Monitorare si, monitorare no? Le elezioni politiche e la loro trasparenza

L’OSCE, con il suo Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani (ODIHR), è ormai da anni sulla scena internazionale per le missioni di monitoraggio elettorale (EOM). Ogni qual volta c’è un’elezione in uno dei 57 Stati parte, essa sguinzaglia i propri esperti per capire se dislocare sul territorio una missione e di che dimensioni essa debba essere.

Nei primi anni ’90, subito dopo la caduta della cortina di ferro, questo metodo ha suscitato numerose simpatie, ha spinto numerose personalità illustri, tra le quali ex presidenti americani (vedi alla voce Jimmy Carter) a riconvertire le missioni delle proprie NGO in modo che si specializzassero in questa pratica e che considerassero fondamentale lo sviluppo di elezioni free and fair (libere e democratiche) nei paesi in transizione. Quali potevano rappresentare miglior banco di prova se non proprio i paesi un tempo parte dell’Unione Sovietica diventati di colpo indipendenti? Certo elezioni libere non sono il sinonimo diretto di un regime democratico, come preconizzato da Samuel P. Huntington ne La Terza Ondata, però  aiutano.

Con la resurrezione della Federazione Russa, l’OSCE è sembrato sempre di più come uno strumento politico nelle mani di chi voleva delegittimare il satrapo di turno o di chi, invece, aveva tutto l’interesse a lasciarlo dove si trovava. Si sa, la politica è un affare sporco, ma ogni mezzo, si chiami esso EOM o in altro modo, può far comodo. Paradossale che alcune tra quelli che vengono considerati come i successi più famosi, come le presidenziali ucraine del 2004, siano in realtà stati dei mezzi fallimenti. In quel caso gli Stati Uniti avevano puntato politicamente (e finanziariamente…) su Yushchenko mentre la Russia su Yanukovich, e poco importa che l’OSCE avesse constatato brogli, seppur di diverso peso, a favore di entrambi i candidati. Con la pilatesca decisione, suggerita dall’Organizzazione, di ripetere il ballottaggio con gli stessi contendenti (di fatto l’unica opzione espressamente proibita secondo la legislazione ucraina) l’OSCE si era dimostrata incapace di agire al di fuori della politica perdendo di fatto molta credibilità.

Gli osservatori sono di volta in volta scelti dai ministeri degli esteri degli Stati che partecipano alle missioni e spesso sono propagazione diretta di quelle stesse istituzioni che li designano e li pagano (in Ucraina, alle parlamentari del 2012, la mia collega era una diplomatica russa!), rendendo di fatto l’imparzialità una qualità spesso non ben accetta se non addirittura non gradita. Ecco quindi che la soluzione adottata è stata quella di missioni particolarmente numerose, fino a 700 persone, dove è il Core Team, gli esperti scelti dall’Organizzazione a decidere, senza far grande riferimento a quanto inviato dagli osservatori, buona parte dello Statement of Preliminary Findings che contiene, nel suo incipit, quelle poche righe in cui si dice se le elezioni sono state regolari.

Non avrebbe quindi senso fare come le missioni di osservazione elettorale dell’Unione Europea che, seppur di più recente istituzione, hanno ormai superato nell’efficacia quelle dell’OSCE? Missioni più piccole numericamente, mai superiori a 100 persone, ma con osservatori proposti sì dagli Stati, ma scelti in toto (e pagati!) da Bruxelles; e con sanzioni qualora le elezioni non rispettino standard internazionali minimi (blocco degli aiuti o rescissione di accordi commerciali privilegiati). Con questi due piccoli accorgimenti gli Stati invitanti sarebbero certamente più attenti al rispetto dei principi minimi e anche gli Stati che inviano gli osservatori vedrebbero con maggiore interesse tali missioni. Un caso su tutti: alle prossime presidenziali di fine ottobre in Georgia, su più di 330 osservatori, al di fuori del Capo Missione Matteo Mecacci, scelto direttamente dall’OSCE, nessun italiano sarà presente; questo la dice lunga sull’interesse che a Roma viene attribuita a tali forme di monitoraggio.

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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