UCRAINA: Al via il nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale, ma basterà?

Mentre l’esecutivo a Kiev festeggia i suoi primi, travagliati, cento giorni di governo, a Washington il Consiglio Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale ha approvato un nuovo prestito di 17,5 miliardi di dollari all’Ucraina. La decisione, ampiamente prevedibile, è arrivata dopo una lunga missione preliminare del FMI conclusasi a metà febbraio, quando l’attenzione nazionale ed internazionale era rivolta alla maratona diplomatica di Minsk.

Nuovo accordo di 4 anni

L’accordo per il nuovo pacchetto di aiuti (Extended Fund Facility) è stato firmato a Kiev il 12 febbraio scorso e andrà a sostituire l’Accordo di Stand-by concordato con l’Ucraina meno di un anno fa. Il fallimento del piano precedente è stato determinato principalmente da un’ampia contrazione economica, ben oltre le previsioni iniziali. Il PIL ucraino, infatti, ha registrato un rallentamento pari al 6,9%, superiore rispetto ai 5% previsti. Il finanziamento internazionale è diventato così inferiore rispetto alle reali necessità, portando alla riduzione delle riserve, al crollo del tasso di cambio, e ad un aumento dell’inflazione.

Il nuovo programma durerà 4 anni e la prima tranche pari a circa 5 miliardi di dollari dovrebbe essere allocata già a partire da metà marzo. La rapidità del nuovo prestito è di vitale importanza per la Banca Centrale Ucraina che nel corso degli ultimi mesi ha visto drasticamente diminuire le proprie riserve, pari attualmente a circa 5,6 miliardi di dollari, con un tasso di cambio (lasciato fluttuare) che a febbraio ha raggiunto la soglia record di 40 hrivne (rispetto al dollaro americano), stabilizzandosi negli ultimi giorni intorno a 25 hrivne. Grazie al più ampio sostegno della comunità internazionale il FMI prevede per l’Ucraina una lenta ripresa economica a partire dal 2016, anno in cui il PIL sarebbe destinato a crescere dal 2 al 4%, dopo una contrazione di 5-6 punti nel 2015, e l’inflazione stabilizzarsi intorno al 10%.

Il FMI non è sufficiente

Come sottolinea Anders Åslund, economista del Peterson Institute for International Economics con una lunga esperienza come consulente economico per alcuni governi dell’area post-sovietica (Russia, Ucraina e Kirghizistan), i 17,5 miliardi promessi dal FMI rappresentano solo una parte dei finanziamenti necessari per garantire una ripresa dell’economia ucraina nei termini previsti dall’organizzazione guidata da Christine Lagarde. Poroshenko sarà così costretto ad una frenetica ricerca di ulteriori prestiti da parte dei vari attori e organizzazioni internazionali come Unione Europea, Banca Mondiale, Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e dei singoli partner su base bilaterale. Secondo Åslund, in linea con le idee del FMI, l’input del Extended Fund Facility dovrebbe facilitare il compito di Kiev, creando una maggiore fiducia e favorendo l’afflusso dei nuovi finanziamenti esterni.

Riforme dal grave impatto sociale

Mentre il Ministero delle finanze si appresta ad avviare la procedura per la rinegoziazione del debito, avvalendosi della consulenza della compagnia finanziaria Lazard Freres, la Verkhovna Rada ha approvato, non senza problemi, un importante pacchetto di riforme nel settore economico, primo passo fondamentale richiesto dal Fondo. L’impatto sociale di queste riforme rischia, però, di minare la stabilità dell’esecutivo, alienando il sostegno di una buona fetta della popolazione al governo che, complice anche la guerra nel Donbass, non è stata in grado di mantenere fin ora nessuna delle promesse fatte dopo l’ascesa al potere.

Politicamente più pericolose e socialmente più dure sono la riforma del sistema pensionistico e la legge sull’aumento dei prezzi dell’energia. Per limitare l’impatto sul bilancio statale (attualmente 16% del PIL) della spesa legata alle prestazioni pensionistiche, l’esecutivo ha approvato una riduzione di circa 15% delle indennità per la categoria dei “pensionati lavoratori” e un graduale aumento dell’età pensionabile femminile dai 57 ai 60 anni. La nuova legislazione richiede, inoltre, un periodo contributivo più lungo e prevede una base più bassa per il calcolo delle pensioni.
Il provvedimento sull’aumento dei prezzi dell’energia, invece, finirà per cancellare tutti i sussidi sulle bollette energetiche per le famiglie. Il prezzo del gas per i consumatori privati è destinato ad aumentare del 280% a partire dal prossimo aprile, mentre la bolletta media dell’energia elettrica subirà un aumento del 350% nel corso dei prossimi 2 anni.

Le previsioni per il futuro andamento dell’economia ucraina fatte dal Fondo Monetario Internazionale appaiono comunque piuttosto ottimistiche. L’obiettivo di invertire l’andamento del deficit pubblico in un solo anno sembra irrealistico, anche con l’adozione di gravi misure di austerità. Tagliare il deficit di Naftogaz non potrà essere sufficiente. Come fa notare un recente articolo di The Economist inoltre, l’assunto che “la spesa totale per i programmi socio-assistenziali raggiungerà il 4,1% del PIL nel 2015, un incremento del 30% rispetto al 2014”, non corrisponde alla realtà perché sembra non tenere in considerazione l’inflazione, pari attualmente al 30%. In verità, in termini reali, l’aumento per i programmi socio-assistenziali sarà di solo 0,3%, mentre la percentuale totale del PIL destinata al welfare scenderà dal 21,1% al 18,4% nel 2015.

Congelamento del conflitto?

Il costante impegno nelle riforme in materia economica non è però l’unica variabile che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, avrà l’effetto di influenzare la futura stabilità finanziaria dell’Ucraina. Come si legge nel rapporto ufficiale, condizione necessaria per lo sviluppo del programma, oltre ad un approccio strutturale nel settore delle riforme e ad un imponente flusso di prestiti, sarà “la non intensificazione del conflitto nel Est. La ripresa dell’attività bellica viene, in effetti, considerata come la principale minaccia alla stabilizzazione della situazione economica ucraina con il conseguente “calo della fiducia”, perdita “delle capacità economiche e di export” e “aumento della spesa militare”.
Il governo sembra trovarsi così di fronte ad una difficile scelta politica. Salvare l’economia e recuperare (o almeno tentare di farlo) la piena sovranità sulle regioni di Donetsk e Lugansk sembrano ormai due opzioni incompatibili. A peggiorare la situazione ci sono le dure conseguenze sociali delle riforme economiche che l’esecutivo sarà costretto portare avanti e che colpiranno una popolazione già particolarmente impoverita. I prestiti del FMI sono limitati ad un supporto immediato e non affrontano la difficile questione degli investimenti lungo temporali di cui l’Ucraina ha disperato bisogno. E mentre il Donbass si avvia, nella migliore delle ipotesi, verso lo scenario transnistriano, Poroshenko e Yatseniuk non potranno dormire sogni tranquilli dovendo al contempo garantire stabilità sociale, politica e militare, riformare l’apparato statale e far digerire alla popolazione le dure conseguenze dell’austerità.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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Un commento

  1. Grazie. Un articolo assai puntuale e preciso. Certo fà una certa impressione leggere un tale resoconto della situazione economica dell’Ucraina appena dopo un anno dall’allontanamento forzato (chiamiamolo così…) del presidente Janucovics. Lui aveva scelto per l’Ucraina (ribadiamolo, del tutto legittimamente, essend’egli un presidente democratcamente eletto nelle elezioni del 2010) un’altra strada, quella dell’associazione all’unione euroasiatica, ottenendo dalla Russia un prestito di 15 mil. di $ (senza tutti i voncoli anti sociali imposti dal Fmi) e una notevole riduzione del prezzo del gas. Considerando che l’Ucraina fino ad allora aveva la stragande maggioranza della sua economia legata all’interscambio con la Russia e il fortissimo legame storico-culturale con tale paese, bé forse è da credere che avesse preso la decisione più giusta. Quello che ne è seguito è la dimostrazione di come sia sempre meglio scegliere la via della democrazia, lasciando governare chi è stato eletto e aspettando le elezioni per cercare di cambiarli, senza prendere le scorciatoie dell’occupazione armata delle piazze e dei palazzi governativi con tutto quello che nè consegue.

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