TUNISIA: Presidenziali, 27 nomi (e nessun accordo) per il palazzo di Cartagine

Compromesso storico, “entente nationale”, grande coalizione. Se Essebsi non vince al primo turno sarà difficile fare a meno di Ennahdha per governare. Ecco cosa si gioca la Tunisia con il voto delle presidenziali.

Domenica 23 novembre 5 milioni di tunisini sono chiamati alle urne per il primo turno delle presidenziali. Non si tratta soltanto di eleggere il successore di Moncef Marzouki al palazzo di Cartagine. L’importanza del voto è legata a doppio filo alle legislative di un mese fa: Nidaa Tounis ha vinto, ma non ha ancora proposto la coalizione di governo né il nome del premier da insediare alla Kasbah.

La strada per la Kasbah passa da Cartagine

Per poter governare senza sorprese nei prossimi 5 anni, Nidaa deve distribuire in modo accorto i principali ruoli istituzionali fra i partiti che entreranno nell’esecutivo. Al di là dell’aritmetica da manuale Cencelli, quello che conta è allontanare i sospettialimentati da mesi – di voler occupare tutte le istituzioni, di riportare indietro la Tunisia all’epoca del partito unico.

La figura del presidente della Repubblica in un tale contesto è centrale per due motivi. La Costituzione di gennaio ha forgiato una sorta di semi-presidenzialismo dove la più alta carica dello Stato è in dialogo con il governo. Ha voce in materia di politica estera, sicurezza interna e difesa. Può rimandare in parlamento una legge, da approvare poi con maggioranza qualificata. Inoltre, l’elezione si svolge in due turni. Nidaa quindi ha tempo fino a inizio dicembre per indicare la squadra di governo. Intanto i comizi del suo candidato, Beji Caid Essebsi, sono molto affollati. Se lui dovesse andare al ballottaggio, è probabile che Nidaa ceda la poltrona del premier a un altro partito.

Dove finiranno i voti di Ennahdha?

Calcoli simili li fa anche Ennahdha, che ha perso le elezioni ma si sta rivelando sempre più indispensabile per governare il paese. Da mesi aveva rifiutato di presentare un proprio candidato alle presidenziali. Un po’ a sorpresa, in piena campagna elettorale, il direttivo del partito di Rashid Ghannoushi ha annunciato di non appoggiare ufficialmente nessuno dei nomi in lizza. I suoi elettori sono invitati a votare il candidato che trovano più affine.

Una strategia, quella di Ennahdha, che ha buone possibilità di risultare vincente. È difficile, infatti, che uno fra i 27 candidati al palazzo di Cartagine la spunti al primo turno. Così, per capitalizzare al massimo il risultato delle legislative e ottenere un posto nei ministeri-chiave, il partito islamista potrebbe mettere gli avversari di fronte all’evidenza che senza i suoi voti non si va da nessuna parte. E raggiungere quella entente nationale, ovvero l’ingresso al governo con Nidaa, che potrebbe scardinare la lettura della Tunisia come un paese spaccato in pro e anti islamisti.

Nessun nome comune per i partiti minori

I partiti minori intanto hanno provato a convergere su un unico nome, ma senza risultati. A due giorni dall’inizio della campagna elettorale, il 29 ottobre, Mehdi Ben Gharbia (Alliance Démocratique, AD) chiede ai partiti che si possono identificare in un “blocco social-democratico” di rinunciare ai propri candidati e di costituire un fronte comune. Ne farebbero parte, oltre ad AD che candida Mohamed Hamdi, Al Joumhouri (che propone Ahmed Nejib Shebbi) e Ettakatol (che supporta Mustafa Ben Jaafar, presidente uscente della Costituente).

Proposta poi allargata da Ben Jaafar a “tutti i partiti che sono stati bastioni contro la dittatura”. Rientrano quindi anche la Courante Démocratique di Mohamed Abbou (ex segretario del Congrès pour la Republique, CPR) e Moncef Marzouki, presidente della Repubblica uscente, presidente di CPR ma candidato come indipendente. Lo scopo sarebbe organizzare una coalizione centrista, che non finisca schiacciata fra i due giganti Nidaa e Ennahdha. Ma dopo giorni di trattative i piani sono crollati miseramente. Nessun accordo, solo un impegno di massima per riprovarci al secondo turno.

Foto: Nawaat

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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