Carcere per chi fa abusivamente il giornalista. Una vergogna in nome del diritto

Il Senato ha deciso di inasprire le pene per coloro che svolgono la professione di giornalista in modo abusivo, ovvero in violazione dell’articolo 348 del codice penale. Le nuove misure introdotte prevedono il carcere fino a due anni, una multa che varia dai diecimila ai cinquantamila euro, e la confisca delle attrezzature utilizzate. La proposta di legge n. 2281 dei senatori Marinello, Ruvolo, Mazzoni, Torrisi e Pagano dovrà essere ora esaminata dalla Camera probabilmente entro l’autunno. La speranza è che la Camera comprenda l’assurdità di questa proposta. Una proposta che testimonia, una volta di più, la distanza che intercorre tra il legislatore e la realtà. Una proposta che colpisce non solo per l’assoluta inadeguatezza di fronte all’attuale condizione del giornalismo italiano, ma soprattutto per le intenzioni punitive.

Albo e Ordine, da organi di tutela a enti autoreferenziali

Ma chi sono gli “abusivi”? Sono tutti coloro che scrivono su un giornale (o ci lavorano dentro) senza essere iscritti all’Albo dei Giornalisti, e quindi all’Ordine professionale. In Italia esiste, dal 1925, un Albo dei Giornalisti che fu il risultato delle lotte sindacali degli addetti all’informazione. Dal 1963 esiste l’Ordine dei Giornalisti, nato per disciplinare la professione. Albo e Ordine nascono, insomma, a tutela del giornalismo (e non dei giornalisti che possono essere perseguiti in caso di errori o malafede) e della libertà di espressione attraverso un sistema di regole che il professionista deve rispettare. Oggi però l’Ordine è diventato un ente autoreferenziale, incapace di portare avanti le necessarie battaglie, troppo spesso piegato alla politica e quindi, in un paese dove i politici sono editori, si viene a creare un terribile corto-circuito che relega il nostro paese ai gradini più bassi negli indici di libertà di stampa.

L’intenzione era quella di proteggere l’indipendenza del giornalismo…

Attenzione, l’articolo 348 del codice penale c’era già, e prevedeva “la reclusione fino a 6 mesi o con la multa da 103 a 516 euro”. L’intenzione era quella di evitare l’esercizio abusivo della professione, garantendo una categoria – quella dei giornalisti – ma anche i lettori, che avrebbero così potuto leggere il giornale consapevoli che quella che veniva loro fornita era informazione di qualità, prodotta da professionisti del settore garantiti da leggi che ne proteggevano la libertà intellettuale. Un problema grave si pone infatti quando colui che svolge la professione di giornalista non ha garanzie sulla propria libertà di pensiero e può venire licenziato se non scrive quello che l’editore vuole che si scriva. In tal senso gli “abusivi” erano (e sono) più ricattabili. Anche da questo ricatto deriva il depauperamento della professione. La ratio della legge era dunque quella di proteggere l’indipendenza del giornalismo.

… ma l’indipendenza non c’è più comunque

Oggi più che mai il problema dell’indipendenza è centrale e l'”abusivismo” non ne è la causa. I giornali italiani appartengono infatti a potentati politico-economici che, attraverso i media, indirizzano e influenzano l’opinione pubblica per fini personali o di parte. L’indipendenza è già andata a farsi benedire così. E poco conta che il contratto nazionale di categoria consenta al giornalista di non scrivere quel che non pensa, o di rifiutare la firma: di fatto i giornalisti sono lavoratori dipendenti e fanno quel che viene detto loro. Soprattutto oggi che la crisi sta falcidiando migliaia di posti di lavoro.

Questa legge punisce “l’abusivismo” per garantire ai giornalisti iscritti un posto di lavoro che altrimenti potrebbero trovare occupato da un non iscritto, impiegato al suo posto poiché meno costoso (e, molto spesso, sfruttato): un giornalista professionista costa all’azienda moltissimo a causa di un contratto di categoria che, a sua volta, non tiene conto del mutato contesto economico. Guadagnare meno, guadagnare tutti potrebbe essere lo slogan per una categoria che voglia rinascere dalle sue ceneri facendosi più inclusiva.

Il giornalismo, la rivoluzione digitale e i fondi pubblici

Punire “l’abusivismo” è quindi inutile e fuori luogo. Il giornalismo sta cambiando, è sotto gli occhi di tutti. Le aziende giornalistiche tradizionali crollano, i giornali giacciono invenduti nelle edicole, la pubblicità ha notevolmente ridotto i propri investimenti. Nascono nuove voci, esperimenti indipendenti, che richiedono professionalità diverse dal semplice “scrivere” e che si compongono, spesso, di persone non iscritte all’Ordine. Ecco gli abusivi: sono quelli che cercano, in modo davvero indipendente, di raccontare la realtà senza pressioni politiche, fuori da potentati. Queste persone non vengono in alcun modo tutelato né lo Stato – che fa le leggi per punire gli “abusivi” – fa nulla per favorire il giornalismo digitale che pure creerebbe molti posti di lavoro, favorendo il ricambio generazionale (molti giornalisti delle grandi testate non sanno accendere un computer). E’ noto ai più che, in questo momento e con queste regole, il giornalismo digitale si destinato al fallimento economico.

Lo Stato versa, ogni anno, più di 5 milioni di euro di denaro pubblico per finanziare giornali nient’affatto indipendenti (su tutti l‘Avvenire e L’Unità) e non dà un quattrino al giornalismo online. Quando lo fa – e fin qui lo hanno fatto solo alcune Regioni – i requisiti sono così stringenti (assunzione di giornalisti professionisti, una redazione composta da un certo numero di persone, un certo numero di praticanti) che di fatto occorre avere alle spalle un’azienda giornalistica già avviata e finanziata. Inoltre il modello proposto è sempre lo stesso: bisogna essere iscritti all’Ordine.

I finanziamenti pubblici sono una cosa molto importante, e chi li contesta non comprende che senza di essi l’informazione sarebbe nelle mani dei grandi imprenditori, monopolio assoluto di una oligarchia di potere. I fondi pubblici servono a garantire il pluralismo anche se oggi questa mission è tradita: redistribuire i fondi pubblici alle piccole testate digitali garantirebbe un reale pluralismo. Allora avrebbe senso che lo Stato (i cittadini) finanziassero il pluralismo esattamente come finanziano l’istruzione o la sanità. L’informazione è un bene comune.

Ma invece che interrogarsi su questi  temi, il Senato pensa a misure punitive nell’assordante silenzio dell’Ordine dei Giornalisti che tutela solo i suoi iscritti e non si cura minimamente del giornalismo in senso più ampio.

Il problema della selezione. Più democrazia e meritocrazia

Certo, delle regole ci vanno. E ci vanno perché – come si è detto sopra – il lettore ha il sacrosanto diritto di leggere un’informazione libera, professionale, deontologica. Per questo ci va una selezione, e per questo ci va un’esame vero e duro – non come quello in uso oggi, assolutamente farsesco.

Ci va una selezione perché altrimenti gli editori continuerebbero a giocare al ribasso, pagando poco persone poco qualificate, o sfruttando quelle qualificate perché intanto “fuori c’è la fila”. Nel momento in cui l’informazione, anche grazie allo sviluppo del giornalismo digitale, dovesse essere sottratta ai grandi potentati, allora l’Ordine smetterebbe di avere un senso e si metterebbe in moto un meccanismo di selezione interna, fondato sulla qualità, esattamente come negli altri paesi europei. Un giornalista moderno deve sapere di diritto ed economia, deve sapere utilizzare i nuovi media e i suoi vari linguaggi, deve avere un’alta concezione del proprio compito che è – nientemeno – servire i cittadini. Ovviamente deve avere una formazione adeguata e di alto livello, parlare le lingue, avere uno spirito cosmopolita. Sapere condurre indagini e inchieste. Ma come misurare tutto questo?

Oggi esistono le Scuole di Giornalismo, idea che fu di Pulitzer. Esse possono essere il giusto strumento di formazione, in modo da togliere ai giornali (cioè agli editori) il monopolio all’accesso alla professione, ma devono essere gratuite: ovvero pagate dallo Stato. Le Scuole, per come sono oggi, garantiscono l’accesso alla professione solo ai figli dei ricchi. L’accesso alle scuole dovrebbe essere legato solo al merito. Il giornalismo ha bisogno di tutti, da tutte le estrazioni sociali, per essere davvero plurale e non essere, a sua volta, un’oligarchia. I pubblicisti, in questo sistema, non esisterebbero più poiché si formerebbe un’unico gruppo di persone qualificate capaci di competere nel mercato dei media. Naturalmente resterebbe la possibilità di scrivere sui giornali per esperti di altre discipline ma i “commentatori” e gli “analisti” non sono giornalisti.

Le ipotesi possono essere molte su come rinnovare la professione, l’importante è che si garantisca equità nell’accesso e selezione meritocratica. L’abuso della professione allora avrebbe un senso: chi non è formato, chi non ha i requisiti, chi non è stato selezionato, chi non ha superato l’esame di Stato, non può fare il giornalista: questo a tutela del lettore e del cittadino che pagherebbe con le sue tasse per un’informazione indipendente e di qualità. In tutto questo l’Ordine dovrebbe essere un ente di tutela del giornalismo, dei lettori come dei giornalisti, capace di fare pressione sui governi e che abbia anzitutto a cuore la deontologia. Se l’accesso alla professione fosse democratico e meritocratico non ci sarebbero più scuse per nessuno: come non tutti possono fare il medico, non tutti possono fare il giornalista. A pagare, però, non dovrebbe essere tanto “l’abusivo” quanto “l’abusante”, ovvero l’editore che per risparmiare ricorre a persone non competenti distruggendo la professione. Utopia? Di sicuro, almeno finché esisteranno i senatori della Repubblica che non sanno accendere un computer e i loro omologhi dell’Ordine che tacciono conniventi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

Leggi anche

Contro la chiusura di Radio Radicale

La nostra redazione si schiera in difesa di Radio Radicale, contro l'ingiusta chiusura di un patrimonio dell'informazione pubblica italiana.

2 commenti

  1. luigi Bevilacqua

    Io non sarei contrario alla lotta all’abusivismo che è giusta, piuttosto cercherei di migliorare la proposta aggiungendovi elementi per elevare la professionalità del giornalista e al contempo consentire una informazione più trasparente. Spesso leggo giornali noti e meno noti e spessissimo quelli online, ebbene alcuni articoli sono scritti con i piedi e denotano una obiettività che rasenta lo zero o come diceva in Bel.Amì si scrive a casa inventandosi come realmente sono avvenuti i fatti. Chi le scrive era già iscritto in un albo ma per un cavillo ha dovuto rifare un esame per il passaggio in un albo contiguo avendo all’attivo oltre 25 anni di professione e al contempo incontra moltissimi abusivi che non hanno controlli di nessun genere, poiché vi sono poche verifiche e poca propensione a rivolgersi ai professionisti. Sono ex PF ora Mediatore creditizio. Luigi Bevilacqua

Privacy Preference Center