Danzica e la sua memoria ancora troppo fresca

Alle tre del pomeriggio, gli operai dei cantieri navali di Danzica escono ancora dal cancello blu degli ex cantieri “Lenin”. Al centro dell’ampio spazio antistante, oggi plac Solidarnosc, svetta il monumento ai caduti del 1970, nei primi scontri tra i cantierini e il potere comunista polacco che pretendeva di fare i loro interessi. Il monumento, eretto già nel 1980, combina gli elementi simbolici della nazione polacca – la croce, del cattolicesimo e del sacrificio individuale, e l’àncora, del lavoro e dell’insurrezione nazionale come al tempo della rivolta di Varsavia del 1944. Fu il primo monumento eretto in Polonia per le vittime del regime comunista. In quello stesso 1980, il sindacato libero Solidarnosc di Lech Walesa, nato in quegli stessi cantieri, iniziava ad infiammare il paese facendo intravedere la possibilità di un’alternativa. Ma quei pochi mesi, il “carnevale delle libertà”, non durarono a lungo. Nel 1981 – ancora non si sa se in maniera autonoma o dietro diktat o minaccia d’intervento da parte di Mosca – il generale Jaruzelski imponeva la legge marziale in Polonia, congelando le aspirazioni di libertà e democrazia fino alla fine del decennio. Anche il cancello blu dei cantieri navali di Danzica è una copia: l’originale fu abbattuto da un tank, durante la “pacificazione” dei cantieri. Lo ricordano un targa in inglese e polacco, ma anche i fiori e le foto di Walesa e Wojtyla che lo adornano, e la targa per quegli ulteriori 31 cantierini morti nel 1982.

Dietro il muro dei cantieri navali, è in costruzione il “Centro europeo Solidarnosc“, progetto da 55 milioni di euro, di cui la metà di fondi regionali UE, destinato a tramandare la memoria di quei fatti e farli rimanere attuali attraverso un museo, un archivio, e un centro culturale. Dovrebbe aprire questo agosto. Per ora, se ne può vedere solo l’edificio, ancora vuoto e di dubbio gusto architettonico, con le sue pareti di ferro arrugginito che dovrebbero ricordare lo scafo di una nave, e una rudimentale esposizione intitolata “la strada verso la libertà”, ospitata nei sotterranei del palazzo sede di Solidarnosc, a poca distanza.

Ma nonostante siano passati ormai trent’anni la memoria di quei fatti è ancora fresca, nella Polonia che vive oggi forse il periodo più prospero, pacifico e sicuro della sua storia. Ne sono ancora vivi i protagonisti, da Lech Walesa, l’idraulico che divenne leader sindacale e presidente della repubblica, a Jaroslaw Kaczynski, attivista di Solidarnosc e primo ministro in coppia col fratello Lech come presidente nel 2005-’07. Ma sono ormai personaggi del passato, ingombranti e fuori contesto per una Polonia che sembra interessata più a progettare il futuro che a celebrare gli eroi del suo passato. “Ogni volta che lo vedo in televisione, mi verrebbe da dirgli ‘stai zitto'”, dice Paula, studente di Varsavia, a proposito di Walesa.

Perché la rivolta della Polonia contro il regime comunista fece perno su quegli elementi identitari, nazionalismo e cattolicesimo, che hanno creato oggi un sistema politico fortemente sbilanciato a destra. La competizione elettorale, alle elezioni del prossimo autunno, sarà tra la Piattaforma Civica del premier Donald Tusk, centrista pragmatico e cristiano-democratico, e il partito nazional-conservatore Giustizia e Libertà di Jaroslaw Kaczynski, entrambi discendenti dell’Azione Elettorale Solidarnosc. Ma la Polonia degli anni duemila sembra chiedere qualcosa di diverso: nel 2010 i giovani e i più istruiti avevano dato fiducia al milionario Palikot, che prometteva di combinare una linea liberista in economia con una linea liberale sui diritti civili. In soli due mesi di campagna elettorale, la sua Ruch raccolse quasi il 10% dei voti, ma non è riuscita a consolidarsi nei quattro anni successivi, ed oggi questo elettorato si trova di nuovo orfano. E allora, ricordare la meritoria battaglia di Solidarnosc contro il regime comunista è anche maniera di legittimare il sistema politico attuale, i cui protagonisti di quella battaglia hanno fatto parte. Forse la memoria è ancora troppo fresca per la musealizzazione?

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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