UCRAINA: Tutte le debolezze dell'Unione Europea. Conviene essere nemici di Mosca?

Nel flusso di informazioni sulla crisi in Crimea risaltano le dichiarazioni irridenti di Vladimir Putin. Putin non ha tutti i torti: le timide sanzioni decise dall’occidente poco possono per fermare la realpolitik dei carri armati portata avanti dalla Russia. Le debolezze e le contraddizioni dell’Unione Europea emergono in tutta la loro nitidezza: l’Ue, oggi, non è in grado di affrontare la sfida lanciata dal Cremlino.

Economia ed energia: l’interdipendenza tra Russia ed Unione europea

Prima di tutto, l’UE è in una posizione di forte subordinazione geoeconomica, che contribuisce, in buona sostanza, a spiegare l’eccezionale timidezza delle sanzioni di fronte a un fatto della gravità di un’annessione territoriale di stile ottocentesco. La dipendenza europea dal gas russo è ampiamente studiata, così come ben documentata è la carenza di alternative realizzabili nel breve periodo.  Inoltre, mentre le relazioni finanziarie tra USA e Russia sono limitate, e quindi il costo delle sanzioni per gli Stati Uniti è contenuto, gli interessi finanziari ed economici europei in Russia sono molto più forti. Basti pensare che la Russia è il terzo mercato d’esportazione per i prodotti europei.  Inoltre, come mostrato da Silvia Merler per Bruegel, la prima banca straniera per operazioni in Russia è proprio l’italo-austriaca Unicredit; i paesi più esposti sono quelli più toccati dalla crisi.

Politica estera e sicurezza: quante divisioni ha l’Unione europea?

In secondo luogo, l’UE soffre di una drammatica carenza funzionale. In altre parole, le competenze dell’Unione in politica estera e in politica di sicurezza sono decisamente troppo ridotte per poter avere un ruolo decisivo nella crisi dell’est. Gli strumenti della politica estera europea non sono stati preparati per trattare con minacce provenienti da potenti attori statali; sono invece calibrati verso la cooperazione internazionale, l’aiuto allo sviluppo, e l’integrazione economica. Perfino nell’approccio diplomatico alle eventuali minacce, l’UE mantiene un profilo asimmetrico, specialmente attraverso lo strumento delle sanzioni individuali, teoricamente efficace nel contrastare gruppi terroristici e regimi dittatoriali. Non è un caso che l’unico successo fino ad ora ottenuto dalla diplomazia europea nella crisi Ucraina sia arrivato in febbraio non per mano del servizio diplomatico dell’UE, ma da un’operazione congiunta dei ministeri degli esteri di Polonia, Germania e Francia.

Inoltre, l’UE non brilla nemmeno dal punto di vista della capacità di contribuire alla sicurezza dei suoi stati membri. I molteplici strumenti esistenti sono usati raramente e hanno capacità limitate. L’unica vera forza militare dell’UE sono gli EU Battlegroups, sotto il diretto controllo del Consiglio dell’Unione, forniti a rotazione per un periodo semestrale dagli stati membri; tuttavia possono essere mobilitati solo in caso d’emergenza (non su base preventiva), richiedono un voto all’unanimità, e sono limitati a un totale di circa 3000 effettivi simultaneamente. Quando operativi, vengono gestiti dallo Stato maggiore dell’Unione Europea, (organo permanente parte del Servizio Europeo per l’Azione Esterna) ma fino ad ora non sono mai stati utilizzati.

Su base puramente intergovernativa, l’Unione europea può potenzialmente contare su altri due strumenti: gli Eurocorps, forniti da alcuni stati membri, dotati di una struttura amministrativa propria, una forza permanente e una forza variabile fino a contare potenzialmente 60.000 effettivi; e le varie EUFOR, ovvero coalizioni internazionali ad-hoc per rispondere a specifiche situazioni di crisi e gestite dallo stato maggiore dell’Ue.

In ogni caso, nessuno di questi strumenti è in grado di avere un ruolo di deterrente, o anche soltanto di rafforzare il presidio del territorio dell’Unione in momenti di particolare tensione; la catena decisionale è tipicamente di carattere intergovernativa con requisiti di unanimità, mai schierati su base preventiva. L’Unione europea, da sola, è quindi sostanzialmente priva di qualsiasi strumento per rafforzare la sicurezza dei suoi confini – tantomeno per fornire supporto a partner strategici come l’Ucraina. Il ruolo della Nato è assolutamente prominente, ma l’assenza di corrispondenza tra stati membri dell’Ue e della Nato, nonché la presenza di tensioni nazionali (si pensi a Grecia e Turchia) all’interno della Nato stessa ne ha offuscato fino ad ora, il ruolo garante della sicurezza della frontiera orientale dell’Unione;  diverse nazioni si sentono quindi poco tutelate davanti alla minaccia del neoimperialismo russo chiedendo quindi un rafforzamento della presenza militare nell’area.

Identità e volontà politica: l’Ue ha trovato un nuovo nemico?

Infine, l’UE difetta dell’identità e dell’unità politica necessaria a fronteggiare la minaccia russa. Le sfere pubbliche nazionali hanno reagito tiepidamente alla crisi, valutandone soprattutto le implicazioni per l’economia domestica; il tema fatica ad acquisire una dimensione europea nonostante l’imminenza delle elezioni. Da questo punto di vista, l’assenza di una tradizionale forza nazionalista rallenta l’emersione della sicurezza come reale questione elettorale, mentre invece la presenza di una tale minaccia a pochi chilometri dai propri confini rappresenterebbe un fattore essenziale di qualsiasi campagna elettorale nazionale.

Tuttavia, mentre le debolezze strutturali legate alle relazioni geopolitiche difficilmente possono essere risolte nel breve termine, la crisi ucraina potrebbe contribuire, almeno in parte, a rafforzare l’Unione stessa. In particolare, la legislazione secondaria di riferimento per la politica di sicurezza potrebbe essere modificata per l’occasione, permettendo lo schieramento precauzionale dei Battlegroups e degli Eurocorps nei paesi più vulnerabili – Finlandia, Paesi Baltici e Polonia – rafforzandone la sicurezza; inoltre, se la minaccia russa dovesse aggravarsi nei mesi a venire, potrebbe nascere un rinnovato senso di solidarietà – e perché no, perfino di identità comune – tra cittadini europei, contribuendo a far emergere la questione della sicurezza e della politica estera comune come questione politico-elettorale e legittimando il nuovo Parlamento e il nuovo esecutivo a sbloccare il processo d’integrazione in questi settori spesso trascurati ma essenziali in un mondo d’incertezze e in continua evoluzione.

Francesco Nicoli è dottorando in studi internazionali presso l’università di Trento

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3 commenti

  1. Michele Bettini

    Ci mancavano il dottorino, la dottoressa e l’Ordinario agli Studi dell’Università …
    Parlo io che capisco. All’Europa non conviene litigare con la Russia. Potrebbe nella circostanza emergere una figura tedesca che rilanci la Germania, dopo 70 anni di politica tedesca remissiva, subordinata e prudente. Che si sfasci la NATO e si costituisca l’Europa Occidentale, sperando che ciò serva a mettere al bando i politici italiani di oggi, tutti fasulli. Il primo problema è quello di mettere al bando le armi nucleari e non di contunuare a parlare ipocritamente di “economia”. Se la Crimea è tornata alla Russia, l’Italia può farsi avanti investendo massicciamente in turismo, in quella splendida penisola, che l’Ucraina ha palesemente trascurato.

  2. Articolo di molto buon senso… conviene, effettivamente, farsi nemici Mosca, per avere in cambio un paese (l’Ucraina) pieno di debiti? i nostri prodotti di lusso li vendiamo agli Ucraini? e il gas, ce lo danno loro o ce lo mandano gli usa con le navi così poi dobbiamo comprar loro F35 per tutta l’eternita?
    La Crimea è un problema tra russi e ucraini, punto e basta. A meno che, l’Europa non abbia paura di tutte le regioni che vogliono defezionare… dalla Catalogna, al Veneto, ai Pesi Baschi, alla Scozia… e allora, la Crimea sarebbe un precedente pericolossissimo o no?

  3. cercasi chamberlain….disperatamente