UNGHERIA: Jobbik, l'Olocausto, e gli effetti ambigui del reato di negazionismo

Il partito di estrema destra ungherese Jobbik negli ultimi giorni ha avuto modo di far parlare ancora di sé. Secondo quanto fatto emergere dal canale televisivo M1, un suo esponente, Gergely Kulcsár, sarebbe sotto indagine per il reato di negazionismo.

Il fatto che gli viene contestato è l’aver definito l’Olocausto una frode in una lettera privata del 2012 indirizzata a un compagno di partito, e successivamente resa pubblica. Non solo, un altro rapporto sarebbe stato presentato contro Kulcsár, riferendosi alla dissacrazione di un memoriale sull’Olocausto avvenuta nel 2011. Tuttavia, quest’ultimo fatto, più sostanzioso dal punto di vista giuridico, non è più perseguibile perché prescritto dall’estate scorsa. Una questione che apre il dibattito sul tema spinoso del negazionismo e della sua criminalizzazione.

Il negazionismo e la sua criminalizzazione nel contesto europeo 

Il negazionismo è una corrente pseudo-storica di revisionismo che nega la sussistenza di fatti storici, spesso al fine di strumentalizzare il discorso a fini politico-ideologici.

Il negazionismo è diventato reato in Ungheria con una legge del 2010, la quale prevede una pena di reclusione fino a tre anni per chi si renda colpevole di negare in pubblico l’Olocausto. La legge è stata approvata dopo che l’Unione Europea, in una Decisione Quadro del 2008, ha chiesto a ciascun paese membro di adottare una legislazione atta a perseguire penalmente chi si renda colpevole di negare o minimizzare grossolanamente genocidi, crimini di guerra e contro l’umanità, oltre che i crimini contenuti nell’articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale, allegato all’accordo di Londra dell’8 agosto del 1945 (Tribunale di Norimberga).

All’interno dell’Unione Europea, il negazionismo dell’Olocausto è ritenuto reato dagli ordinamenti giuridici di Austria, Belgio Germania, Svezia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Altri paesi, invece, puniscono il negazionismo di qualunque genocidio, tra questi ci sono Francia, Spagna e Portogallo. Nell’Europa dell’est, il più grande teatro dell’Olocausto, il negazionismo è previsto come reato dagli ordinamenti di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Lituania. In Italia, il reato di negazionismo è stato approvato nel febbraio 2015 in prima lettura al Senato e aspetta ora la parola della Camera. Al contrario, in Turchia, parlare del genocidio degli armeni può costare l’applicazione dell’articolo 301 del codice penale, che punisce le offese allo stato turco.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, al di fuori della cornice dell’Unione, ha sempre valutato il negazionismo di “verità storiche definitivamente acclarate, come l’Olocausto” come casi di “abuso del diritto“, come tale reato d’opinione non coperto dalla protezione della libertà d’espressione (che invece può essere anche “scioccante, offensiva, che fa indignare”). Diverso è, secondo la Corte, il caso del revisionismo, come nel caso del dibattito su partigiani e collaborazionisti francesi, o sul massacro di Khojaly in Azerbaijan, che deve essere protetto in quanto essenziale all’evoluzione della ricerca storica.

Quando lo stato si fa giudice. La repressione del negazionismo e i suoi rischi 

Tuttavia, se dal punto di vista giuridico il discorso regge, dal punto di vista logico risulta difficile sostenere contemporaneamente il reato di negazionismo e il diritto alla libertà di opinione. Non dovrebbe essere lo stato a combattere il negazionismo, bensì la ricerca storica e il dibattito politico.

Lo stesso caso del deputato ungherese propone spunti di riflessione in tal senso. Infatti, il corpo del reato è una lettera privata che esprime un’opinione personale, seppur opinabile, dell’autore. Premettendo che non è irragionevole pensare che la vicenda si concluderà con l’archiviazione delle indagini, è preoccupante pensare che lo stato si voglia arrogare il diritto di stabilire la verità storica.

I fatti sono fatti, incontestabili, ma la storia è un esser vivente con il quale siamo in costante interlocuzione. La verità non poggia solo su fatti, ma anche sulle interpretazioni che di quei fatti si possono dare. “La storia la scrivono i vincitori” diceva il Reichsmarschall Göring durante il processo di Norimberga sui crimini di guerra commessi dai nazisti. Se non si vuole dargli ragione bisogna fare in modo che la storia non sia scritta dallo stato, bensì dagli storici “vincitori e vinti”.

Jobbik ha chiaramente dimostrato di aver capito fino in fondo la lezione di Oscar Wilde secondo cui “c’è solo una cosa al mondo peggiore che parlarne, ed è il non parlarne”, sapendo sfruttare i mezzi di comunicazione e l’effetto che provocano. Entrare ogni giorno all’interno del dibattito pubblico con nuove provocazioni permette di restare sempre al centro dell’attenzione degli elettori, indipendentemente dal fatto che sia positiva o negativa. Il negazionismo oggi, più che un problema storico è una scelta politica, e il reato di negazionismo più che affermare una verità rischia di fungere da megafono per la propaganda negazionista stessa.

Chi è Gian Marco Moisé

Dottorando alla scuola di Law and Government della Dublin City University, ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Dublino, Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

Leggi anche

Un libro per comprendere l’Ungheria odierna: “Orbán: un despota in Europa”

“Orbán: un despota in Europa” di Stefano Bottoni Salerno Editrice p. 304, € 19 Viktor ...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: