Dal Kazakistan all’Ucraina, la Russia in crisi?

In una recente intervista, Vladimir Putin si è lasciato andare a delle dichiarazioni molto forti, a proposito di un tema che nulla sembrerebbe avere a che fare con la questione ucraina, vale a dire il nazionalismo kazako. Eppure quanto dichiarato dal presidente russo riveste un particolare interesse anche per quanto accade oggi in Ucraina, ma anche per l’intero scenario geopolitico internazionale. Quello che bolle in pentola è molto probabilmente legato all’Unione Eurasiatica, che dovrebbe vedere la luce il 1° gennaio 2015. Per poter affrontare il tema premessa necessaria è l’uscita dalle dinamiche di tifo da stadio che stanno caratterizzando la (bassa) qualità di molti analisti odierni.

La premessa di cui sopra non è a caso, visto che gli stessi Stati Uniti, ed il loro seguito mass mediatico, tendono a liquidare l’Unione Eurasiatica come una riedizione dell’Unione Sovietica, forse nella speranza di tornare ai fasti della guerra fredda. Tale Unione non è che un accordo di integrazione economica, in uno spazio economico eurasiatico, comprendente al momento Russia, Kazakistan e Bielorussia ma che vede partecipi in veste di osservatori paesi come l’Armenia, il Tagikistan, il Kirghizistan e l’Ucraina. L’obiettivo è arrivare ad una integrazione politica, come dimostra l’esistenza di una Commissione comune ai paesi membri e modellata sull’esempio della Commissione Europea.

Kiev ha visto un lungo corteggiamento da parte di Russia, Bielorussia e Kazakistan affinché entrasse nell’Unione, in quanto il suo potenziale economico risulterebbe assolutamente rilevante. Una delle origini dell’attuale situazione ucraina risiede nel no all’Europa da parte del governo Yanukovich, un no molto apprezzato da Mosca. L’Ucraina si trova quindi ad essere spartiacque tra due progetti molto simili tra loro: l’Unione Europea e l’Unione Eurasiatica, senza contare la sua importanza strategica dovuta al passaggio delle condotte che portano il gas russo in Europa.

Ma il Kazakistan? Tornando all’intervista di Putin l’elemento più rilevante è stata la denuncia della paura della crescita del nazionalismo nel sud del Kazakistan, ossia quella parte del paese non abitata da russi. Mosca ha spesso usato la minaccia di una secessione del settentrione kazako come arma di pressione verso Astana. Il fatto che tali parole giungano in concomitanza con la crisi ucraina non sembra essere causale. Il nazionalismo, definito nazismo, è infatti una delle critiche che la Russia rivolge contro l’Ucraina; c’è forse da aspettarsi un movimento secessionista filorusso in Kazakistan?

Di sicuro il colosso centroasiatico ha cercato un allentamento dei suoi legami con Mosca, sia rivolgendosi verso Pechino, che verso l’Unione Europea, temendo di essere danneggiato economicamente dal pieno sviluppo della politica doganale voluta da Mosca. Altro elemento certo è la preoccupazione della Russia per la successione di Nazarbayev, padre-padrone del Kazakistan. La questione del cambio al vertice degli autocratici regimi centroasiatici potrebbe infatti essere una delle grandi questioni che si porranno a breve termine.

La Russia sembra essere attraversata da numerosi problemi proprio alla vigilia del varo della sua più importante creazione. Quello che molti analisti non vedono è che forse la Russia non sta attuando una politica “espansionista”, ma al contrario si stia richiudendo in una posizione difensiva, nonostante la sua crescente influenza nei confronti di alcuni territori strategicamente fondamentali, come l’est dell’Ucraina. Mosca ha basato le sue fortune sulle esportazioni di gas, tuttavia gravata da una realtà obsoleta, e costosa, come Gazprom e la necessità di trovare nuovi giacimenti, a partire dall’Artico. In quest’ottica il recente accordo con la Cina è di un’importanza fondamentale.

La Cina, osservatore nell’Unione Eurasiatica , è un partner per Mosca ambiguo, con il grande vantaggio di essere un acquirente di gas, quindi molto più libero di cambiare fornitore. La Russia infatti non riesce a delineare, forse non con tutte le colpe, le sue relazioni con l’Unione Europea. La conseguenza è una politica russa impossibilitata ad essere di lungo termine, se non appunto in un’ottica di ripiegamento in attesa dello sviluppo degli eventi. La Cina inoltre ha in corso un’intensa attività diplomatica con gli Stati Uniti, in vista della risoluzione delle controversie nel continente asiatico, quelli stessi Stati Uniti che continuano a vedere Mosca come un nemico, nella speranza che i paesi europei facciano lo stesso.

Cina, Stati Uniti e Russia sono accomunati inoltre dal vedere una grave minaccia nel fondamentalismo islamico, nello stesso momento in cui l’Asia Centrale risulta essere l’anello debole dell’Unione Eurasiatica con il Kirghizistan in vista di ripensamenti (forse temendo l’impatto di un’integrazione economica con paesi nettamente più forti), ed il Tagikistan bloccato proprio dal freno kirghiso, non avendo infatti confini diretti con gli altri membri dell’Unione. Per Mosca la questione è di non poco conto per via del poroso confine tagiko-afghano da cui transitano droga, fondamentalismo e molti altri problemi.

L’Unione Eurasiatica è un progetto a cui stanno guardando anche diverse nazioni insoddisfatte dall’inconcludenza europea (e dalla sua troppo stretta amicizia con l’Azerbaigian), come l’Armenia, oppure, in ottica di sviluppo commerciale (e di scudo anticinese), come il Vietnam. Tuttavia, nonostante la tendenza di molti a vedere una rinascita dell’Unione Sovietica, la Russia di oggi ha una politica molto più pragmatica ed interessata alla soluzione delle problematiche di casa propria, da qui un’attenzione particolare a quanto accade ai suoi confini. I tempi sono cambiati e la crisi colpisce tutti, anche le superpotenze.

Chi è Pietro Acquistapace

Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

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2 commenti

  1. Mah, non ho capito e non so se non ho capito perché sono tonto o perché è un testo per arrampicarsi sugli specchi….. Definire simili EU e Euroasiatica mi sembra molto strano. La seconda è il lato oscuro della prima, la sua tragica caricatura. Tanto per dirne una.

  2. Direi che il paragono non ha alcuna consistenza. L’EU, nel bene e nel male, ha già una storia di 30/40 anni, Unione Eurasiatica non è ancora partita! E con i recenti “malumori” kazaki (e anche bielorussi) non è proprio detto che partirà.
    Inoltre la filosofia di base dell’Eurasia è un furbesco travestimento dell’idea di una zona di influenza politico-economica stile guerra fredda o hitleriano Lebensraum, non certo una concertazione di partners che liberamente cercano di costruire una destino politico comune.
    La Shanghai Cooperation Organization o i BRIC(ST) sono più vetrine per la Russia che veri canali operativi: in entrambi sicuramente Putin non può aspirare che ad un ruolo di comprimario a fianco di partecipanti del calibro della Cina o dell’India.
    Insomma l’Eurasia è la classica “scatola di sapone” per millantare un’evidenza alle aspirazioni neoimperiali della superpotenza che Putin sogna per la sua Russia.
    I Giochi di Sochi sono stati l’apice dello standing internazionale della Russia putiniana sia in campo politico che economico, un partner corteggiato e ascoltato in qualsiasi contesto. Dopo sei mesi Puti si trova isolato, in stato d’assedio prima ancora che economico e politico, di mentalità, con una economia sempre più in affanno, una popolarità da capogiro, ma con i fantasmi afgano e ceceno che condizionano pesantemente l’opzioni militari, una deriva autoritaria sempre più evidente, assente e ininfluente nella grande sfida del radicalismo islamico, impantanato in una guerricciola nel cortile di casa che alla lunga non può portare nulla di buono, a baloccarsi con Transnistie ed Abkazie e con il fiato di 1450 milioni di cinesi sul collo della Siberia.
    L’Eurasia è la faccia pacifica delle minacce guerrafondaie (“La Russia è uno dei stati nucleari più potenti al mondo. Meno male che a nessuno viene in mente di entrare in conflitto su larga scala con noi.”), quasi che Putin si sia spazientito che USA e EU non avessero preso sul serio la Grande Russia e i suoi “bisogni”.
    Oggi come oggi il grosso pericolo è quel SU LARGA SCALA: sembrerebbe che il partito della guerre al Cremlino sia disposto a correre l’alea della attacco atomico ridotto, un paio di capitali “minori”, Varsavia, Bucarest, Breslavia o Kyiv, nella convinzione che il resto dell’Europa e gli USA non “moriranno per Varsavia (o Kyiv)”.
    Vedremo le prossime mosse del gangster con revolver al tavolo di poker.

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