IRANICA: La Persia nell’Ottocento. La modernità mancata

La storia persiana è stata un susseguirsi di imperi, dall’antichità all’età moderna il paese ha sempre esercitato un ruolo dominante nella regione. E anche quando i rovesci della sorte l’hanno portata a periodi di marginalità o sottomissione ad altre potenze, come nel caso della dominazione araba e dell’islamizzazione, la sua cultura è sempre stata più forte di qualsiasi influenza esterna o nuova dottrina. L’apporto della cultura persiana – già arricchita dal contatto con quella ellenistica a seguito dell’invasione di Alessandro il Grande – è stato determinante per la crescita della civiltà islamica.

Una successione di imperi, da Ciro il Grande a Tamerlano

Quella della Persia è dunque una storia di imperi, da quello achemenide – caduto sotto i colpi del già citato condottiero macedone – a quello sasanide (224-651), immenso e fiorente di commerci e poesia, che si estendeva dall’Asia Centrale all’Anatolia e all’Egitto. L’epoca della dominazione araba coincise con l’islamizzazione e l’avvento della dinastia abbaside (750-1258), che fondò Baghdad e ne fece capitale di un califfato in cui la poesia, la medicina, la matematica, la filosofia persiane furono fondamentali al punto che al persiano venne riconosciuto lo stesso status della lingua araba. Non solo: gli abbasidi raggiunsero il potere proprio grazie all’appoggio militare persiano (khorasanico).

Le migrazioni e le invasioni militari delle popolazioni turciche dell’Asia centrale sconvolse il potere abbaside e portò al potere in Persia una élite turcica ben rappresentata dall’impero selguichide (1037-1194) e corasmio (1077-1231) fino all’invasione dei mongoli di Gengis Khan e alla frammentazione del paese in khanati minori. Nel 1370 fu Tamerlano il Grande a riunire la Persia fondando l’impero detto timuride proprio dal suo nome (Timur Lenk, ovvero “Timur lo zoppo”) che declinò all’inizio del Cinquecento.

L’avvento della dinastia safavide e dello sciismo

La nuova frantumazione della Persia fu risolta dai safavidi i quali, dopo aver fatto di Tabriz e dell’Azerbaijan il loro centro di propulsione, si affermarono militarmente sui vicini riunendo la Persia sotto un grande impero (1501-1779) e affermando come religione di stato la variante duodecimana dello sciismo, tutt’oggi predominante. L’epoca safavide vide lo sviluppo dell’astronomia e dell’architettura (di cui la città di Isfahan è testimone). La scoperta della rotta navale attorno all’Africa e lo sviluppo della via della seta resero la Persia ricca e potente, abbastanza da sconfiggere gli ottomani e conquistare il Caucaso. Dalle ceneri della dinastia safavide, dopo una lotta tra fazioni, si affermò la dinastia Cagiara (1779-1924) che porterà il paese nell’età moderna.

La dinastia cagiara e la modernità mancata

Proprio sul periodo della dinastia cagiara vale la pena concentrarsi per approfondire alcuni aspetti fondamentali per capire l’Iran di oggi. La domanda cui cercheremo di rispondere è la seguente: perché la Turchia, erede dell’impero ottomano, ha saputo entrare nella modernità, nell’era industriale e – quindi – sviluppare un sistema di rapporti sociali e una sfera individuale propri dell’era moderna, mentre la Persia (e oggi l’Iran) è rimasta in una sorta di Medioevo, incapace cioè di sviluppare una moderna economia, un’industria nazionale, una società libera e dinamica?

Le responsabilità sono in parte da attribuire alla stessa dinastia cagiaraincapace di creare un esercito efficiente, di promuovere la centralizzazione amministrativa e lo sviluppo industriale. La monarchia cagiara, priva di legittimità ideologica, pur abile e intelligente, non rinunciò mai a vivere come nomade, spostandosi a seconda delle stagioni da una città all’altra. Più che sovrani moderni essi furono capi tribù e proprio questa loro caratteristica impedì la centralizzazione e il consolidamento del potere. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare a una naturale arretratezza dello stato persiano. L’Impero Ottomano e l’Egitto intercettarono e adattarono ai reciproci contesti la modernizzazione proveniente dall’Europa: prima imposta dai militari e poi favorita dalla spinta economica, questi due paesi furono i campioni della modernizzazione in Medio Oriente. E l’Impero Ottomano è, anche per prossimità geografica, il termine di paragone per la Persia cagiara. Perché a Istanbul ce la fecero e in Iran no?

Le cause dell’arretratezza persiana: tribalismo e religione

Diverse le cause. La Persia non disponeva di un esercito disciplinato e organizzato. Il solo reggimento efficiente era la brigata dei cosacchi istituita nel 1879 e formata da duemila soldati e ufficiali russi. L’esercito quindi non poté imporre la modernizzazione dall’alto. E nemmeno poterono i mercanti: l’incremento del commercio favorì l’ascesa dei bazarì (da ‘bazar’, mercato) che però, a fine Ottocento, ancora pagavano lo scotto di un paese senza le infrastrutture necessarie allo sviluppo economico. La prima banca, la Imperial Bank of Persia, fu istituita dai britannici nel 1889, seguita dalla Banque d’Escompte de Perse, fondata dai russi nel 1900. Erano questi due bracci finanziari delle potenze inglese e russa che, per prime, ottennero le concessioni petrolifere e minerarie. Mancavano del tutto porti industriali e ferrovie così che le vie di comunicazione più utilizzate furono ancora a lungo le antiche mulattiere.

Una fondamentale causa del ritardo iraniano fu però religiosa. Lo sciismo fu assurto a religione di Stato fin dal XVI° secolo durante la dinastia safavide distinguendosi, rispetto al sunnismo, per una maggiore attenzione agli aspetti spirituali piuttosto che materiali. I membri del clero si organizzarono in seguito in un strutture gerarchiche ben definite e esercitarono un potere di conservazione rispetto alle riforme; non si può dimenticare, inoltre, come essi fossero gli unici individui dotati di cultura (e quindi fondamentali per la crescita di un paese) rispetto alla massa analfabeta. Lo sciismo persiano, rispetto al sunnismo ottomano, fu l’unico attore religioso del paese. L’Impero Ottomano comprendeva invece numerose comunità religiose che godettero di ampie autonomie: l’aspetto religioso venne quindi subordinato ai bisogni di stabilità e governabilità dello stato ottomano. Questo atteggiamento favorì l’integrazione delle minoranze che poi divennero le protagoniste della modernizzazione: senza greci, armeni, ebrei e slavi, gli ottomani avrebbero mancato l’appuntamento con la modernità. Tali minoranze, che pur non mancavano anche in Persia, furono tenute invece ai margini della vita politica in epoca cagiara.

A dispetto della predilezione dello sciismo verso la spiritualità, gli ulema acquisirono sempre più ricchezze legate al possesso della terra. Il timore di perdere privilegi fu quindi la ragione dell’opposizione alle riforme sociali con la scusa che queste sarebbero state estranee alla tradizione musulmana. Il ruolo degli ulema fu quindi sempre contraddittorio poiché se da un lato svolgevano un ruolo prettamente spirituale, dall’altro si affermarono come gruppo di potere sensibile ai propri privilegi e pronto a scontrarsi apertamente (come si vedrà più avanti) con il sovrano.

Infine una causa dell’arretratezza persiana fu l’azione delle potenze straniere, Russia e Gran Bretagna in testa, che vedevano la Persia come uno stato cuscinetto del quale spartirsi risorse e influenza.

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Redazione: Lorenzo Lazzerini, Carlo Pallard, Sophie Tavernese, Simone Zoppellaro.

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3 commenti

  1. Non ho chiaro cosa intenda l’autore quando afferma che gli Ottomani hanno saputo entrare nella modernità mentre i persiani no. Detto così è fonte di confusione. Una delle cause -forse la principale- della progressiva, secolare decadenza dell’impero ottomano fu proprio l’incapacità di relazionarsi con i paesi europei per quel che riguarda il processo di modernizzazione delle strutture imperiali. Un processo estraneo alle correnti profonde della società ottomana, ma che fu percepito come necessario per non soccombere di fronte alla politica aggressiva delle potenze europee. Quando furono presi (pochi) provvedimenti al riguardo (Tanzimat, 1839) questi vennero applicati con estrema fatica e con risultati spesso deludenti rispetto alle aspettative, lasciando il Paese in mezzo ad un guado tra passato e presente che si rivelerà mortale per la sua stessa sopravvivenza. E’ ovvio che l’autore abbia avuto necessità di raggiungere una sintesi per poter produrre un articolo così succinto ma occorrerebbe evitare di essere troppo generici, pena la nascita di equivoci in chi legge. Grazie

    • Matteo Zola

      Caro Paolo

      ha perfettamente ragione. La mia voleva essere una comparazione tra due realtà tra loro simili, la Turchia ottomana e la Persia cagiarita, entrambe espressione di un impero multinazionale ma fortemente dominate da una èlite monoculturale (turca, da un lato, e persiana dall’altro). Entrambe le realtà sono entrate con difficoltà nella modernità ma esisteva, nell’impero ottomano e nella sua componente turca, la capacità di creare uno stato centralizzato, di sviluppare la burocrazia creando una classe di “specialisti” che sarebbe poi stata il motore di una piccola borghesia urbana e, soprattutto, di evitare che la religione e il clero diventassero il fulcro dello stato. Tutto questo, in Persia, mi pare sia mancato.

      La Turchia moderna è il risultato di quelle forze già presenti nella società turca mentre la Persia – malgrado la (discutibile, per carità) parentesi pahlavide – non si è tolta di dosso quel forte clericalismo e conservatorismo sociale che hanno in buona misura portato anche a un rifiuto della modernità. Questo senza nulla togliere a eventi come la rivoluzione costituzionale del 1905, o l’avvento di Mossadeq. Quel che cerco di fare è di mostrare – in modo semplificato – come clericalismo e conservatorismo siano una costante e abbiano determinato l’ascesa degli Ayatollah. Nel prossimo articolo della rubrica parlerò di un caso che mi sembra emblematico in tal senso, ovvero del caso del tabacco.

      Un saluto e grazie

      Matteo

      • La Turchia moderna, nazionalista e laica nasce contro l’Impero ottomano e non può essere considerata una sua evoluzione, non a caso il massone Mustafa Kemal diventerà Atatürk ed uno dei momenti chiave ideologici della rivoluzione kemalista fu l’abolizione del califfato, cioè la dimensione sovrannazionale e religiosa dei sultani di Istanbul.
        La questione della tassazione del tabacco o la rivoluzione costituzionale del 1906 (con le sue code fino al 1911) furono dei movimenti nazionali con moderate spinte “modernizzanti”. L’unico vero tentativo di far emergere l’Iran dal medioevo (e anche in questo caso si passò dalla storica Persia al moderno Iran), fu la “parentesi pahlavide” su cui è calata la damnatio memoriae. Non era un caso che Reza Khan (poi Pahlavi) fosse il colonello (primo iraniano dopo gli ufficiali zaristi che bombardarono il Majles nel 1908) della Brigata Cosacca, unico elemento moderno dell’esercito persiano, come militari erano i Giovani Turchi e, in tempi recenti, gli Ufficiali Liberi egiziani e quelli algerini. La cancellazione dell’esperienza pahlavide e l’offuscamento di quella kemalista hanno riportato in auge quelle più autoritarie e oscurantiste delle rispettive tradizioni.

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