KOSOVO: La minoranza serba e l'Esercito italiano

di Matteo Zola

Sappiamo tutti come è andata. Nel 1999 l’esercito di Milosevic scatena una campagna repressiva contro gli albanesi del Kosovo. La Nato, per interessi che vanno al di là dell’aspetto umanitaristico, interviene. L’intervento non è su mandato Onu, che anzi lo misconosce, ma la volontà americana di intervenire è più forte del diritto internazionale. Un atto gravissimo. Così, per la prima volta dopo la Seconda Guerra mondiale, si combattè in Europa una guerra internazionale. L’Italia, allora governata dal premier Massimo d’Alema, si accodò alla missione. A seguito della campagna aerea è entrata e si è dislocata in Kosovo la “Kosovo FORce” (KFOR). L’Italia partecipa alla Forza sotto comando NATO.

La KFOR aveva, tra i suoi obiettivi, quello di “evitare scontri e minacce contro il Kosovo da parte di forze serbe e jugoslave”. Ben presto i soldati italiani, stanziati nelle provincie orientali del piccolo Stato balcanico, si sono trovati a gestire una situazione inversa. Essi si poserò, cioè, necessariamente a difesa della minoranza serba che stava subendo le ritorsioni da parte degli albanesi. Occhio per occhio, dente per dente. Lo sforzo per ristabilire la sicurezza è stato immane, e non può dirsi concluso.

Ecco perché la riduzione del contingente italiano in Kosovo non è una buona notizia, specie per la minoranza serba che ancora (a undici anni di distanza) subisce minacce alimentando, a sua volta, lo scontro e approfondendo le divisioni tra le due comunità. Che lo scopo dell’attuale leadership kosovara sia la formazione di uno Stato basato sui principi dell’etno-nazionalismo (e quindi dell’omogeneità etnica) non rassicura nessuno.Tantomeno i serbi.

La decisione è in realtà della Nato, che intende ridurre da 15.000 a 10.000 i soldati in Kosovo per la «partita di giro» che prevede l’invio di queste migliaia di militari in Afghanistan. A marzo-aprile chiuderà anche il quartier generale del Villaggio Italia a Pec, necessario alla protezione di quattro luoghi di culto della Chiesa ortodossa serba: i monasteri di Visoki Decani, Goriok, Budisavic e del Patriarcato di Pec.

Un rapporto del 2009 della Commissione dell’Unione Europea ha criticato il sistema giudiziario di Pristina definendolo incapace di fare giustizia e indisponibile a processare i responsabili degli atti di violenza antiserba e antirom del 2004, che portò alla morte di 19 serbi e alla sparizione di duemila tra serbi e rom. La situazione, insomma, non sembra matura per una riduzione del contingente KFOR che verrebbe sostituito da reparti Eulex e (cosa che spaventa i serbi) da truppe kosovare.

Il clero ortodosso della regione ha “decorato” l’unità della Folgore, come rappresentante del tutto l’esercito italiano, con la massima decorazione della Chiesa ortodossa locale. Certo, il clero ortodosso che oggi parla di “società multietnica” nel Kosovo, non pensava la stessa cosa nel 1999 quando benedì l’intervento di Milosevic nella regione. Una reale redenzione? Certo le tensioni nella regione restano molte e la soluzione non sembra poter essere quella della militarizzazione costante e permanente.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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