IRAN: Negoziati sul nucleare, quanto pesano i dettagli

A cosa potrebbero portare i negoziati sul nucleare iraniano? Perché sia gli Usa sia l’Iran continuano a dichiarare che è fondamentale un accordo sui dettagli già in queste settimane? In fondo stanno solo lavorando su una bozza d’intesa e non sull’accordo definitivo, previsto per fine giugno. Una parte importante della risposta a queste domande dipende da come è fatta la tecnologia che permette lo sfruttamento dell’uranio. Sono argomenti più tecnici che certamente si intrecciano con il groviglio di interessi delle potenze regionali e globali rispetto alla possibilità di un Iran atomico. Questi “dettagli” possono aiutare a comprendere meglio le diverse posizioni in campo.

Dalle lampadine accese alla bomba nucleare

L’uranio può essere usato sia a scopi civili sia per finalità militari. Un buon esempio è la Francia, che possiede un arsenale di deterrenza nucleare e soddisfa il 75% del suo fabbisogno energetico grazie alle centrali nucleari. Il punto fondamentale però è questo: la tecnologia necessaria per l’uso civile è in gran parte la stessa che serve per creare una bomba atomica. Ecco da dove nascono i timori di larga parte della comunità internazionale, ed ecco perché i dettagli dell’accordo con l’Iran sono fondamentali.
Il discrimine è il livello di arricchimento dell’uranio. L’uranio arricchito è una miscela di isotopi dell’uranio in cui viene aumentata la percentuale di uranio-235. In natura questa percentuale è attorno allo 0,7%. Per l’uso civile serve almeno il 3,5-5%, per quello medico circa il 20%, per l’uso militare l’80%. Per arricchire l’uranio si usano delle centrifughe unite in serie. Come si può intuire, le stesse centrifughe possono produrre qualsiasi livello di arricchimento, è solo questione di tempo.
C’è poi un secondo punto, più scivoloso del precedente. Il sottoprodotto dell’uranio usato in una centrale nucleare può essere riutilizzato grazie al riprocessamento, un processo chimico che separa le componenti del combustibile esausto e permette il recupero del plutonio. Il plutonio, però, può essere nuovamente usato in una centrale nucleare, ma anche per realizzare una bomba al plutonio (come quella lanciata dagli Usa su Nagasaki). Per ridurre il rischio di proliferazione nucleare, alcuni Stati (gli Usa in testa) si oppongono al riprocessamento benché ciò impedisca di abbassare i costi di produzione di energia nucleare.

I nodi principali

Cosa manca all’Iran per ottenere una bomba atomica? Nulla. O meglio, dipende da che tipo di testata si parla. In linea teorica, Teheran avrebbe potuto sfoggiare un’arma atomica già a febbraio 2009, perché disponeva di abbastanza uranio al 20% pronto per ulteriore arricchimento nelle centrifughe, cioè in forma gassosa. Non l’ha fatto. Convenzionalmente, per una “buona” bomba servono 250-260 kg di uranio al 20%. Quella quantità, dopo un arricchimento ulteriore e la conversione da gas a metallo, produce 26-28 kg di uranio adatto a una testata. Ne serve meno per ordigni più rudimentali. L’Iran attualmente ne ha ancora 75 kg in forma gassosa. Questa situazione fa emergere tre nodi principali nei negoziati in corso.
La priorità per i negoziatori è riportare lo stock di Teheran sotto il livello di guardia. Su questo punto l’Iran sta collaborando, visto che ha iniziato a smantellare le sue riserve e ha interrotto pure la produzione di uranio al 5%. Inoltre ha volontariamente prolungato la sospensione di ogni attività di riprocessamento del combustibile esausto, che secondo gli accordi avrebbe potuto riprendere già a luglio 2014.
Uno dei punti più controversi, invece, riguarda le attività di ricerca e sviluppo. Anche in questo caso, infatti, gli ambiti civile e militare non possono sempre essere distinti. Le implicazioni principali sono due. Primo, le centrifughe di seconda generazione (IR-5, IR-6, IR-8) garantiscono tempi più rapidi per l’arricchimento. Secondo, l’Iran non ha ancora spiegato perché cerca di sviluppare inneschi per cariche esplosive ad alto potenziale né il suo interesse per la teoria del trasporto di neutroni, entrambi potenzialmente utilizzabili in ambito militare.
Infine, Teheran vuole che la rimozione delle sanzioni internazionali venga discussa come parte integrante dell’accordo, invece che come possibile futuro sviluppo. Il punto in questo caso non è tanto l’impellenza di un vantaggio economico già nel breve periodo, quanto piuttosto la legittimazione del ruolo regionale dell’Iran. Le sanzioni infatti colpiscono la sua capacità di azione e la sua influenza nella regione, ambito in cui avrebbe tutte le carte in regola per acquisire un ruolo egemonico. Legarle al solo tema del nucleare, in fondo, significa per Teheran garantirsi un notevole margine di manovra a livello politico. Anche per questo gli oppositori interni dell’amministrazione Obama premono per l’inasprimento delle sanzioni unilaterali.

Chi ci guadagna?

In questo quadro, la migliore soluzione di compromesso sembra quella di stabilire un periodo di breakout. Per breakout si intende il tempo minimo che servirebbe all’Iran per costruire una bomba atomica in base alla tecnologia di cui dispone. Obama vuole che sia di almeno 12 mesi, giudicati sufficienti per scoprire l’eventuale tentativo e intervenire militarmente. In pratica bisogna accordarsi in modo tassativo su quante centrifughe (e di che generazione) può disporre l’Iran e sulla quantità massima di combustibile fissile che può essere stoccato. Le soluzioni allo studio sono diverse. Teheran attualmente ha 9mila centrifughe di prima generazione e 8 tonnellate di uranio al 5% in forma gassosa. Si potrebbe optare per una riduzione a 6mila centrifughe attive o riconfigurare la loro interconnessione, in modo da limitarne le capacità. In alternativa si può puntare sullo smaltimento di almeno il 90% dello stock di uranio arricchito.
In questo modo verrebbero fissati alcuni punti fermi di carattere generale. L’Iran, che con un recente accordo con la Russia si avvia a costruire due nuovi reattori nucleari, si vede garantito il diritto all’uso dell’energia nucleare in linea di principio. La comunità internazionale, tramite gli ispettori dell’Agenzia per l’Energia Atomica, può tenere sotto controllo i futuri sviluppi. Ciò potrebbe implicare una distensione nelle relazioni con Teheran, anche se molti Stati si sentirebbero probabilmente minacciati dal ritorno sulla scena di un gigante regionale come l’Iran.

Foto: al-monitor.com

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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