RUSSIA: Gazprom chiude i rubinetti ad ovest, per aprirli verso est

Mosca interrompe le forniture di gas all’Ucraina

Lo aveva minacciato a più riprese e dalla mattina del 16 giugno le minacce sono diventate realtà. Gazprom ha annunciato, allo scadere dell’ultimatum che intimava di onorare i propri debiti, di aver sospeso le forniture di gas per l’Ucraina a seguito del fallimento delle trattative tra Russia ed Ucraina, con la mediazione dell’Unione Europea. Mosca chiedeva il pagamento immediato di 1,95 miliardi di dollari a parziale copertura dei debiti che ammonterebbero a 4,46 miliardi accumulati negli ultimi mesi. Da ora in poi Gazprom si è resa disponibile a fornire gas all’Ucraina solo a fronte del pagamento anticipato, annunciando inoltre di voler ricorrere alla Corte Arbitrale di Stoccolma per veder riconosciute le proprie pretese.

Rischi per l’Europa?

L’inverno è lontano, e quindi la popolazione europea ed ucraina non dovrebbero subire particolari contraccolpi, sempre che la disputa si componga velocemente. Gazprom ha garantito che continuerà a fornire il gas ai paesi europei, così come previsto dagli accordi di fornitura, e che spetterà all’Ucraina rispettare gli accordi assunti (in particolare il contratto TKGU del 19 gennaio 2009 tra Naftogaz Ukraine e OAO Gazprom) che impongono il divieto di prelievo di gas. Mosca nel frattempo ha pensato di mettere le mani avanti comunicando alla Commissione Europea la possibilità che le forniture subiscano delle disfunzioni: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Il commissario europeo all’energia, Guenther Oettinger, ha spinto fino all’ultimo affinchè le due parti trovassero un accordo ed ha suggerito anche soluzioni che però non sono state accettate da Mosca. A quanto pare l’opera di mediazione di Bruxelles, considerato il coinvolgimento europeo nella crisi ucraina, sembra più d’intralcio che di utilità. Intanto sul territorio ucraino continua a passare circa il 15% di tutto il gas consumato in Unione Europea, una percentuale di grande rilievo nonostante gli sforzi russi, e non solo, di bypassare quest’area (vedi North Stream e South Stream). Da menzionare che situazioni simili, che avevano tenuto col fiato sospeso, e con i riscaldamenti al minimo, tutta l’Unione Europea erano già accadute nel 2006 e nel 2009 quando c’erano state le due precedenti “guerre del gas” tra Kiev e Mosca. Non c’è due senza tre.

Intanto Mosca guarda ad Est

Il 21 maggio scorso Alexei Miller e Zhou Jiping,in rappresentanza di Gazprom e della China National Petroleoum Corporation, hanno firmato un accordo che è stato definito dallo stesso Presidente russo il “più grande di sempre”. Per quanto buona parte dei dettagli siano segreti, è possibile menzionare alcuni dati che rendono l’idea di cosa si tratti.
La Russia si impegna, a partire dal 2018, a fornire annualmente alla Cina almeno 38 miliardi di metri cubi di gas naturale per una durata minima di trent’anni. Aleksei Miller ha precisato che il valore totale del contratto si aggira attorno ai 400 miliardi di dollari, senza specificare il prezzo del gas che tuttavia l’Interfax ha indicato tra i 350 ed i 380 dollari per migliaia di metri cubi. Una cifra prossima a quella che in media pagano gli Stati europei (380,5 dollari per migliaia di metri cubi stando a Bloomberg), a fronte però di infrastrutture già presenti e di costi di produzione inferiori. Si, perché allo stato attuale il gasdotto che dovrebbe trasportare tutto questo gas non esiste ancora, e le due aree estrattive in Siberia orientale, Chayanda e Kovykta, non sono ancora operative. Putin ha annunciato che proprio per questo verranno fatti degli investimenti massicci sia da parte russa, che investirà circa 55 miliardi di dollari, sia da parte cinese che ne sborserà circa 20. Questo faraonico gasdotto si chiamerà “Forza della Siberia” ed attraverserà buona parte della Siberia orientale per arrivare sino a Vladivostok: in tutto 4000 chilometri.

La Russia volta le spalle all’Europa?

Questo accordo si inserisce in un tentativo di guardare ad est che Putin persegue da ormai molti anni. Ma l’Europa rimane il primo partner indiscusso della Russia, anche nel momento in cui questo accordo andrà a regime. I 38 miliardi di metri cubi di gas che la Russia si impegna a fornire sono molto inferiori rispetto ai 161,5 che nel 2013 sono giunti in Europa, a dimostrazione che l’Europa si mantiene un partner fondamentale. Tuttavia a partire dal 2018 la Russia potrà decidere dove inviare il proprio gas in eccesso e soprattutto in fase di rinegoziazione dei contratti potrà avere una posizione di notevole forza. Non è impensabile che si verificheranno aste per ottenere il gas russo, anche se le fonti energetiche alternative, si chiamino gas di scisto, gas naturale liquefatto, o energie alternative, rendono il futuro energetico altamente incerto. Putin ha scelto di rischiare.

La crisi ucraina ha qualche connessione con le nuove linee strategiche del Cremlino?

Sono circa dieci anni che andava avanti la trattativa tra Russia e Cina ed è quindi difficile pensare che sia una coincidenza che si sia finalizzato tutto in questi giorni. Inoltre qualche calcolo porta a pensare che la Russia non trarrà benefici economici e che quest’operazione verrà ammortizzata dopo svariati anni che sarà a regime, sempre che il costo degli idrocarburi rimanga su valori simili a quelli attuali. Ecco quindi che il Cremlino ha deciso di accettare condizioni economiche che fino a pochi mesi fa non sarebbero state prese in considerazione (la cifra di cui si parlava come accettabile era prossima a 400 dollari per migliaia di metri cubi) proprio per dare un segnale forte ai partner occidentali. Anche l’approvazione di un ponte sul fiume Amur, per anni il confine invalicabile tra Russia e Cina, dimostra simbolicamente la volontà di Putin di rafforzare i rapporti con il potente vicino asiatico. Un problema finora sottovalutato è la capacità economica di sostenere queste nuove azioni portate avanti dal Cremlino. L’annessione della Crimea, le sanzioni da parte occidentale, gli accordi sotto costo o di dubbio ritorno economico, gli ingenti investimenti per lo svolgimento delle olimpiadi invernali di Sochi 2014, i mondiali di calcio del 2018, il continuo incremento delle spese militari se da un lato fanno pensare ad un tentativo di consolidamento del proprio ruolo di potenza mondiale, dall’altro fanno sorgere dubbi sulla capacità economica di reggere a tali politiche. Putin sembra voler cambiare passo: le casse dello Stato sapranno stargli a dietro?

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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2 commenti

  1. Nell’articolo ci sono diverse imprecisioni. In primis la questione delle spese pubbliche: nel 2012 il rapporto debito/PIL della Russia era del 12,2% (http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_public_debt), che in confronto ai tassi di Europa e America sono spiccioli. Inoltre va detto che le infrastrutture che servono a trasportare il gas per la Cina possono essere usate anche per trasportare metano in altri Paesi, Giappone e Corea in primis (in Giappone c’è già chi preme per un gasdotto Sakhalin – Hokkaido). Il ritorno economico non ci sarà subito, ma ci sarà, e questa è una logica da investitori. Il gas di scisto è più costoso di quello tradizionale di 1/4 – 1/3, e in ogni caso non riuscirà a sostituire le importazioni dalla Russia, dalla Norvegia e dai Paesi arabi (http://temi.repubblica.it/limes/lo-shale-gas-degli-usa-si-inchina-allaccordo-tra-russia-e-cina/62702); l’unica possibilità è data dall’Iran, e in questo l’offensiva dell’ISIL capita proprio a fagiolo (sempre che gli States non intervengano direttamente, perché i risultati di un intervento americano in Iraq sarebbero un nuovo Vietnam e un maggiore odio dei Musulmani sunniti). Infine non si considera il fatto che, se non dovesse succedere una catastrofe, tra qualche anno la posizione della Russia sarà più forte di quella attuale, non più debole. Dopotutto il suo vettore orientale sarà nettamente più sviluppato di quanto non lo sia attualmente, e inimicarsi la Russia significa portarla tra le braccia della Cina (come junior partner, certamente, ma non dobbiamo dimenticarci che Cina più Russia uguale fine della primazia americana). E allora chi parlerà più di gay e Pussy Riot?

  2. Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.
    Direi che questo è il miglior commento a tutto questo parossistico attivismo putiniano, che oltre ad aver dimostrato agli europei che, se non fanno i bravi, la Russia ha tanti e disinteressati amici, e ha anche chiamato a raccolta le tremende forze economiche e politiche dell’Eurasia, sotto specie bielorussa e kazaka.
    Per il momento i russi e i cinesi hanno firmato una montagna di buoni propositi, promesse e paroloni di circostanza. Dal 2018, se si troveranno enormi finanziamenti, se si riuscirà a sfruttare le nuove aree estrattive, se si riuscirà a costruire il Power of Siberia, se non succederà niente di negativo e se tutto andrà bene…
    Direi che quello che sta succedendo allo South Stream dovrebbe insegnare qualcosa, lasciamo perdere la Bulgaria, ma c’è voluta una visita lampo di Lavrov per convincere la Serbia (!!!) a “dichiarare” che il gasdotto è “ancora” negli interessi serbi… e che “inizieranno” i lavori…
    Tre anni sono lunghi, vedremo cosa succederà.
    Putin, per quanto riguarda i rapporti con la Cina, sembra che stia ribaltando il tradizionale approccio russo di diffidente sospetto, pensando forse di poter giocare il dragone cinese contro la decadente Europa e i maturi yankees. Mah… continuo a pensare che 1350 milioni di cinesi pesino differentemente di 143 milioni di russi…
    Inossidabili fans ritengono Putin il grande statista del ponte eurasiatico, dalla parti del Padiglione dell’Eterna Armonia magari cominciano a considerarlo il primo governatore cinese delle nuove provincie europee “al di là degli Urali”.

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