BOSNIA: Elezioni politiche, vince l'istinto di conservazione

Le elezioni di domenica restituiscono l’immagine di una Bosnia-Erzegovina, nonostante tutto, ancora saldamente legata ai grandi partiti nazionalisti e ai gruppi di potere che l’hanno governata negli ultimi 15-20 anni. Mentre scriviamo questo articolo, lo spoglio non è ancora ultimato (mancano alcune sezioni e il voto postale) e soprattutto c’è da attendere il riparto dei seggi parlamentari, decisivo per comprendere le possibili maggioranze. I risultati, tuttavia, sono già chiari. Due i dati fondamentali: primo, la netta affermazione del Partito d’Azione Democratica (SDA, conservatore bosgnacco, guidato da Bakir Izetbegović) nella Federazione di BiH; secondo, la sostanziale tenuta di Milorad Dodik e del suo blocco di potere in Republika Srpska. Tenendo presente anche il chiaro successo dell’HDZ nella comunità croata, si tratta dei tre partiti che dominano la scena nei loro rispettivi campi etno-nazionali dal 1998 (a parte qualche interruzione).

“Statico” anche il dato dell’affluenza, che cala leggermente in termini relativi (54,14%, nel 2010 era il 56%), ma rimane praticamente inalterato in cifre assolute, in quanto sono aumentati gli iscritti al censo elettorale. Un dato, quindi, che testimonia senz’altro una profonda disaffezione per la politica ma senza segnare una rottura profonda con il passato, né con il resto della regione (Slovenia e Serbia hanno fatto peggio alle ultime elezioni parlamentari – 51% e 53%, contro il 61% della Croazia).

Federazione di BiH: vince Bakir, tracollano i socialdemocratici.

Bakir Izetbegović si conferma membro bosgnacco della Presidenza con il 32,61% dei voti. Già vinse nel 2010, ma con almeno 60.000 voti in meno. Staccati il magnate dell’editoria Fahrudin Radoncic (26,9%) e l’attivista Emir Suljagić del Fronte Democratico (15,6%), che covavano qualche speranza di vittoria. SDA è anche primo partito nel parlamento della Federazione di BiH (27,87%), dunque guiderà le coalizioni che proveranno a ottenere la maggioranza di governo sia a livello statale, sia dell’entità. Infine, è primo partito in 6 dei 10 cantoni (molto influenti, perché hanno ampia autonomia di competenze).

La vittoria dell’SDA è, concordano gli analisti, tipicamente d’apparato: SDA è un partito “classico”, fortemente radicato nel territorio e nell’amministrazione pubblica: i suoi principali avversari, tutti più aggressivi sulla scena mediatica ma meno presenti sul terreno, cercavano di fare leva su un messaggio di rinnovamento e anti-corruzione che mirava precisamente contro l’SDA, presente in quasi tutti i livelli di potere negli ultimi 25 anni. Eppure, proprio nelle elezioni che per la prima volta mandavano al voto anche i figli del “post-Dayton”, ha vinto l’unico partito bosgnacco che presenta ancora una continuità storica con la guerra degli anni Novanta. Ovviamente incarnata da Bakir, figlio di Alija Izetbegović.

Esce nuovamente sconfitto Fahrudin Radončić, editore del quotidiano Dnevni Avaz, che fu già secondo nel 2010. In campagna, Radončić ha puntato nuovamente su un discorso da “uomo nuovo”, rigeneratore e moralizzatore con tinte populiste (come il sostegno strumentale alle proteste di febbraio, apertamente sostenute dal suo quotidiano). Alle parlamentari, il suo partito, lo SBB, ha preso appena il 14,6%: ciò conferma che sul territorio è ancora troppo debole e limitato alla figura del leader. Esce ridimensionato anche il Fronte Democratico (DF), praticamente l’unica realtà nuova in queste elezioni. Il 12,7% ottenuto in Parlamento è un buon risultato, ma dal suo candidato presidenziale Emir Suljagić si aspettava forse qualcosa di più, visti gli ultimi sondaggi favorevoli. Negli ultimi mesi si parlava insistentemente di un possibile asse SBB-DF che prendesse le redini della Federazione a scapito dei “dinosauri” SDA e SDP (quest’ultimo, come vedremo, si è scalzato da solo); tuttavia, questi numeri non glielo consentiranno.

Chi invece siederà in maggioranza, quasi sicuramente, è l’HDZ: esponente tradizionale del nazionalismo croato e con un forte bastione nella regione dell’Erzegovina, ha facilmente conquistato la poltrona di rappresentante croato della presidenza. Dragan Čović (51%) che si è facilmente imposto su Martin Raguž, un candidato dal background più conciliante e meno rivendicativo; mentre Raguž appellava alla “Bosnia di tutti, multi-etnica”, Čović ha incentrato il suo discorso sulla maggiore autonomia per le zone croate dell’Erzegovina, cominciando da un’unica unità elettorale e, eventualmente, spingendosi fino alla “terza entità”. SDA, HDZ e alcuni partiti minori potrebbero riuscire a formare una maggioranza assoluta: dipenderà dalla ripartizione dei seggi e dall’andamento dei negoziati post-elettorali, che nel peculiare sistema consociativo bosniaco assumono enorme rilevanza.

E infine, due parole per i grandi sconfitti della giornata, i socialdemocratici (SDP), che passano dal 26% del 2010 (erano il primo partito) al misero 10,48% di oggi, il peggiore risultato della loro storia. L’SDP perde anche la maggioranza relativa nei quattro cantoni dove governava; significativo è il dato del Cantone di Tuzla, l’epicentro delle note proteste di febbraio, dove SDP crolla dal 30% al 13%. Tracollo anche nel cantone di Sarajevo, dal 24% al 9%. È un colpo forse decisivo alla leadership quasi ventennale di Zlatko Lagumdzija, oggi ministro degli esteri, accusato di una gestione autocratica e di legami con la corruzione. Lagumdzija probabilmente lascerà la guida del partito. C’è da dire, comunque, che la somma di SDP e Fronte Democratico (che è nato proprio da una scissione dell’SDP) non raggiunge il risultato dei socialdemocratici di quattro anni fa. Un dato inquietante per la Bosnia “civica”, quella che rifugge le etichette etniche; un campo in cui i socialdemocratici hanno rivestito, forse per troppo tempo, la parte di (quasi) monopolisti incontrastati. La loro rendita di posizione si è ora conclusa.

Republika Srpska: resiste il regno di Dodik

Referendum doveva essere, e referendum è stato. Pro o contro Milorad Dodik, era il significato delle elezioni in Republika Srpska (ne parlammo qui). La campagna nella seconda entità si era polarizzata aspramente, mandando alle estreme conseguenze lo scontro intra-etnico, che sembra quasi avere superato quello inter-etnico nei periodi pre-elettorali (la politica bosniaca è così divisa che i partiti hanno meno interesse ad attaccare quelli delle “altre” comunità, ma si concentrano soprattutto contro quelli della propria). E i risultati hanno rispettato le aspettative, risolvendosi in un testa a testa quasi all’ultimo voto. Per lo scranno serbo della Presidenza tripartita s’è imposto il candidato dell’opposizione unita, Mladen Ivanić, con un vantaggio di poco più di 1.000 voti su Željka Cvijanović, premier uscente e fedelissima di Dodik. Ma è una vittoria di Pirro per l’opposizione, perché la Presidenza dello stato conta decisamente meno, in termini di decision-making concreto, rispetto alla Presidenza della Republika Srpska (che è una carica separata, e anch’essa elettiva) o del Parlamento dell’entità. Ed è proprio Milorad Dodik in persona che è riuscito a imporsi come Presidente della RS succedendo a se stesso. Suo il 47% dei voti, contro il 45% di Ognjen Tadic, volto nuovo dell’SDS.

Nel Parlamento della Republika Srpska, il partito di Dodik (SNSD) e i suoi due principali alleati raggruppa circa il 48% dei voti; l’opposizione riunita al SDS, il 39%. Anche qui come in Federazione, decisivi saranno gli ultimi conteggi e la ripartizione seggi nelle singole circoscrizioni, ma al momento l’impressione è che l’asse di Dodik possa conservare il  suo potere senza fare troppe concessioni all’opposizione. Sarà da verificare anche il dato di Domovina, la coalizione di partiti non-serbi, fondata su iniziativa di Emir Suljagić (il candidato del DF), che avendo superato la quota del 3% entrerà in Parlamento e potrebbe addirittura fungere da ago della bilancia.

Vince lo status quo

Né le proteste di febbraio, né la frustrazione scaturita dalle drammatiche inondazioni di maggio, né la rabbia silente contro una classe politica arricchita e corrotta, sembrano avere trovato espressione alcuna nelle urne. “Hanno perso i cittadini”, commenta amaramente il filosofo Miodrag Živanović. Svariati i motivi, spesso collegati tra di loro: semplice assenza di alternative politiche, appiattimento dei programmi, enorme frammentazione dei partiti stimolata dalla gigantesca struttura istituzionale, pressioni familiari o professionali per condizionare il voto. Come dimostra Jessie Hronesova, politologa dell’Università di Oxford, ci sono così tanti partiti e liste elettorali che vi è un candidato politico in circa una famiglia su due: poiché spesso lavoro e iscrizione ad un partito sono legati, il voto diventa una scelta razionale, economica e socialmente vincolante, mandando all’aria aspirazioni “civiche” e prospettive di medio-lungo termine.

“Da una parte, è devastante pensare che dopo più di vent’anni i cittadini di questo paese si affidano allo status quo, a prescindere da quanto siano critici contro quelle stesse elites“, è il commento del politologo sarajevese Asim Mujkić, che pur senza troppe illusioni, vede una ultima speranza nel ruolo della comunita’ internazionale e nei cambiamenti in atto nella regione, soprattutto in Croazia e Serbia. “Dall’altra parte, consideriamo che il contesto è cambiato dagli anni Novanta. Tutti i paesi della regione con cui confiniamo hanno fatto certi passi avanti nell’integrazione europea, quindi adesso l’UE e gli Stati Uniti potrebbero ottenere dai partiti nazionalisti [bosniaci] quello che sono riusciti ad ottenere con i governi di Ivo Sanader in Croazia e di Aleksandar Vučić in Serbia”. Altri, pero’, non vedono con altrettanto favore una iniziativa rafforzata della comunità internazionale (e non va dimenticato che due dei principali vincitori delle elezioni di ieri hanno stretto nel tempo rapporti privilegiati al di fuori dei canali euroatlantici: Bakir Izetbegović con la Turchia di Erdogan, Milorad Dodik con la Russia di Putin). O più semplicemente non si aspettano alcuna iniziativa, dopo anni di fallimenti ed errori da una e dall’altra parte, ed ora che ci sono altre gravi crisi che minacciano gli equilibri europei. Difficile, infine, pensare che gli stessi partiti responsabili dello stallo attuale possano apportare soluzioni pratiche e definitive ai tanti nodi irrisolti nel paese (l’applicazione della sentenza Sejdic-Finci per il diritto delle minoranze a presentarsi alle elezioni, lo status di Mostar, lo scontro R. Srpska-Stato per la competenza amministrativa sull’anagrafe dei neonati o  sulla residenza dei cittadini, solo per citare quelli più noti).

Nel frattempo, è possibile (probabile?) che quella rabbia di cui sopra torni ad esplodere nel paese, agitato da diversi potenziali conflitti che non sono (solo) nazionali, ma (anche) sindacali, economici, generazionali. La generazione “post-Dayton” non si è ancora manifestata: quasi impercettibile nella primavera bosniaca (partecipò sì agli scontri di piazza, ma disertò del tutto le assemblee dei plenum e le ultime mobilitazioni); apparentemente assente in queste elezioni dominate dalla conservazione e dai vecchi simboli. Prima o poi, potrebbe dire la sua.

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Photo credit:  Izborna Komisija BiH

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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