Transiberiana, un viaggio nel cuore della Russia

Vladivostok-Ussuriysk, 24-08-2013 (sereno – instabile in quota, rovesci temporaleschi)     

La stazione ferroviaria di Vladivostok si trova sulla lingua di terra che chiude a ovest la Baia del Corno d’Oro. Un violento acquazzone ha lasciato un lungo e irregolare alone sull’elegante facciata giallo-ocra, proprio sotto l’enorme tetto a spiovente che protegge i tre archi al di là dei quali si aprono le porte di ingresso del corpo centrale dell’edificio: al suo interno, un grande atrio adibito a sala d’attesa. Il treno per Mosca è fermo sul quarto binario; i passeggeri si accalcano alla porta di ingresso di ogni vagone; i cuccettisti – due a carrozza – controllano i biglietti e i documenti di identità di ciascun viaggiatore.

Le vetture di terza classe sono al loro interno aperte; lo spazio è regolarmente suddiviso in compartimenti senza porte da una serie di pareti in plastica. In ogni scompartimento si trovano 4 letti, due sulla parete di destra e due su quella di sinistra. Altre cuccette sono sistemate lungo il corridoio. All’interno, l’aria è irrespirabile: l’umidità di Vladivostok, che durante l’estate si aggira intorno al 90%, si insinua, insieme all’odore di terra bagnata, all’interno del vagone; all’esterno, fra i vapori dell’acqua piovana che evapora, si intravvede una grande nave, bianca, surreale. Il porto è a pochi metri dalla stazione ferroviaria e ogni sera, al calar del sole, un traghetto si allontana dal molo, esce dalla Baia e, dopo essere passato sotto il Ponte Russkiy, si dirige deciso verso il Giappone.

Il treno invece va verso nord, verso il capoluogo dell’Estremo Oriente Russo, Habarovsk. Esce lentamente dalla città, prosegue lungo la costa che alterna spiagge di sabbia grigia a prati erbosi che si interrompono solo a contatto con le onde salmastre. All’orizzonte, verso l’interno, nubi cumuliformi bianche e rosse giganteggiano sospese, imponenti isole aeree che troneggiano su montagne invisibili. Laggiù è già Cina. Per l’intera notte, il convoglio seguirà la linea di confine, fra dolci colline ricoperte di lussureggiante vegetazione: tigli, aceri ma soprattutto cespugli e piante basse: raramente si incontrano centri abitati. La Russia orientale è per lo più disabitata. Di notte, i villaggi e le cittadine dell’Estremo Oriente si annunciano con un rosso fumo di nebbia, che si irradia nel cielo oltre le colline. Passano diversi minuti prima che la linea ferroviaria incroci i lampioni delle periferie e le prime abitazioni, in mattoni rozzi, dal tetto ondulato in amianto. Le stazioni sono piccole, lunghissimi convogli merci aspettano che il treno passeggeri oltrepassi il segnale di ingresso per riprendere la corsa verso il centro della Russia e verso Mosca: trasportano legname, nafta, carbone; in testa, le gigantesche locomotive elettriche ronzano cupe. Per qualche minuto, un merci e il passeggeri si affiancano silenziosamente, esanimi, come ansimanti, spossati dai chilometri percorsi. All’improvviso, i vagoni del merci si muovono con uno strattone, i respingenti si allontanano l’uno dall’altro e il treno si scuote rumorosamente, svegliando i viaggiatori del treno accanto, che nelle loro cuccette si erano già assopiti. Durante il giorno, quando gli espressi a lunga percorrenza sostano per più di dieci minuti, sui marciapiedi che costeggiano le rotaie anziane signore con la testa coperta da un fazzoletto vendono cibarie e bevande: disposti su banchetti provvisori, polpette, pomodori, uova sode, carote e patate bollite attirano l’attenzione dei passeggeri e dei cani randagi, magri come chiodi, che si aggirano guardinghi fra i binari, impauriti dalla presenza degli esseri umani.

In una di queste stazioni, a Ussuriysk, salgono anche Katya e la sua famiglia.

Ussuriysk-Habarovsk, 24-25 agosto (bassa pressione, pioggia)

Katya e Vladimir hanno trent’anni e due figlie gemelle di quattro anni, che si sistemano prontamente sulla cuccetta superiore. Tornano dalle vacanze, hanno trascorso qualche giorno al mare e poi hanno fatto visita ad alcuni parenti a Ussuriysk. Le bambine guardano con attenzione un cartone animato sul computer portatile, mentre i genitori tolgono dalle valigie cibarie di vario genere e una bottiglia di vodka. Katya è di statura piuttosto bassa, pingue; ha i capelli rossi e lunghi raccolti sulla nuca da un fermaglio di plastica. È estremamente aperta, comunicativa, ha una voce squillante e ride spesso; la sua voce sembra un fiume in piena, la risata una cascata d’acqua che si infrange sulle rocce. Vladimir è invece più riservato, beve incessantemente vodka e accompagna ogni sorso con uno spicchio di mela. Siede sulla cuccetta a petto nudo, ha una lunga cicatrice sull’addome. Lo sguardo duro, gli occhi piccoli e neri, incute timore. In realtà è estremamente gentile, lavora ad Habarovsk come piccolo imprenditore, ha aperto anni fa una ditta che produce porte e infissi. Katya racconta delle ultime vacanze al mare, del fatto che solo negli ultimi anni la sua famiglia ha conquistato un benessere tale da potersi permettere i viaggi e la villeggiatura estiva. Il marito annuisce, mentre con i denti sguscia dei piccoli semi di girasole. “Merito di Vladimir Putin – asserisce Katija – e dei governi dell’ultimo decennio”. Dal compartimento accanto, si affaccia una signora dalla sguardo stanco, nonostante gli occhi brillino di un azzurro intenso; i capelli lunghi e castani lasciano intravvedere una sfumatura grigia alla radice, vicino alla fronte, lì dove la ricrescita smaschera la tintura. Vive a Irkutsk e torna anche lei da una breve vacanza balneare sul Mar del Giappone. Il marito è morto alcuni anni fa, il figlio è un noto avvocato moscovita e la figlia si è recentemente separata perché il suo compagno beveva ed era violento. “Tempo fa – asserisce la signora di Irkutsk – Vladimir Putin si è improvvisato sommozzatore e si è immerso nel lago Baikal; peccato che sia riemerso. Ma che meriti può avere Putin, la corruzione impera ovunque, Mosca controlla ogni rublo e fa l’elemosina alle periferie…”. “La corruzione c’era anche prima – ribatte convinto Vladimir – anche durante il periodo sovietico. Io so solo che adesso è possibile viaggiare, che posso permettermi di comprare dei vestiti decenti e che potrò far studiare le mie bambine”. “Da quando Putin è al governo gli stipendi sono duplicati”, aggiunge Katya con uno sguardo serio. La discussione politica lascia il posto a tematiche più personali, i treni russi somigliano a dei confessionali e in certi casi agli studi degli psicologi: ognuno parla di sé e dei propri problemi più intimi.

La notte è ormai calata, le luci nel vagone si sono spente, nessuno va più verso il “samovar”, il boiler che si trova all’ingresso della carrozza e che fornisce acqua calda per il te o per la zuppa liofilizzata. I passeggeri sono disturbati dalla voce squillante di Katya ma non protestano. Nervosi, si rigirano nella propria cuccetta. Presto anche Katya si addormenterà, vinta dalla stanchezza. La pioggia tamburella sul tetto del treno in corsa. All’alba, all’arrivo ad Habarovsk, Katya e il marito lasciano in fretta e silenzionsamente il vagone, con le bambine ancora addormentate in braccio. Fuori, la città è un immenso lago: a causa delle abbondanti precipitazioni, il fiume Amur ha rotto gli argini ed è straripato. Chilometri di campi sono sott’acqua, la peggiore alluvione degli ultimi due secoli nel Lontano Oriente Russo. Il treno corre senza problemi sull’alta massicciata e, visto dall’esterno, sembra una lunga nave d’acciaio che naviga a filo d’acqua.

Habarovsk-Ulan Ude, 25-27 agosto  (alta pressione, sereno)

La pioggia cessa non appena il treno vira con decisione verso est, verso l’immensità della Siberia. Kubat è salito ad Habarovsk, ha sistemato la propria cuccetta con precisione militare: le lenzuola ben distese sul materasso sottile e la coperta ripiegata verso la parete del compartimento, a lasciare lo spazio necessario per sedersi. Kubat è kirghiso, è stato diversi mesi nel capoluogo dell’Estremo Oriente Russo ospite del fratello. Torna a Novosibirsk, il figlio e la moglie lo attendono da tempo. Kubat ha anche un’altra moglie e altri due figli che vivono a Istanbul. Si divide fra le due famiglie, le mogli si rispettano a vicenda e si sentono regolarmente al telefono; la poligamia (maschile) fra i musulmani non è vissuta come un problema. Kubat si lamenta per la sporcizia lasciata sul pavimento dalla famiglia di Katya: gusci di semi di girasole, la bottiglia di vodka ormai vuota dimenticata in un angolo, sul pavimento macchie appiccicose di succo di frutta. Il vagone, in realtà, viene pulito due volte al giorno dai due cuccettisti, che fanno turni di 12 ore ciascuno: sono studenti che, per mantenersi all’Università, passano l’estate lavorando sui treni. Il loro compito è quello di mantenere pulita la carrozza, controllare che tutto sia in ordine fra i passeggeri, vendere bustine di te e merendine a chi non ha portato da casa tutte le vivande necessarie ad affrontare il lungo viaggio.

A Novosibirsk, Kubat fa l’autista di “marshrutkte”, vale a dire di quei furgoni – simili ai Ducati della Fiat – che nelle città dell’ex impero sovietico fanno concorrenza al trasporto pubblico. Kubat non ha una propria “marshrutka”, lavora sotto padrone. Fra i capelli corti, di colore castano scuro, fa capolino qualche pelo bianco. Kubat ha un viso sincero, ovale, il sorriso schietto svela un incisivo d’oro. Si sdraia su un fianco e guarda per ore il paesaggio, muto, il gomito appoggiato sul letto e la mano destra a sorreggere la testa. Il sole inonda la steppa, verde con rare macchie gialle di erba secca. A nord, le betulle e i pini alti e slanciati segnano l’inizio della taiga. La regione è collinare, il treno fa ampie curve e spesso sembra tornare sui propri passi, indeciso ma allo stesso tempo veloce. Le ruote scorrono sui binari con un battito regolare e metallico. Di tanto in tanto, all’interno del treno dal finestrino si affacciano ampi pascoli su cui sono come appoggiati vacche e cavalli. Rari contadini raccolgono il fieno e i villaggi sono composti da case in legno, con grandi parabole a captare i segnali dei satelliti che percorrono gli ampi cieli siberiani, trasparenti e azzurri, nelle ore più calde solcati da piccoli cumuli bianchi. L’umidità di Vladivostok è ormai solo un lontano ricordo. “Difficile vivere qui – dice all’improvviso Kubat, quasi parlando da solo – i vecchi campano coltivando patate e vendendo legname, i giovani se sono fortunati trovano lavoro a Irkutsk o a Vladivostok, altrimenti devono andare fino a Novosibirsk se non a Mosca”. Masha, che ha occupato la cuccetta su cui aveva dormito Katya, lo guarda con interesse e non dice nulla: Irkutsk è la sua città natale, dove tuttora vive e dove sta tornando dopo essere stata ospite del proprio fidanzato in un villaggio a pochi chilometri da Habarovsk. Lo sguardo serio e compunto, il viso lungo racchiuso da una cornice di capelli biondi, raramente sorride; vent’anni, troppo matura per la sua età, pensa già al matrimonio; anche il ragazzo, Sasha, che viaggia con lei, è biondo. Il suo viso ha tratti assai delicati e quasi femminili. Tacere è la loro virtù. Lei ricama un motivo floreale su un fazzoletto, lui legge una grammatica giapponese, in preparazione all’anno accademico ormai alle porte: entrambi sono iscritti all’ultimo anno della Facoltà di Lingue Straniere di Irkutsk, dove si sono anche conosciuti. Lungo il corridoio, fra i raggi del sole che entrano dai finestrini come una lama e migrano sul pavimento del vagone a mano a mano che il treno cambia direzione, fa capolino un bambino seminudo, bianchissimo, con un caschetto biondo: è Artiom, che corre e urla contento di potersi muovere liberamente. All’improvviso, da chissà quale carrozza, dietro di lui compare un ragazzo alto, in canottiera bianca; i tratti leggermente orientali, la pelle olivastra, i capelli corti e una piccola cicatrice vicino al naso. Maxmidov ha 27 anni, è uzbeko, di Fergana, lavora ad Habarovsk come aiuto muratore. È dovuto partire all’improvviso, gli hanno comunicato che la mamma è malata ed è ricoverata in ospedale. Arriverà a Tashkent fra 6 giorni, dopo una breve sosta a Novosibirsk in attesa della coincidenza; poi dalla capitale uzbeka ancora una notte di viaggio verso la Valle di Fergana, al confine con il Kirghizistan. Si ferma a parlare con Kubat, è socievole, ha voglia di chiacchierare. Io gli chiedo se è vero ciò che in quel momento sto leggendo sul romanzo di Dina Rubina “Dalla parte soleggiata della strada”, e cioè che in Uzbekistan gli uomini non possono fare a meno dei locali da tè. Prende il libro in mano, riesce a stento a compitare le lettere e poi chiede a Kubat di leggergli ad alta voce il passo in cui si parla degli Uzbeki. Masha e Sasha si guardano imbarazzati, Maxmidov è semianalfabeta. Kubat legge lentamente e chiaramente, Maxmidov annuisce sorridendo. Poi si allontana, contento di aver potuto scambiare due parole con gente giovane. “È sempre così – dice Kubat sdraiato, mentre guarda fuori dal finestrino –  se tua madre è davvero malata non ti dicono niente per non farti preoccupare. Se ti telefonano e ti dicono che tua madre sta poco bene, vuol dire che non c’è più nulla da fare: arrivi e dalla stazione ti portano direttamente al cimitero. Tua madre è già sepolta”.

Vera è cresciuta nella Tashkent postbellica, dove molti russi riparavano durante la Seconda Guerra Mondiale. Ricorda ancora la via Karl Marx, lungo la quale si passeggiava la domenica e dove era possibile incontrare tutti i conoscenti; la Casa degli Ufficiali, dove sua madre andava a ballare al prezzo di un rublo. Ricorda anche la musica delle vie di Tashkent: all’alba la voce del lattaio, “Маллë-ко-у!”, “Latte”, urlato in russo con accento uzbeko, a metà mattina quella del vecchio che raccoglieva oggetti usati; e ancora, il rumore della lama dei coltelli che venivano affilati nelle piccole botteghe del centro, il venditore di pannocchie abbrustolite, la signora ebrea che offriva per poche monete prelibati sciroppi alla menta e ad altri gusti quasi sconosciuti, una rarità a guerra appena terminata, solo gli ebrei sapevano come procurarsi certe leccornie… L’ultima volta che lasciò il paese natale per trasferirsi definitivamente in Russia, trent’anni fa, il mandorlo era in fiore e nei cespugli profumavano le viole.

Ulan Ude-Jekaterinburg, 27-29 agosto (sereno – bassa pressione)

Il Baikal è uno dei laghi più grandi del mondo. Il treno corre lungo la sua la sponda meridionale, l’acqua cristallina bagna le spiagge di pietra grigia ed è assolutamente trasparente. Il lago compare dopo Ulan-Ude, il capoluogo della Repubblica Autonoma della Buriatia, in cui vive una popolazione di origine mongola. Una signora magra, dai capelli nero-bianchi e dal viso smunto, passa per i vagoni e vende il pesce tipico del Baikal, l’omul. Secco, affumicato, si mangia a poco a poco con le mani, dopo aver tolto a una a una le numerose spine. Pasha, un ragazzo alto, dal sorriso largo e gentile a denotare un invidiabile equilibrio fra cuore e intelligenza, compra un omul per sé e per Theresia, la giovane tedesca che siede a gambe incrociate sulla propria cuccetta e scrive alacremente i propri appunti di viaggio su un taccuino blu. I due parlano sommessamente, in tedesco, mentre spinano il pesce appoggiato su un foglio di giornale. Di tanto in tanto alzano lo sguardo per scrutarsi e sorridono per un istante, prima di riabbassare imbarazzati e confusi gli occhi sul cartoccio che contiene il pesce. Pasha è stato pochi mesi fa a Berlino ed è rimasto colpito dall’ordine delle città tedesche. Studia diritto all’Università di Irkutsk, il suo viaggio da Vladivostok è quasi terminato; ha appena il tempo di chiedere a Theresia un contatto elettronico; ha trovato troppo tardi il coraggio di avvicinarsi a lei.

La stazione ferroviaria di Irkutsk, in cui il treno si ferma una quarantina di minuti, ha la facciata azzurra ed è sulla sponda sinistra del fiume Angara. I passaggeri scendono, salutano coloro che sono arrivati e che abbandonano il vagone. Kubat aiuta Masha e Sasha, i due fidanzati, a far scendere le valigie: le scale del vagone sono molto alte e scomode. Maxmidov corre a comprare le sigarette, torna e scherza allegro con gli altri passeggeri; racconta di una ragazza conosciuta in seconda classe che lo ha baciato poco fa, nell’atrio della stazione. Purtroppo lei è ormai a destinazione, la loro storia è finita prima di cominciare. Succede spesso in Russia, sui treni a lunga percorrenza. Mi chiede delle donne italiane, vuol sapere se sono di facili costumi e se è vero che raramente sono bionde. All’improvviso si fa serio, lo sguardo vaga fra il cielo e la facciata della stazione ma è chiaro che gli occhi sono lontani, persi in un orizzonte lontano, forse già nel cielo di Fergana. Di colpo rivolge le pupille nere, impenetrabili verso le mie, inarca le sopracciaglia e con un’espressione grave e addolorata chiede: “I morti in Italia li bruciano oppure li seppelliscono?”.

La steppa prende il sopravvento sulla taiga al di là dello Jenisei e della città di Krasnojarsk (L’acqua pesante non scorre verso il mare. Il proscritto s’è inoltrato nella steppa, al di là dello Jenisei. Cantiamo silenziosamente da quest’altra parte del fiume, a stento sentiamo noi stessi: un tozzo di pane e una scorza di terra). Erba alta, gialla, tronchi di betulle mozzate dal gelo invernale e dal peso della neve, cieli purissimi d’azzurro metafisico interrotto solo da piccoli cumuli bianchi che di tanto in tanto nascondono il sole. Il Capitano conosce alla perfezione ogni angolo della steppa, racconta la storia di ogni villaggio. Originario di Novosibirsk, ha fatto il servizio militare a Vladivostok, nella marina; al termine degli obblighi di leva, si è imbarcato come motorista su una nave mercantile, da cui è sceso solo 20 anni dopo, quando, a seguito del crollo dell’URSS, la flotta è stata in gran parte privatizzata. Regolarmente viene chiamato da ditte private e naviga ancora, per lo più nei mari del nord. “Ormai non è più come una volta. Le paghe sono molto basse, certe volte non vale neanche la pena accettare l’impiego offerto. Mesi e mesi in mare aperto su una nave rompighiaccio, lontano dalla famiglia e dagli amici… I giovani non vogliono più lavorare come marinai, preferiscono trovare un posto in un ufficio, a Vladivostok o a Mosca. È più sicuro, più tranquillo. Da un lato li capisco, dall’altro però non cambierei la mia vita con la loro. Ho visto tutto il mondo, dal Brasile al Giappone al Sud d’Africa. La città più bella è Venezia, un sogno, abbiamo attraccato al Lido nel 1984… Eravamo esotici, russi, venivamo dall’est, dal blocco comunista; la gente ci ha accolto con curiosità e affetto; quella mattina c’era il sole, l’acqua del Canal Grande luccicava”. Calvo, magro, la barba ispida, una cicatrice sulla guancia destra, il Capitano ha perso quasi tutti i denti a causa di una malattia delle gengive. Dimostra almeno 70 anni, ne ha 54. Conosce a perfezione la steppa dove è cresciuto come i mari e gli oceani che ha navigato; ha conseguito appena la licenza elementare ma la sua cultura è amplissima, spazia dalla meccanica alla fisica, dai venti alle correnti marine, dalla botanica alla storia. Ha letto molto sulla nave, la sera, quando non c’è nulla da fare e la libertà, assediata dall’acqua salmastra, diventa una schiavitù insopportabile. Nei suoi occhi azzurro scuro, con impercettibili sfumature verdi, si rispecchiano ancora i porti da cui è salpato e le genti incontrate. Anche lui scende a Novosibirsk, insieme a Kubat. Sorridono, salutano i pochi passeggeri che non si sono ancora addormentati. Kubat ha fretta di arrivare a casa e di rivedere suo figlio, che probabilmente già dorme, data l’ora tarda. Ad attendere il Capitano c’è invece la figlia, una donna che indossa uno spolverino rosso e che abbraccia lungamente il padre. La notte è stellata, fa freddo.

La bassa pressione si annuncia appena lasciata Novosibirsk e la pioggia sorprende il treno che è ancora notte; nessuno si chiede più che ora è, già dopo due giorni di viaggio gli orologi – che continuano a scandire il tempo di Vladivostok – non servono più a nulla. A mezzanotte è ancora giorno, il cielo si colora d’alba alle 11 antimeridiane.

Le nubi si diradano con le prime luci del mattino e il sole si riaffaccia a Omsk: l’aria è fresca, pulita, senza odore; spira un vento freddo dal nord, simile al “Borino” che nei giorni autunnali accarezza l’adriatico e fa increspare l’acqua salmastra e la schiena delle ragazze che passeggiano ancora vestite d’estate lungo il Corso di Fiume. Il confine con il Kazakistan è vicino, la steppa si estende fino a Bishkek e alle montagne del Kirghizistan; le recenti piogge hanno lasciato larghe pozze d’acqua ai piedi della massicciata; enormi camion corrono lungo la ferrovia, su strade non asfaltate, e alzano nuvole sbiadite di polvere marrone. I campi sono coltivati, per lo più a cereali. Il treno scivola facilmente verso Jekaterinburg, il centro industriale che segna il confine fra Asia e Europa. Gli Urali sono vicini, con i loro villaggi, ancora una volta in legno e con le colline agrodolci che il treno supera grazie a lunghi viadotti e a oscure gallerie. Il paesaggio è antropizzato, le distese selvagge e deserte della Siberia sono lontane, perse oltre gli Urali. È già Occidente.

Jekaterinburg-Mosca, 29-31 agosto (velato – bassa pressione, pioggia)

“Rose a nascondere l’abisso”

Nel suo viaggio verso Mosca, il treno attraversa le Repubbliche autonome della Ciuvascia e del Tatarstan: boschi di betulle corteggiano la massicciata, fra le case basse dei villaggi dai tetti in amianto spuntano bassi minareti in legno, quasi tutti colorati di verde. Solo dalla nuova stazione di Kazan, che si trova fuori città ed è stata costruita in occasione delle Universiadi del 2013, è possibile vedere palazzi altissimi, nuovi e splendenti. Appena lasciata alle spalle la città, le betulle si alternano a campi incolti, dove troneggiano pompe petrolifere e carcasse arrugginite di automobili. Marat è tataro; dopo una vita burrascosa ha trovato pace negli insegnamenti del Buddismo, di cui è uno studioso. La figlia è ormai grande, vive a San Pietroburgo, lui viaggia, segue i suoi maestri e vive di borse di studio e di piccoli lavoretti. Approfondisce alacremente la dottrina buddista, è stato a Ulan Ude dove c’è una scuola estiva di Buddismo famosa in tutto il mondo e trascorrerà i prossimi mesi a Mosca. Una camicia azzurra, i pantaloni a quadri neri e rossi, parla con gli altri passeggeri dei suoi studi e della sua religione, di cui spiega i precetti senza alcuna intenzione di imporli agli altri. In lui è assente ogni spirito missionario; dai suoi occhi trapela solo la voglia di pace, pace interiore a ogni costo. Lo ascolta con attenzione Kristina, 25 anni, di Irkutsk. Il viso magro, gli occhi di un azzurro slavato, Kristina torna a Mosca dopo le vacanze estive passate con la madre nella città natale. Studia recitazione nella capitale, non tornava a casa da due anni. È allegra e aperta. Ha le labbra sensuali, gli incisivi leggermente inclinati verso l’interno della bocca. Sorride spesso; ogni sorriso, ogni movimento, ogni sguardo è leggero e delicato, la voce calma e ferma. Quando sua madre ha saputo di essere incinta, il fidanzato si è rifiutato di assumersi le proprie responsabilità; la donna, ancora molto giovane, ha avuto un esaurimento nervoso e Kristina è passata sotto la tutela dei nonni, due amabili persone ma molto anziane: il tribunale dei minori non ha permesso loro di continuare a occuparsi della nipote; a sei anni Kristina è stata affidata all’orfanotrofio di Irkutsk. Per anni ha sperato e creduto che la madre sarebbe tornata a prenderla, ma gli altri bambini la schernivano, le davano dell’ingenua; i più sensibili le consigliavano, a sera, sdraiati sulle brande del dormitorio, di non illudersi e di dimenticare i genitori. Dopo tre anni la madre è tornata davvero: la legge russa impone al genitore che vuole riavere la patria potesta sui propri figli di trovare un impiego. La mamma di Kristina, con molte difficoltà, ha trovato un lavoro dignitoso e un nuovo compagno. La bambina è così tornata a casa, dove ha vissuto fino all’età di 18 anni, quando è riuscita a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Mosca, indirizzo recitazione. Probabilmente, sul palcoscenico riesce a vivere un passato migliore rispetto a quello reale. Kristina racconta la sua storia senza pathos, guardando negli occhi Marat e Ljuba, una ragazza di San Pietroburgo di ritorno da un viaggio in Mongolia. La notte scende lentamente sulla Russia europea, ancora poche ore e il treno arriverà a Mosca. Le luci del vagone si spengono, Marat accende una piccola pila elettrica, la appoggia vicino a una bottiglia di plastica e l’acqua contenuta all’interno rifrange la luce fin sul finestrino, su cui colano di traverso grosse gocce d’acqua piovana. (Le mani si intrecciano leggermente, le braccia si sfiorano e le gambe si accostano lievemente, il contatto è leggero e violento come le ruote del locomotore che sprizzano scintille leggere quando scorrono sui binari. Ma bisogna aspettare, bisogna parlare, far finta che il mondo sia vero, far finta che il treno sia un treno e non pura follia lanciata nel nulla. Soltanto più tardi, soltanto nel neon che scioglie i contorni le braccia si intrecciano – si indietreggia ancheggiando, ci si sposta di fianco – le bocche si fondono, l’acqua di pioggia è saliva, saliva che scorre, il treno si scuote e cuce i contorni, e l’acqua è di vetro, e il vetro si fonde, si attacca al binario, e il binario non frena, aumenta indistinto –  sul desiderio insoddisfatto).

Le luci del vagone si accendono che è ancora notte fonda. Fra una quarantina di minuti il treno arriverà a Mosca, bisogna utilizzare la toilette per tempo, prima che chiuda per motivi igienici. I passeggeri, assonnati e distanti, restituiscono le lenzuola e le tazze da tè al cuccettista. Il treno arriva a Mosca, alla stazione Kazanskaya, sferzata da una pioggia battente, già autunnale. Marat aiuta i passeggeri a portare le valigie fuori dal vagone che lentamente si svuota. Sotto la volta coperta da una cupola di vetro e acciaio, la stazione brulica di facchini e di persone in attesa di amici e parenti. Il locomotore viene prontamente staccato dal resto del convoglio. Kristina si avvia verso l’uscita con uno zaino enorme sulle spalle. La pioggia ha ripulito l’aria di Mosca dall’afa estiva: i lampioni brillano bianchi sui palazzi del centro cittadino, giù giù fino alle luci arancioni del Cremlino e della piazza rossa; l’atmosfera è di cristallo, la pioggia è chiara e senza odore. Gli enormi edifici sovietici simili a torri dalla punta con la stella rossa risaltano nitidi sullo sfondo di nubi rosse e nere che corrono verso est e frastagliano l’orizzonte. Sulle scale che portano verso la metropolitana, non ancora in servizio, c’è solo Margarita, una scialba ragazza di ritorno da Uljanovsk, dove ha trascorso le vacanze, con una valigia per lei troppo grande. Presto riprenderà a lavorare come segretaria in uno studio da commercialista, ma il suo più grande desiderio è quello di fare la scrittrice e di vivere in Italia.

Solo nelle notti di pioggia di settembre e solo ai viaggiatori stanchi, Mosca, città severa, dà l’illusoria certezza che i sogni diventeranno realtà.

Chi è Christian Eccher

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