KOSOVO: Completare, demolire o trasformare? La cattedrale della discordia

Il Kosovo andrà presto ad elezioni anticipate, per verificare i rapporti di forza all’interno della maggioranza di governo. E, complice il clima pre-elettorale, si riaccendono vecchie polemiche. In particolare, si discute di nuovo su cosa fare della Chiesa di Cristo Salvatore, cattedrale ortodossa iniziata a costruire negli anni ’90 su un terreno dell’università di Pristina e mai completata. Un’intervista radiofonica del primo ministro Hashim Thaçi ha sollevato dubbi sulla possibilità che l’edificio venga demolito.

Dal progetto di Milosevic al cantiere aperto nel centro di Pristina

La vicenda è ingarbugliata, tanto a livello storico quanto legale. Durante la Jugoslavia socialista, con le restrizioni alla libertà religiosa, i pochi praticanti tra il 20/30% di popolazione serba a Pristina si riunivano nella settecentesca chiesa di San Nicola, recentemente restaurata con fondi UE dopo i danni subiti durante la rivolta albanese del 2004. Nel 1995 tuttavia il regime nazionalista serbo di Slobodan Milosevic avviò la costruzione di una nuova cattedrale nel centro della città, sul terreno del campus dell’università di Pristina, la cui autonomia in quegli anni veniva profondamente limitata. Per gli albanesi del Kosovo, si trattava dell’ennesimo atto di oppressione della propria identità culturale da parte delle autorità di Belgrado – un’uso politico della religione non diverso da quello fatto dai cattolici a Mostar, con la grande croce che sovrasta la città.

La cattedrale di Cristo Salvatore avrebbe dovuto essere completata entro il 1999, ma i lavori vennero prima rallentati e poi sospesi con l’avanzare del conflitto. Dal momento in cui l’ONU prese in mano l’amministrazione civile del Kosovo, e con la successiva indipendenza di questo, l’edificio è rimasto spoglio e vuoto. Allo stesso tempo, la popolazione serba di Pristina si è fortemente ridotta fino a circa il 2%, anche a seguito della creazione della municipalità separata di Gračanica, dove la minoranza si è concentrata.

Completarla, demolirla o trasformarla? Questioni legali e di memoria

Ora, mentre Pristina ha una nuova moschea, e i lavori per una nuova chiesa cattolica sono in stato avanzato, si pone il problema di cosa fare dell’abortita cattedrale ortodossa. Il patriarcato locale della chiesa ortodossa vorrebbe portarla a termine: Pristina avrebbe così una chiesa cattolica, una moschea e una cattedrale ortodossa, a simbolo della molteplicità religiosa del paese. Secondo l’arcimandrita Sava Janjic, il governo del Kosovo si sarebbe già impegnato a favore del progetto in passato.

Non tutti però la pensano così. Per molti, quell’edificio rimane strettamente legato al nome e al progetto nazionalista di Slobodan Milosevic. In particolare, resta controversa la questione della proprietà del terreno su cui sorge l’edificio, che oggi fa capo all’Università di Pristina, istituzione statale laica in lingua albanese secondo la quale la costruzione dell’edificio negli anni ’90 avvenne in maniera illegale, e che si è sempre opposta alla costruzione di edifici religiosi sui suoi terreni; “anche la richiesta di costruzione di una moschea all’interno dell’università è stata rifiutata,” come ricorda Ruben Avxhiu, caporedattore del giornale albanese-americano Illyria

Ma la chiesa ortodossa contesta la versione dell’accademia: “la costruzione prese il via nel 1990 su una parcella adiacente all’università. Era tutto legale. Al tempo [del regime] serbo, una cappella universitaria era un’onore,” sostiene l’arcimandrita ortodosso Sava Janjic del monastero di Dečani. Le questioni legali non sarebbero rilevanti. “L’UNMIK ha tutta la documentazione. La mancanza di fondi rallentò la costruzione”.

L’università aveva proposto la trasformazione dell’edificio in un museo-memoriale delle vittime del conflitto serbo-albanese, mentre alcuni intellettuali, tra cui Haji Mehmetaj, erano arrivati in passato a richiederne la demolizione. Non sarebbe stata la prima volta che una cattedrale ortodossa, eretta da un regime dispotico in un territorio di diversa confessione maggioritaria, viene demolita a seguito dell’indipendenza di quest’ultimo: la stessa cosa avvenne per la cattedrale ortodossa di Varsavia, completata in epoca zarista nel 1912 e rasa al suolo con l’indipendenza polacca nel primo dopoguerra. Ma con tutta probabilità non avverrà lo stesso a Pristina.

“La chiesa è una preziosa testimonianza della storia degli anni ’90. Ma come oggetto, non ha alcun valore architettonico e non è incluso nella lista degli oggetti del patrimonio culturale, poiché non è un’edificio antico,” sostiene Sali Shoshi, della NGO Cultural Heritage without Borders. 

Ricostruire per riconciliarsi? L’ambigua eredità della chiesa ortodossa nella memoria dei kosovari

Per l’eurodeputato conservatore britannico Daniel Hamilton, l’edificio è di fatto già una chiesa ortodossa, da quando le sue fondazioni sono state consacrate all’inizio della costruzione, anche se i lavori non sono mai terminati, e portarla a termine sarebbe importante “dalla prospettiva delle relazioni multietniche; la sua demolizione sarebbe incostituzionale”. “Ciò di cui il Kosovo ha bisogno è una visione positiva, non un constante rimbeccarsi sul passato”.

Ma la Chiesa Ortodossa Serba nelle percezioni della maggioranza dei kosovari è ancora legata alla sua collaborazione al regime repressivo di Milosevic. La chiesa, ricorda Ruben Avxhiu, “stette silente quando Milosevic portava alla rovina il sistema educativo in Kosovo”, e oggi batte il tasto “su una chiesa che non potrebbero comunque usare” per mancanza di fedeli, presentando “gli interessi della proprietà della Chiesa come interessi del benessere dei serbi di Pristina”.

L’edificio della cattedrale, conclude Avxhiu, è “inutilizzato, illegale, ininfluente. Tranne che per coloro che vogliono farne una questione politica: gli uni per garantirsi il voto dei nazionalisti alle elezioni, gli altri per sostenere il mito di un governo anti-ortodosso in Kosovo. Sia coloro che vogliono demolirlo, sia coloro che si ergono a difenderlo, lo fanno per le ragioni sbagliate.”

Questo articolo è apparso anche in lingua albanese per illyriapress.com

Foto: Arild Vågen, Wikimedia

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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