UCRAINA: Caduta Debaltsevo, l'Europa finge di non vedere

Le modalità con cui è stata firmata la pace di Minsk e gli immediati sviluppi bellici nella sacca di Debaltsevo mostrano molto bene le intenzioni delle forze in campo e lasciano poche speranze sulla sorte futura dell’Ucraina. Il proposito iniziale di Vladimir Putin, emerso dalle trattative, di concedere ancora dieci giorni di conflitto prima della pace, mostrava con tutta evidenza la sua intenzione di consentire il completo accerchiamento di Debaltsevo. La città ospita uno scalo ferroviario ed è un importante nodo stradale e ferroviario al confine tra le province di Donetsk e Lugansk, indispensabile per consentire una continuità di collegamenti tra le due entità separatiste.

Alla firma del trattato sono poi stati concessi  tre giorni di ulteriori combattimenti, utili però alle forze separatiste e alle forze russe senza insegne (la cui presenza sul campo è stata finalmente riconosciuta in un documento ufficiale dell’Unione Europea) per chiudere ulteriormente la morsa sulla città. Gli attaccanti, forti dei cospicui armamenti giunti dalla Russia nel corso dell’inverno, su cui i governi europei avevano chiuso entrambi gli occhi, hanno immediatamente ripreso le ostilità sostenendo che Debaltsevo non era inclusa nell’accordo di pace.

Vladimir Putin, in visita a Budapest, aveva ribadito l’auspicio che ben presto Debaltsevo cadesse, e le truppe ucraine si arrendessero, per lasciar via libera ai suoi protetti. In poche ore, le stremate truppe di Kiev, prive di munizioni e di cibo, circondate ed attaccate da forze superiori, hanno dovuto accettare di ritirarsi, dopo numerose perdite. Sotto accusa è ora il Capo di stato maggiore Viktor Muzhenko, responsabile di aver compiuto il medesimo errore di Ilovaisk ad agosto, dove un accerchiamento simile costò centinaia di vite. Subito è scattata l’ironia di Putin, che ha celebrato la vittoria di “minatori e trattoristi”. Ben diversa opinione quella dei militari ucraini accerchiati: gli uomini scampati e i veterani di Ilovaisk hanno dichiarato di essersi scontrati con truppe regolari russe, di grande professionalità e precisione, nei bombardamenti e nella coordinazione tattica sul campo.

Da parte russa, il mix di totale ipocrisia ufficiale e totale determinazione bellica, già sperimentato con il blitz sulla Crimea, continua a dimostrare la propria efficacia, di fronte alla supina ottusità della diplomazia europea, che spera di riprendere presto a fare affari con Mosca. Allo stato attuale, i più importanti contenuti dell’accordo di Minsk si rivelano già del tutto irreali e quasi certamente irrealizzabili. Si dovrebbero tenere elezioni secondo la legge ucraina, riconosciute dall’Ucraina, in un territorio militarizzato da forze ostili, in cui i cittadini andrebbero a votare sotto la minaccia delle armi. Inoltre, alla fine dell’anno, l’Ucraina dovrebbe poter riprendere il controllo sulla frontiera con la Russia, potenzialmente sigillandola; una prospettiva irreale nel modo più assoluto, quando sul territorio di Donetsk e Lugansk si trovano armi e soldati ostili in quantità superiori a quelle di alcuni paesi Nato, continuamente rifornite e accresciute proprio dalla Russia.

Il proposito di Vladimir Putin, confermato da suoi precedenti collaboratori, di riprendersi sostanzialmente tutta l’Ucraina, dopo la caduta del regime amico di Yanukovich, si sta progressivamente attuando, in modo strategico, confidando nella passività dell’Unione Europea. La Crimea, luogo massimamente importante per la base di Sevastopol, è stata subito ripresa, ma non ci si è accontentati; gli uomini di Strelkov hanno acceso la miccia della rivolta nel Donbass, contando sulla colpevole collaborazione delle amministrazioni locali, quasi del tutto fedeli a Yanukovich, che ha probabilmente contribuito a finanziare i primi sollevamenti. Lo stesso Strelkov ha confermato in un’intervista che, senza il loro intervento, nel Donbass non si sarebbe sparato un colpo. Si è considerata l’Ucraina un paese perduto ed ostile ancor prima di valutare risposte politiche alla caduta di Yanukovich.

Ai tempi della Rivoluzione arancione del 2004, palesemente sostenuta dagli Usa, si era trovata una via ragionevole di convivenza, senza sbocchi cruenti. Ora, si è deciso di scavare un confine incolmabile all’interno stesso dell’Ucraina, fra chi si sente vicino alla Russia e chi la sente ostile: dunque un atto gravemente colpevole, le cui conseguenze si propagheranno nelle future generazioni, come è accaduto nella ex Jugoslavia. Il confine nei cuori sarà presto accompagnato da un confine sancito con le armi, le cui linee precise sono ancora tutte da definire. Per il Donbass la prospettiva più probabile è quella di costituire uno stato cuscinetto, a gestione criminal-mafiosa, paragonabile alla Transnistria.

Quasi certamente, però, le ambizioni di Vladimir Putin sono molto maggiori: di fronte agli spauriti rappresentanti europei, che purtroppo ricordano nelle posture i propri colleghi del 1938, la sua politica delle acquisizioni graduali sta progressivamente riportando sotto il suo controllo parti vitali dell’Ucraina; proseguirà con questa tattica sin quando vorrà, certo ormai di non essere fermato. I soli che potrebbero infastidirlo sono gli Stati Uniti, privi di preoccupazioni di tipo economico, che potrebbero fornire a Kiev armamenti sufficienti almeno ad arrestare l’avanzata dei russi, posto comunque che i territori conquistati siano ormai perduti. Con ironia proprio negli USA si sta iniziando a paragonare l’intervento russo in Ucraina con l’intervento di Reagan e dei Contras in Nicaragua negli anni Ottanta: stesso cinismo ed uguale volontà imperialista, con esiti mortiferi.

L’Ucraina nel corso dell’estate ha avuto la forza di non soccombere al doppio urto subito, e, pur con un esercito fragilissimo, dalle dotazioni antiquate, ha saputo mettere in un angolo i separatisti; poi, alla fine di agosto, il massiccio ingresso di armamenti tecnologici dalla Russia ha spostato l’ago della bilancia. Da allora, un continuo ed intenso riarmo dei separatisti, con l’aggiunta di truppe senza insegne. Ora, le perdite ucraine stanno diventando altissime, molto superiori alle cifre ufficiali. Debaltsevo è l’ulteriore dimostrazione della volontà espansiva della Russia, sempre più difficile da mascherare. Come ha provato il Nicaragua nel 1980, è esperienza dolorosa e sanguinosa volersi sottrarre al dominio del proprio potente vicino.  L’Europa spera forse che la strage in atto abbia termine presto, per poter riaprire gli occhi e fingere di non aver visto. Ma anche questa ipocrita speranza è un’illusione, un errore  che avrà un prezzo.

Chi è Giovanni Catelli

Giovanni Catelli è nato a Cremona. Autore di prosa e poesia, i suoi racconti sono apparsi sul sito letterario Nazioneindiana, sulla Nouvelle Revue Francaise, sul Corriere della Sera e sulle riviste L’Indice, Diario, L’Immaginazione. I suoi libri sinora pubblicati sono: In fondo alla notte (Solfanelli, 1992), Partenze (Solfanelli, 1994), Geografie (Manni, 1998), Lontananze (Manni, 2003), Treni (Manni, 2008). Geografie, con una prefazione di Franco Loi, è stato tradotto in Ceco, Russo e Ucraino. Altri racconti sono stati tradotti e pubblicati in Ceco, Slovacco, Russo e Finlandese. Collabora con l'Indice dei Libri, la rivista praghese Babylon e dirige Cafè Golem, la pagina culturale di Eastjournal.net.

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5 commenti

  1. Ora prenderanno Mariupol e poi andranno fino alla Crimea. E l’Europa li lascerà fare.

  2. Purtroppo era scritto nelle stelle: Minsk 2, come Minsk 1, non è altro che il risultato del doppiogiochismo di Putin, quello che meraviglia è la naiveté che Merkel e Hollande continuano a professare.
    Ormai Putin è fermamente deciso a rilanciare ad ogni turno, l’unica speranza rimangono gli USA, non certo per perseguire una soluzione militare, ma per rendere credibile la resistenza ucraina e costosa militarmente l’aggressione russa, mentre le sanzioni economiche e l’isolamento internazionale potrebbero tagliare l’erba sotto i piedi in patria all’autocrate del Cremlino.
    Sempre più chiaramente l’obbiettivo di Putin si delinea: creare scompiglio e divisione all’interno dell’EU e tra EU e USA. Vedremo se gli europei abboccheranno all’amo.

  3. Purtroppo l’Ucraina come la si conosceva dal 1991 non c’è più. Ma, pur rischiando di passare per propagandista del Cremlino, credo che le cause del conflitto e degli enormi cambiamenti lungo le frontiere orientali dell’Europa non siano tutte ascrivibili all’azione di Mosca. I facili parallelismi con un passato non molto lontano (Monaco ‘38) tanto abusati negli ultimi mesi, non solo non aiutano a capire, ma forniscono una spiegazione semplicistica ad una situazione molto più complessa ed eterogenea. Premesso che non condivido le tattiche di Putin, credo altresì ci siano diversi piani di analisi e numerosi fattori strutturali che hanno contribuito al divampare dell’attuale crisi e a rendere molto più complessa la ricerca di una via d’uscita. Proprio per questo la politica delle sanzioni (per non parlare della possibile fornitura degli armamenti, che, con la dilagante corruzione all’interno dell’esercito e con battaglioni paramilitari di dubbia fede ideologica che scorrazzano un po’ per tutto il paese, non si sa nemmeno in che mani andrebbero a finire), in assenza di un concreto approccio strategico e di un dialogo “realista” con Mosca da parte di Bruxelles e Washington, continuerà ad essere piuttosto miope e per certi versi controproducente. Il tanto auspicato regime change ai vertici del Cremlino, inoltre, sembra pura fantasia. Il dissenso all’interno del circolo governativo (che effettivamente è presente) difficilmente riuscirà a trasformarsi in una vera e propria alternativa a Putin, anche perché i mesi di crisi sono serviti al presidente per fare una certa selezione tra gli uomini più vicini. Una buona maggioranza della popolazione nonostante l’aggravarsi della crisi economica è con lui, indiscutibilmente anche grazie al controllo statale sui media nazionali. E poi, chi ha detto che un eventuale sostituto di Putin, considerate le attuali relazioni con l’Europa e gli USA e la situazione interna alla Russia, sarà un partner più affidabile? La verità è che ci sono elementi strutturali rimasti irrisolti dagli anni ’90 sia a livello internazionale sia all’interno dell’Ucraina stessa. Forse la dismissione delle logiche geopolitiche in favore di un approccio “liberale” alla politica internazionale, secondo cui il nuovo sistema “postnazionale” e la pace in Europa si sarebbero potuti mantenere non tramite un delicato equilibrio di forze, ma tramite il giusto mix di “egemonia benigna”, promozione dei valori occidentali e della democrazia, si è rivelata frettolosa e inefficace. Credo che se si ha davvero a cuore la popolazione dell’Ucraina (cosa che i commentatori internazionali e i leader mondiali non mancano mai di sottolineare d’avanti alle telecamere), l’Europa (e gli USA) dovrebbero iniziare a ripensare (o a pensare per la prima volta) il ruolo dell’Ucraina all’interno delle relazioni Russia-UE-NATO e più in generale la strategia di sostegno alle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico, destinate purtroppo al fallimento se affrontate senza un piano politico coerente e lungimirante per il periodo post-rivoluzionario. Temo purtroppo, però, che la reciproca retorica abbia fatto ormai troppa strada e che l’Ucraina sarà destinata a pagarne le maggiori conseguenze ancora per lunghi anni.