UCRAINA: Addio alle armi. Abolito il servizio militare

Il 14 ottobre il Presidente ucraino Viktor Janukovych ha firmato il decreto con il quale abolisce, a partire dal 2014, il servizio militare obbligatorio. Finora la legge prevedeva che ogni individuo di sesso maschile compreso tra i 18 ed i 27 anni dovesse prestare servizio per almeno 12 mesi, qualora svolgesse la leva nell’esercito, e per almeno 18 mesi qualora avesse scelto la marina. Gli ultimi 10.800 coscritti stanno entrando in servizio in questi giorni ed al termine della loro permanenza sotto le armi, le Forze Armate ucraine diverranno completamente su base volontaria e professionale.

Non è da poco che girava l’idea: già ai tempi della rivoluzione arancione Jushchenko aveva cavalcato questo cavallo di battaglia promettendo che in tempi brevi la leva obbligatoria sarebbe stata eliminata a favore soprattutto delle famiglie di bassa o media estrazione sociale. Si, perché in Ucraina non è mai stato difficile per chi proveniva da famiglie abbienti impedire che il proprio figlio fosse chiamato in servizio. Bastava semplicemente corrompere un ufficiale o sottufficiale nella posizione giusta per farsi apporre il timbro “riformato” sulla cartella d’interesse. Chiaramente non ci sono tariffari, ma si dice che bastino 5.000 hrivne, circa 450 euro, per ottenere ciò: né più né meno che tre stipendi abbondanti di un militare di basso grado. Proprio così: gli stipendi all’interno delle Forze Armate non sono aumentati molto dai tempi dell’Unione Sovietica; un soldato di truppa guadagna circa 1.500 hrivne al mese, più o meno 130 euro, mentre un maggiore ne guadagna approssimativamente il doppio. Non ci si può meravigliare quindi che ogni militare cerchi strade alternative per mettere in tasca qualche soldo in più, a costo di violare la legge.

L’abolizione della naja rientra in una più ampia riforma che prevede che entro il 2017 le Forze Armate passino dal numero attuale di 184.000 individui a 122.000 e che vengano investiti in questo lasso di tempo almeno 16 miliardi di dollari, stando a quanto affermato dal Ministro della Difesa Pavlo Lebedev. Questa cifra, che difficilmente sarà realmente investita, servirebbe principalmente ad ammodernare armamenti che per il 92% sono obsoleti ed ancora risalenti al periodo sovietico.

Reale obiettivo sarebbe quello invece di ridurre una spesa militare, attualmente al 2,8% del Pil, che rimane troppo alta per il mantenimento della sicurezza nazionale e per il rispetto degli impegni internazionali. In quest’ottica quindi l’abolizione della leva rappresenta solamente un aspetto, sottolineato a fini propagandistici, all’interno di una scelta finanziaria.

Ma è opportuno chiedersi: in un paese con una forte divisione tra Est ed Ovest, dove molti individui non hanno grosse possibilità di spostamento all’interno dello Stato, ed in cui il concetto di nazione è spesso poco chiaro, non avrebbe forse avuto senso mantenere tale pratica? In Italia dopo l’ultima guerra il servizio militare è stato principalmente utilizzato per abbattere l’analfabetismo, in Ucraina forse avrebbe potuto essere utilizzato per amalgamare meglio una società profondamente divisa tra ricchi e poveri e tra provenienti dall’est, spesso russofono, e dall’ovest, ucrainofono.

Foto: RFE/RL

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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5 commenti

  1. Per la precisione dopo l’ultimo conflitto mondiale l’analfabetismo in Italia era quasi scomparso. L’obiettivo di abbatterlo era stato fissato subito dopo l’unificazione, con scuole per analfabeti presso i reparti militari.
    Forse molti non sanno che i soldati all’atto della leva venivano tra l’altro pesati, stessa cosa alla fine del servizio e, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovava che erano aumentati di peso, prova della povertà in cui viveva la maggioranza degli Italiani nella seconda metà dell’Ottocento,

    • Il commento di Emilio Bonaiti è, chiaramente, giusto. Ci tenevo semplicemente a lanciare, al termine della presentazione della notizia, secondo me di rilievo per un paese in via di sviluppo dell’Est Europa, una provocazione ed un paragone con l’Italia. La lotta da noi contro l’analfabetismo risale a molto tempo prima. Tuttavia al termine della II Guerra mondiale era attorno al 10% raggiungendo il picco del 30%-40% in alcune zone rurali del meridione. Poco rispetto agli anni successivi all’Unità d’Italia ma che, comparato ad altri Stati, rappresentava un fardello non indifferente. Durante il Governo De Gasperi fu addirittura approvato un disegno di legge che prevedeva tre ore di istruzione al giorno per i coscritti. C’è un articolo interessantissimo dell’Ambasciatore Romano sul Corriere della Sera del 4 febbraio 2012 a riguardo. Mentre su La Repubblica del 31 gennaio 2012 è comparsa un’intervista a Tullio De Mauro, linguista ed ex Ministro dell’Istruzione, nella quale, riprendendo anche gli studi di Vittoria Gallina, analizzava come stia avvenendo ormai un processo di dealfabetizzazione negli adulti e che in tale ottica l’abolizione del servizio militare obbligatorio non abbia aiutato.

  2. Sarà possibile nei pochissimi anni che mi restano da vivere (classe 1930) un paragone una volta tanto favorevole al mio paese?

    • Per questo certamente lei ne sa molto più di me! ultimamente c’è la moda di criticare a priori il nostro Paese. Non faccio tuttavia parte di quella categoria e- da quanto ho capito-neanche lei. La mia classe, 1985, è stata l’ultima ad essere chiamata sotto le armi e molti, incluso chi scrive, dopo il rinvio per motivi di studio, non ha dovuto prestare alcun servizio militare. Tralasciando quanto questa pratica potesse insegnare da un punto di vista militare (credo poco, ma anche qui lei può essere di maggiore chiarezza rispetto a me), credo che per una Nazione come la nostra che, a detta di molti, non si è mai compiuta al 100%, la leva potesse essere un metodo, non certamente completo nè sempre positivo, che fosse d’aiuto. Ed è qui che trovavo una certa somiglianza con la situazione ucraina. Io credo di aver vissuto, in modo un po’ diverso, è sicuro, questa formazione lasciando casa (Milano) per spostarmi a Roma dove ho studiato. Ho scoperto che in Italia si vive spesso di pregiudizi, di sentito dire, di archetipi. Non credo la leva potesse rimuovere tale modo molto italiano di essere, però al tempo stesso credo potesse essere paragonato ad un tipo di formazione culturale più che ad una preparazione militare.

  3. Perfettamente d’accordo.

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