BOSNIA: Dayton, quindici anni dopo. La chiave etnica non funziona più

di Giorgio Fruscione

Il 14 Dicembre di quindici anni fa venivano ufficializzati a Parigi gli Accordi di pace di Dayton. In questi Accordi – siglati il 21 novembre 1995 da Alija Izetbegović (bosniaco), Franjo Tuđman (croato) e Slobodan Milošević (in rappresentanza dei serbi di Bosnia) – fu inclusa anche una nuova Costituzione per la Bosnia-Erzegovina, che ha però, di fatto, relegato il paese ad una paralisi istituzionale.

Quindici anni dopo Dayton, in Bosnia–Erzegovina è tempo di bilanci. Gli accordi di pace infatti, hanno rappresentato le fondamenta dalle quali avviare il lungo processo di ricostruzione e pacificazione per il paese che maggiormente ha sofferto gli effetti del collasso jugoslavo. In Bosnia, la guerra non solo ha lasciato un cumulo di macerie dietro di sé, ma ha anche cristallizzato quelle divisioni etniche – o presunte tali – che erano state proprio all’origine del conflitto. È proprio in quest’ottica che urge una valutazione su quanto fuoriuscì quindici anni fa dalla base aeronautica dell’Ohio: fu una pace giusta? O fu soltanto un armistizio? La realtà è che, probabilmente, fu entrambe le cose: da un lato infatti, la condizione del paese imponeva alla delegazione bosniaca di accettare ogni sorta di compromesso che prevedesse la cessazione delle ostilità; mentre dall’altro, l’istituzione della Repubblica Srpska consolidò i successi militari del generale Mladić, e soprattutto consacrò il disegno politico di Karadžić.

In sostanza, si deposero le armi ma furono istituzionalizzate le divisioni e i nazionalismi in una cornice statale tutt’altro che unitaria, e paralizzata dai gangli burocratici (ai vari livelli si arriva a contare fino a 150 ministeri). In queste considerazioni, va da sé sottolineare che cause e conseguenze del conflitto tendono a coincidere: all’inizio degli anni Novanta fu la proliferazione a catena dei partiti a carattere “nazionale” a porre le basi per lo scontro bellico; mentre oggi l’appartenenza nazionale vincola le scelte politiche impedendo di intraprendere un corso di riforme in senso unitario.

Se a livello istituzionale le riforme sono bloccate dalla fitta rete di burocrazia, a livello invece politico-sociale è ancora forte il potere dei nazionalismi nel respingere l’idea di una Bosnia realmente unificata, preferendo una politica orientata esclusivamente al singolo interesse nazionale.

Quello della Bosnia è pertanto un equilibrio instabile, con un piede ancorato al passato e un altro proteso al futuro, nella disperata ricerca di un’identità nazionale che si faccia carico dell’intera popolazione (quasi quattro milioni), senza escludere alcun gruppo nazionale. Più precisamente, sembrano rimanere dei punti di riferimento quelle stesse dinamiche etnocentriche che hanno condotto il paese alla guerra degli anni Novanta, anche se si registra una crescita continua di “voglia di Europa”. Il problema è che, anche in questo caso, le aspirazioni e le aspettative vestono colori nazionali, riducendo quindi le possibilità per uno stabile accordo sovranazionale che superi le barriere ideologiche del passato e guardi al futuro della Bosnia come paese finalmente unito, all’interno del club europeo.

Secondo Muhamed Sacirbey, ex-ministro degli esteri bosniaco e firmatario degli Accordi, il motivo per cui Dayton non può funzionare nel lungo periodo è dato dal fatto che le procedure di voto e di rappresentanza politica si basano esclusivamente su criteri “etnici”. “State radicando, e sottolineo radicando, una politica che si fonda sull’appartenenza etnica e che finirà per aumentare lo sciovinismo. Ecco perché oggi è importante invertire le conseguenze negative di Dayton. Ecco perché ho ritirato la mia firma da quell’accordo cinque anni fa, quando ho visto gli effetti in atto di queste dinamiche” – ha dichiarato in un’intervista per euronews.

La “chiave etnica” che Dayton ha imposto alla Bosnia ha lasciato aperte le divisioni, senza chiudere le ferite, preservando implicitamente le idee degli ultranazionalisti che non si riconoscono nei vessilli di Sarajevo.

Le elezioni del 3 e 4 ottobre scorso sono state considerate da molti come un test che ha riconfermato la natura fallimentare degli Accordi. In attesa della formazione della coalizione di governo (prevista per marzo), oltre a constatare la riconferma dei nazionalisti del SNSD di Dodik in Srpska, si registra una sostanziale maggioranza socialdemocratica anche nella Federazione BiH con l’SDP di Mašić (finora all’opposizione). Ma in Bosnia anche la socialdemocrazia segue la logica etnica, e pertanto i due partiti di maggioranza delle due entità si dicono assolutamente contrari ad una possibile alleanza l’uno con l’altro. Dodik è infatti convinto che Dayton rappresenti l’unico strumento con il quale tutelare gli interessi della Repubblika Srpska per sempre, ed infatti lo slogan del suo partito era proprio Srpska Zauvek (serba per sempre); mentre secondo Mašić la possibilità di una coalizione europeista nella Federazione BiH potrebbe trainare la Repubblika Srpska nel processo di integrazione all’Unione Europea, giocando lo stesso ruolo che giocò la Germania Occidentale con la DDR.

E dunque, che fare con gli Accordi di Dayton? Quanto incideranno nella radicalizzazione delle diverse identità bosniache, se dovessero essere riconfermate le intransigenze nazionaliste? E se invece prevalesse un orientamento più progressista, quali modifiche apporvi?
Se in Bosnia, come avrebbe detto Karl von Clausewitz, la guerra è stata “la continuazione della politica con altri mezzi”, l’augurio per il suo futuro è che la pace – quella di Dayton – non sia la continuazione della guerra con altri mezzi.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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3 commenti

  1. savatore fruscione

    Complimenti,sono orgoglioso di te. Papa’

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