IRAN: Con Rohani la fine del populismo e della redistribuzione

La vittoria di Rohani (più correttamente sarebbe da scrivere Ruhani, o, in trascrizione scientifica Ruḥāni) alle elezioni presidenziali iraniane è probabilmente un segnale positivo per il paese e per la regione. E’ stata descritta da molta stampa occidentale come una vittoria “sorprendente” ed “inattesa”; non tanto perché effettivamente difficile da prevedere, quanto probabilmente per le necessità di una coerenza interna al discorso che questa stampa produce normalmente sull’Iran.

Un discorso in cui Ahmadi-Nezhad era un “dittatore” e un “interlocutore inaffidabile”; proprio queste elezioni sembrano confermare che Ahmadi-Nezhad era un invece una parte di un sistema di potere che è in grado di funzionare, entro certi limiti, come una democrazia (malgrado la significativa esclusione da queste elezioni di un candidato di peso come l’ex presidente Rafsanjani, da tempo critico degli assetti dominanti sia nell’apparato religioso che intorno alla presidenza). Per i religiosi che controllano le leve più importanti dello Stato iraniano, Ruhani non appare certamente come il “pericoloso” progressista che alcuni commenti giornalistici a caldo in Italia hanno dipinto; paradossalmente, proprio Ahmadi-Nezhad e alcuni dei candidati considerati “conservatori” dai nostri media, come Qalibaf, erano in realtà i rappresentati di istanze populiste, anche di redistribuzione sociale, che mettono in discussione l’assetto della Repubblica ereditato da dopo la morte di Khomeini; un assetto che in buona parte si deve proprio all’opera di Rafsanjani. Certo, un cambiamento in direzione opposta a quella auspicata in Occidente, ma non per questo gradito all’ “uomo nero”, il Rāhbar (Guida Suprema) Khamenei.

Il rapporto tra il Rāhbar e il Presidente Ahmadi-Nezhad, mai particolarmente stretto, è molto peggiorato negli ultimi anni, con dissensi anche a livello religioso; l’ortodossia di alcuni influenti membri dell’entourage del presidente era stata messa in dubbio. Da questo punto di vista, Ruhani, un intellettuale religioso (ha un dottorato all’università di Glasgow) “moderato”, con un impeccabile passato rivoluzionario e una storia di presenza nei vertici dello Stato, potrebbe rappresentare per il Rāhbar ed il sistema di potere religioso (comunque diviso al suo interno) una garanzia maggiore di quella incarnata dai cosiddetti “conservatori”, anche nel senso di un atteggiamento pubblico più misurato.

Con tutte le sue promesse, l’area radicale e populista che nella nostra stampa è spesso indicata da questo nome non è riuscita a garantire i risultati di redistribuzione economica e giustizia sociale che erano stati probabilmente la base del consenso elettorale di Ahmadi-Nezhad, ha risposto in modo negativo alle richieste “borghesi” di libertà civili e politiche, e si messa in una posizione di scontro con i religiosi; Ruhani eredita una situazione economica e sociale difficile. Si può pensare che da parte sua ci possa essere più attenzione per istanze “borghesi” relative ai diritti civili e politici (ha criticato in campagna elettorale il trattamento dell’ex candidato “progressista” alla presidenza Musavi, agli arresti da tempo) così come una posizione meno conflittuale verso l’establishment religioso che ricopre importanti cariche non elettive ai vertici dello Stato.

Ma le questioni essenziali sul tavolo, per l’Iran, sono due, e la presidenza ha poco spazio di manovra in entrambe: le condizioni economiche, malgrado la retorica della presidenza uscente, sono difficili e causa di malcontento, in particolare per quel che riguarda le disparità sociali, anche a causa delle sanzioni; difficile è quindi anche la situazione internazionale di un paese che ha tutti i motivi per sentirsi assediato e braccato dalla massima superpotenza del pianeta. Le linee generali della politica estera iraniana sono definite, in gran parte indipendentemente dal presidente; un disgelo con gli USA richiederebbe prima di tutto la riduzione del sostegno americano ai principali nemici dell’Iran nella regione (l’Arabia Saudita prima ancora di Israele), il che è improbabile; si ha l’impressione che gli Stati Uniti facciano fatica a vedere nell’Iran un attore razionale e quindi a credere che valga la pena di essere razionali al riguardo. Del resto, la posizione regionale e gli interessi in gioco non fanno ritenere probabile un cambio di atteggiamento iraniano sui principali problemi regionali, a cominciare dalla Siria, dove il sostegno ad al-Asad appare una scelta strategica; anche se c’è spazio per una ridiscussione della questione nucleare. 

Foto: Marko Moudrak, Flickr

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2 commenti

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    • Davide Denti

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