Svezia e Finlandia verso la NATO? Gli effetti collaterali della dottrina Putin

Il comportamento della Russia di Putin, nel 2008 in Georgia e nel 2014 in Ucraina, sembra aver soffiato nuova vita nel corpo della NATO, organizzazione nata come alleanza militare difensiva e rimasta senza un chiaro scopo dopo la fine della Guerra Fredda. A seguito di un decennio di operazioni “fuori teatro” (Kosovo, Afghanistan, Libia), la Nato del post-2014 guidata dal norvegese Stoltenberg sembra rimettere di nuovo al centro il valore centrale dell’organizzazione: la difesa del territorio degli stati membri in caso di attacco esterno, in base all’art. 5 del Trattato Nord Atlantico.

Entrare all’interno di una organizzazione militare difensiva di sicurezza collettiva torna così ad essere la strategia principale di bandwagoning per quei piccoli stati che non hanno fiducia in vicini molto ingombranti, come fu nel 1999 e 2005 per i paesi d’Europa centrale ed orientale. Da questo punto di vista, i prossimi anni potrebbero vedere un allargamento della NATO a nord-est, oltre all’attuale procedura d’allargamento verso i paesi dei Balcani (Montenegro e Macedonia in primis).

La Finlandia verso la Nato? Se ne discuterà ad Helsinki nel 2015

Alexander Stubb, attuale ministro degli affari europei della Finlandia, ha vinto nei giorni scorsi il congresso del partito Kokoomus (“Coalizione nazionale”, centrodestra). Stubb, 46 anni e una formazione al Collegio d’Europa, sostituirà a breve il premier uscente Jyrki Katainen, per il quale si prevede un posto nella nuova Commissione europea a Bruxelles.

Stubb, politico dallo stile giovanilista per gli standard nordici, adepto di twitter, blogger, editorialista ed accanito sportivo, è considerato in Finlandia e a Bruxelles un europeista, nonostante le sue posizioni non siano certo buoniste (arrivò a sostenere che l’eurozona dovesse applicare i principi darwiniani di selezione naturale, con le economie più forti in diritto di dare direttive alle più deboli)

Ma, ciò che è più interessante, Stubb è da tempo uno dei pochi politici finlandesi apertamente favorevoli all’abbandono della tradizionale politica di neutralità e all’ingresso della Finlandia nella NATO. “Dobbiamo cercare di massimizzare la sicurezza nazionale della Finlandia ed essere presenti laddove si prendono le decisioni; il miglior modo è di essere un membro della Nato,” ha sostenuto.

In effetti, Helsinki è ormai anni luce lontana dal paese neutrale e non allineato, sottoposto ai diktat di Mosca in politica estera secondo la formula della “finlandizzazione“, a cui la Guerra Fredda l’aveva consegnata come realpolitik di sopravvivenza dopo che la Finlandia era riuscita a mantenersi indipendente e a respingere l’aggressione sovietica nel 1939. Con l’ingresso nell’Unione europea nel 1995, e una crescente cooperazione civile e militare con le strutture atlantiche, Helsinki nega oggi di dover dare spiegazioni a Mosca per le sue decisioni di politica interna od estera. “La Finlandia non pretende più di essere un paese neutrale,” dichiarava ad aprile  il ministro della difesa Carl Haglund.

Pauli Järvenpää, ricercatore dell’International Centre for Defense Studies, ha dichiarato alla Slovak Daily Pravda che “se il partito conservatore di Stubb sarà il primo partito dopo le elezioni dell’aprile 2015, potremmo aspettarci di vedere l’adesione alla Nato all’interno del prossimo accordo di coalizione di governo per il 2015-19”. Stubb sa che una mossa del genere ha bisogno di un forte sostegno popolare. Attualmente, solo, il 30% dei finlandesi è d’accordo con l’ingresso nella NATO, ma il 54% si dice d’accordo se diventasse un’obiettivo del governo.

Inoltre, il governo dovrebbe ottenere il beneplacito del Presidente della repubblica, Sauli Niinistö, notoriamente freddo sulla questione. Già nel 2009 il presidente Vanhanen sostenne che la conseguenza della guerra in Georgia dovesse essere un approfondimento delle relazioni con la Russia piuttosto che un avvicinamento alla NATO. Mosca ha dato segnali molto negativi all’idea di un ingresso di Helsinki nell’organizzazione nordatlantica. L’inviato personale di Putin, Sergey Markov, ha acccusato la Finlandia di estrema “russofobia” e suggerito che ciò potrebbe costituire la miccia di una terza guerra mondiale, in un tentativo di riaffermare il controllo di Mosca sulla politica estera di Helsinki secondo l’ormai desueta formula della finlandizzazione.

Il dibattito in Svezia: la neutralità è ancora sostenibile?

Ma l’adesione della Finlandia alla NATO non sarebbe una questione solo interna di Helsinki. Cambiando gli equilibri strategici nel Baltico, richiederebbe un parallelo dibattito nella vicina Svezia. Secondo quanto riferito da Nicholas Aylott, professore alla Södertörn University di Stoccolma, alla Slovak Daily Pravda, “sarebbe molto improbabile che la Finlandia aderisca alla NATO senza che la Svezia faccia lo stesso, e la questione dell’adesione alla NATO in Svezia è attualmente in sonno. Una maggioranza a favore probabilmente esiste all’interno dei governi di centrodestra di entrambi i paesi, ma il principale partito svedese, i Moderati, non è interessato a spingere su una questione tanto controversa. Inoltre, i socialdemocratici torneranno al governo con tutta probabilità dopo le elezioni di settembre 2014, e non vorranno mettere la questione di un’alleanza militare di traverso rispetto alla loro coalizione con i Verdi e la Sinistra, qualunque cosa avvenga ad est. Perciò, se la Finlandia volesse davvero aderire alla NATO, dovrebbe farlo senza coordinamento con la Svezia; ciò è possibile, ma mi sembra improbabile.” Anche in Svezia, la popolazione resta maggioritariamente contraria all’ingresso nella NATO (50% contro 31%).

Ma anche in Svezia il dibattito sul posizionamento internazionale sembra riaccendersi. Da una parte, per via di rivelazioni che mostrano come, anche durante la Guerra Fredda, la Svezia avesse un accordo informale di cooperazione con la Nato in caso di aggressione sovietica. Dall’altra parte, per via del dibattito avviato dalla rapporto “Possiamo davvero difenderci?” dell’accademia militare svedese. Secondo il generale Sverker Göranson, la Svezia sarebbe in grado di difendersi per non più di una settimana, in caso di attacco militare russo, in particolare se venisse occupata l’isola di Gotland. “In caso di attacco, dovremmo comunque fare affidamento su un aiuto esterno”, concludeva Göranson. Meglio quindi pensare direttamente a far parte di un’alleanza militare difensiva internazionale? L’esempio dell’Ucraina e della crisi in Crimea e nel Donbass sembra mostrare ai paesi nordici come sulle questioni della difesa prevenire sia meglio che curare. 

Foto: usarmyeurope_images, Flickr

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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5 commenti

  1. Davide ma come è possibile paragonare la situazione che si è venuta a creare in Ucraina, con quella dei paesi nordici? La Russia a convissuta per secoli con l’Ucraina (quella centrale e orientale). Le popolazioni che vivono nel bacino del Donbass o sono russe o russofone. I confini usciti dall’implosione dell’Unione Sovietica, erano confini interni di uno Stato. Ma oggi come è possibile pensare che la Russia possa minacciare od invadere Stati quali la Finlandia o la Svezia? E’ interesse sia della Russia che soprattutto dell’Ucraina trovare un accordo. Ma cero i bombardamenti aerei su Slaviansk e la fuga di migliaia di persone non sono certo un buon viatico.

  2. Condivido l’articolo. La questione ucraina ha mostrato come il governo di Mosca persegua in politica estera i dettami del l’euroasiatismo fondato sul predominio russo. Lo smembramento dello stato ucraino a cui mira putin attraverso un massiccio intervento militare in corso da parte russa r cecena con utilizzazione dells popolazione ucraina dell’est comr scudi umsni il terrorismo nei confronti dells popolazione civile e una sapiente campagna propagandistica militare che attribuisce all’esercito ucraino crudeltà inesistenti come attestata da organismi onu fa il paio con il fomentare le minoranze russe in altri stati come quelli baltici e la Finlandia dopo avere destabilizzato la moldova con la questione della transnistria e siutato e foraggiato i partiti c.d. euroscettici ad indebolire l’ue. Con questi chiari di luna vi è una corsa a mettersi sotto la protezione nato. In ucraina la guerra finirebbe in un baleno se i militari russi lasciassero libera quella xona del paese da loro occupata illegalmente

  3. O più semplicemente delle pressioni yankee?

  4. Gent. Maurizio

    dire che le la popolazione del Dombass è russa o russofona e affermare che i confini attuali delle Repubbliche ex-sovietiche erano “confini interni di uno stato” mi sembra sbagliato.

    Anzitutto perché l’Unione Sovietica era una federazione in cui Mosca imponeva la sua sovranità a popoli che non la volevano e/o non erano russi: lettoni, lituani, estoni, bielorussi, ucraini, georgiani, armeni, azeri, kazachi, kirghisi, uzbeki, tatari, aleutini, sami, etc… Sono d’accordo che i confini di oggi possano non corrispondere del tutto con la distribuzione etnica su un dato territorio da parte di queste popolazioni ma è anche triste pensare che popolazioni differenti non possano convivere nello stesso stato.

    Nel caso dell’Ucraina, credo che converrà che gli ucraini non sono russi. E i russofoni dell’Ucraina? Dipende dal loro “sentimento”, ne conosco che non si sentono russi anche se parlano russo. Ogni individuo sceglie la sua identità, non la determiniamo noi né le cartine geografiche disegnate dai potenti di turno.

    Prendiamo il caso di Donetsk, quarta città dell’Ucraina, più di un milione di abitanti e oggi “capitale” dei separatisti. A Donetsk il 48% della popolazione è russofono (ma non sappiamo se si ritengano russi o ucraini) e il 46% è ucrainofono. Donetsk non è quindi così “russa” come lei sostiene al punto che, quando è stata fondata, lì non c’era molta gente e quelli che c’erano erano in buona misura ebrei, non russi. Nel 1869 l’imprenditore gallese John Hughes, padrone dei giacimenti carboniferi della zona, la fondò con il nome di Yuzovka. Venne poi chiamata Hughezovka e buona parte della popolazione era composta da immigrati dal Galles e tale rimase fino alla Guerra Civile russa. Poi, grazie ai giacimenti, e soprattutto a seguito della ricostruzione post-bellica, arrivò molta gente a vivere e lavorare: ucraini, russi, bielorussi in primis. Donetsk non è “russa da secoli”.

    Se dobbiamo guardare ai secoli, ai confini che si spostano e alla storia che cambia, allora rivendico la gallesità di Donetsk.
    Un saluto, Kaspar

  5. Direi che al di là delle risposte formali (adesioni o riposizionamenti interni e internazionali), quello che comunque è cambiato è il clima. Anche quelli che non lo vogliono ammettere, credo che si rendano conto che la Russia di Putin ragioni con altri parametri rispetto a quelli a cui eravamo abituati dopo la caduta del muro: si parla di spazio russo (in passato l’avevano chiamato “spazio vitale”), di proiezione internazionale(alias politica di prestigio), di ponte euroasiatico (alias “missione storica”), di diritto di intervento in paesi vicini (“zone di influenza”) ecc.
    Categorie e armamentario ideologico che credevamo relegato nei libri di storia. Nemmeno il confronto USA/Cina o Occidente/fondamentalismo islamico li utilizzano. E non si tratta nemmeno di un caso specifico di “micronazionalismo”: la “protezione” dei russi “ovunque” all’estero è solo un pretesto, non certo una motivazione.
    Non per niente la politica neoimperialista putiniana ha fatto risorgere l’utilità dello strumento principe della guerra fredda, la Nato. Temo che questo repêchage di tipici elementi dell’ 800 e 900 non prometta niente di buono, sarà sufficiente la funzione della NATO di deterrente o il giocatore di poker del Cremlino vorrà “vedere” il confronto armato? E Putin sarà in grado di dominare questa tempesta di ultranazionalismo vociante e guerrafondaio che ha sollevato?

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