IRAN: Esclusi i due candidati scomodi, ora il regime gioca in casa

C’è fermento nell’ecosistema politico iraniano dopo che il Consiglio dei guardiani, organo vicino alla Guida suprema con potere di veto sui candidati, ha escluso due personalità chiave dalle elezioni presidenziali che il 14 giugno daranno un volto al successore di Ahmadinejad. Bocciati, infatti, sia Esfandiar Rahim Mashei, pupillo nonché cognato dell’attuale Presidente, sia il religioso pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani, che negli ultimi anni aveva raccolto attorno a sé l’appoggio di molti riformisti, tra cui l’ex presidente moderato Mohammad Khatami.

Mashei è definito “deviazionista” dal clero sciita in quanto vorrebbe ridimensionare il ruolo dei religiosi nella società iraniana ed erano in pochi a credere che la sua candidatura sarebbe sopravvissuta alla falce del Consiglio. Meno attesa era invece l’esclusione di Rafsanjani, già Presidente dal 1989 al 1998 e uno dei pilastri della Rivoluzione islamica del 1979. Tra le motivazioni del Consiglio ci sarebbero anche la sua età -78 anni- ma, considerando che almeno due membri del Consiglio sono più anziani di lui, è ovvio che le ragioni sono più politiche che anagrafiche. Infatti, il suo curriculum politico non gli ha evitato di inimicarsi il regime quando nel 2009, alle elezioni che riconfermarono Ahmadinejad, criticò apertamente le violenze contro i manifestanti che scesero in piazza contro i presunti brogli elettorali.

Nonostante alcune personalità -tra cui anche la figlia del padre della Rivoluzione, l’ayatollah Khomeini- si siano già opposte alla sua esclusione, Rafsanjani ha accettato senza protestare la decisione del Consiglio. Diversa la reazione di Ahmadinejad che, per rimettere in corsa il suo delfino Mashei, ha già fatto appello alla Guida suprema, l’unico che potrebbe ripescare qualche nome dal cappello degli esclusi. Dato il rapporto da “separati in casa” tra Khamenei e Ahmadinejad sembra improbabile che la Guida si pronunci sulla questione e, eliminati i due candidati che rappresentavano una minaccia interna al regime, le elezioni sembrano trasformarsi ora in uno scontro tra fedeli e fedelissimi.

Degli oltre 680 pretendenti, hanno passato il vaglio del Consiglio dei guardiani solo otto candidati, di cui almeno sei possono essere definiti conservatori leali alla Guida suprema. Tra i volti noti il negoziatore per il nucleare Said Jalili, il sindaco di Teheran Mohammad-Bagher Ghalibaf e l’ex ministro degli esteri Ali Akbar Velayati. Promossi anche Gholam Ali Haddad-Adel, la cui figlia ha sposato il figlio di Khamenei, Mohsen Rezai, capo del corpo militare dei Guardiani della rivoluzione fino al 1997, e il semisconosciuto Mohammad Gharazi, ex ministro del Petrolio dal 1981 al 1985.

Tra i riformisti hanno avuto il via libera solo il religioso moderato Hassan Rouhani e Mohammad Reza Aref, già vice presidente durante il governo del riformista Khatami. Al momento i due non pongono una vera minaccia al regime, in quanto non sembrano godere di una solida base di appoggio popolare a livello nazionale. Vale la pena ricordare, però, che lo stesso si disse nel 2009 dei due candidati riformisti, Hossein Mir-Mousavi e Mehdi Karroubi, che in qualche mese invece riuscirono a dare vita alla più grande mobilitazione nazionale che la Repubblica islamica abbia dovuto affrontare fino ad ora, la cosiddetta «Onda verde». Mousavi e Karroubi sono tuttora agli arresti domiciliari e i riformisti ora dovranno scegliere se unirsi dietro a un candidato moderato o scegliere di boicottare le elezioni, rischiando però di alleggerire ulteriormente il proprio già misero peso politico.

Il potere di veto del regime sulle candidature, sommato a una campagna elettorale volutamente breve, mira a ridurre al minimo il potenziale destabilizzante delle elezioni. Queste, seppur parzialmente pilotate, rappresentano comunque un momento di scontro effettivo tra le varie fazioni politiche e una valvola di sfogo per il malcontento della popolazione. Ciò che si vuole a tutti i costi evitare è un’emorragia di consensi come quella del 2009 di fronte alla quale il regime, soffocato dall’inflazione e dalle sanzioni internazionali, probabilmente non sopravvivrebbe.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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Un commento

  1. Rafsanjani : più che pragmatico molto, troppo maneggione.

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