Come scrivere di Balcani. Guida pratica al balcanismo quotidiano

di Lily Lynch (trad. Chiara Milan)

Comincia con qualche paesaggio spettacolare e vagamente minaccioso. Per esempio: “scogliere a picco che si tuffano direttamente nel mare”, “vette calcaree che sembrano fauci di un vampiro”, o “una bellezza infusa di pericolo”. Anche nell’era dell’integrazione euro-atlantica avanzata, le descrizioni dei Balcani dovrebbero conservare un senso di inquietudine o, ancora meglio, di maligno. Le montagne di questa regione sono “maledette”. Sembra che “Dio abbia scavato la superficie con le sue unghie”. La topografia sembra “opera del diavolo”. Oppure:

la valle biblica d’ossa inaridite, come potete immaginare, si stende da qualche parte tra Knin e Obrovac”.

Accertati di mettere te stesso, giornalista occidentale, proprio al centro della storia. Includi aneddoti come quello in cui sei rimasto intrappolato sul sedile di una compagnia di aerei regionale e dimenticata da dio durante un atterraggio turbolento in una stretta pista di atterraggio. Descrivi dettagliatamente il terrore vero e proprio che provi in compagnia del tuo folle autista, che sbanda in modo spericolato per le curve cieche di micidiali strade di montagna. Confessa che ti trovi a calcolare con imbarazzo l’età di ogni uomo locale che incontri, chiedendoti nervosamente se ha mai portato un fucile in Bosnia Erzegovina, Croazia o Kosovo.

Al contrario, i locali sembreranno intrepidi e sereni, perfettamente soddisfatti nella loro povertà. A questo punto dovresti descrivere i contadini sorridenti che lungo il ciglio della strada offrono bicchieri di plastica ripieni di lamponi, o le donne con in testa il foulard che portano coscienziosamente pesanti secchi pieni di formaggio su per la collina per poi venderli al mercato. Dovresti descrivere i paesani ospitali che ti offrono con insistenza rakija fatta in casa (“una grappa ricavata dalla frutta distillata”, spiegherai), o gli entusiasti studenti universitari che in città, nonostante l’astronomico tasso di disoccupazione, entrano in “locali segreti e fumosi” e ballano fino all’alba in una città che potresti definire “la nuova Berlino”.

Dovresti poi accennare che la “cordiale” e “vibrante” atmosfera rende difficile immaginare che la regione abbia visto tanta “barbarie” e “spargimento di sangue” così di recente.

La guerra, che avvertirai i lettori essere un tema troppo delicato da affrontare con i notoriamente irascibili locali, è stata “impregnata di sangue”; i conflitti “insanguinati”. Forse ripeterai quello che Winston Churchill una volta disse: i Balcani producono piu storia di quanta ne possano digerire. E la storia recente dei Balcani, potrai asserire, è stata scritta nel sangue. In fondo, è stato il crollo della Jugoslavia che ha umanizzato il termine “pulizia etnica”.

Potresti voler ripetere quello che l’“esperto” di Balcani Tim Judah dice della Jugoslavia: che era “un’idea nobile”. La riunificazione in un unico paese dei popoli slavi del sud che parlano la stessa lingua (dimentica gli albanesi e la loro irritante lingua per ora, complicherebbero solamente la tua analisi di esperto)  aveva, nella tua opinione di esperto, qualche senso. Ma fallì nella pratica, insieme a tutto il progetto comunista del ventesimo secolo.

Potresti dire che la Jugoslavia “andò in rovina” o “venne consumata” come da un incontrollabile incendio, come se non ci fossero autentici mandanti o esecutori materiali. Da giornalista esperto di Balcani sai già di essere tenuto a scartare ogni spiegazione che coinvolga “odi atavici” come “troppo 1998”. La Jugoslavia semplicemente “andò in pezzi” o “si disintegrò” perché è d’obbligo nascondere il fatto che alcuni dei veri organizzatori del “massacro fraticida” sono ancora al potere.

Da giornalista occidentale che scrive di Balcani oggi, ci si aspetta che tu dia a questi criminali di guerra almeno un encomio: per essersi messi in posa in Belgio con quelli che prima erano loro nemici, o per aver firmato deboli accordi “storici”, o per aver espresso un tiepido interesse verso l’entrata nell’Unione Europea e perciò aver fatto sentire gli Eurocrati un po’ più a posto con sé stessi.

Ma soprattutto dovrebbero essere lodati per non aver agito in modo così dannatamente balcanico.

Ad ogni modo, sai che la novità di questo “progresso” incontrerà il disappunto di alcuni tuoi lettori e colleghi. Alcune lamentele sono già state avanzate. Dubrovnik ora sembra “troppo elegante”. I menu dei ristoranti in alcuni delle zone calde della regione ora sono “troppo raffinati”. Porto Montenegro è “troppo curato”. I suoi “hotel eleganti” sono “totalmente senz’anima”. Questi posti sono diventati troppo europei e dunque insufficientemente balcanici per gli avventurosi europei in cerca di vacanze a basso prezzo.

Dovresti rassicurare i tuoi lettori ansiosi che la regione rimane abbastanza incolta e poco curata in alcune zone, e che oltre alla Crozia e alla Slovenia è improbabile che nuovi stati balcanici entreranno a far parte della “famiglia europea” per almeno le prossime dieci stagioni turistiche.

Articolo pubblicato in inglese su Balkanist.net, traduzione di Chiara Milan. Foto: Oksana Krutenyuk, Flickr

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4 commenti

  1. Alessandro_da_Budapest

    bene, questo è il 90% del giornalismo che si occupa di esteri. Scrivere le cose che il lettore medio potenziale già sa o crede di sapere perchè solo quello attirerà la sua attenzione, nn certo quello che succede davvero.

  2. Ahimé Alessandro credo che Lei abbia proprio ragione…
    Comunque ottimo articolo.

  3. Ma perché quando si parla di Balcani si devono sempre mettere in prima pagina gli zingari? E tutte le altre etnie, native europee, che abitano nei Balcani? Come mai amate così tanto gli zingari e così poco gli altri popoli?

    • Se ti riferisci alla foto a corredo del pezzo, Luca, è fatta proprio per sottolineare questo stereotipo che anche tu noti: Slavo=Balcanico=Zingaro (anche nel bene, in occasioni quali il festival di Guča). Come il pezzo è un invito ad andare oltre agli stereotipi, anche la foto lo è. Noi i popoli dei Balcani, ma anche dell’Europa in generale, li amiamo tutti, uno più dell’altro, dagli aborigeni pre-indoeuropei fino agli ultimi arrivati.

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