi metodi. Per di più, così come Hoxha all’epoca del comunismo, sfidava il ridicolo gonfiando il petto e affermando che loro e i cinesi erano un miliardo, lui ha fatto altrettanto pretendendo di far diventare l’Albania una potenza energetica nucleare, o come quella volta che a Berxull, in un minuscolo villaggio, tenne un discorso in cui affermò che il suo Paese era l’unico al mondo indenne dalla crisi, anzi in crescita. I primi a ridere, e a provare vergogna, sono i suoi concittadini.

Può tratteggiare in breve la personalità di Edi Rama, capo del Partito Socialista e principale rivale di Berisha?

Dall’altra parte non c’è proprio un campione di sapienza politica, di lungimiranza e di senso dello Stato. Rama può però vantare una buona amministrazione della capitale, una città che il comunismo aveva lasciato a 250mila abitanti su per giù e che nel giro di qualche anno è arrivata sotto il milione. Ma la sua gestione non è indenne né dalla corruzione né da modi, anche in questo caso, abbastanza sbrigativi, sia nella guida della città che del partito.

Che giudizio dà al ruolo della comunità internazionale nella gestione della crisi albanese?

Il mio giudizio sul ruolo che la comunità internazionale ha avuto in Albania è pessimo, e molto critico soprattutto verso la politica tenuta dal Paese più vicino all’Albania e maggiormente investito nel bene e nel male, anche per ragioni storiche oltre che geografiche, dalle conseguenze di ciò che accade lì, vale a dire l’Italia.

Le diplomazie europee, e la nostra, si sono limitate a stringere legami con le classi dirigenti al potere, accontentandosi della garanzia minima di stabilità. In lingua italiana significa, accontentandosi della garanzia che sulle nostre coste non arrivassero più immigrati (albanesi e non solo). Ottenute risposte positive a questa esigenza basilare, hanno fornito appoggio e legittimazione europea ad una classe politica corrottissima e inefficiente.

L’Unione europea aveva la possibilità di continuare a tenere il fiato sul collo dei dirigenti di Tirana (non solo a chi governa, anche a chi guida l’opposizione), mantenendo ancora in sospeso la questione della liberalizzazione dei visti. Bruxelles avrebbe potuto mettere con le spalle al muro Berisha e Rama, e i loro apparati di potere, chiedendo che risolvessero in qualche maniera il conflitto che si trascina dal giugno 2009, e che fosse fatto qualcosa di serio e non di propagandistico contro la corruzione. E invece in dicembre il regime dei visti è stato cancellato, a Tirana la gente ha ovviamente e giustamente festeggiato. E hanno festeggiato anche i potenti locali, che avevano incassato un grande successo. E tornati a sentirsi liberi di far politica come sapevano farla, Berisha e Rama hanno alzato il livello della tensione, fino a farci scappare tre morti. E dire che Tirana di questi tempi dovrebbe essere imbandierata a festa per i vent’anni di democrazia. Invece si è insanguinata.

Secondo lei che sbocco avrà la crisi e quali possono essere i fattori di stabilizzazione?

Spero che stabilizzazione, per l’Albania, non significhi lasciare tutto come sta, far passare la nottata e continuare come prima. Perché non durerebbe a lungo. Il vero fattore di stabilizzazione, che darebbe all’Europa un Paese europeo, sarebbe l’emergere di una coscienza civile che se ne sta rintanata nelle case, magari a chattare con tutto il mondo e a lamentarsi. In Albania, come in tutte le democrazie stanche, è già alto l’astensionismo. E a chi comanda questo va sempre bene (mica solo in Albania, sia chiaro). Se le decine e decine di migliaia di persone che da tempo non votano, andassero a infilare la scheda nell’urna, sparpaglierebbero le carte in tavola, scompaginerebbero i piani e le sicurezze del manovratore. Gli metterebbero paura. La vera potenza sta lì. Nel caso dell’Albania sarebbe auspicabile che questa società sentisse l’Europa (e magari l’Italia) al proprio fianco, non al fianco dei boss politici locali.

 Foto: ABC news

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