UNGHERIA: Un paese dipinto come antisemita. Ma è la verità?

DA BUDAPEST – Le prese di posizione contro la quantomeno impopolare dichiarazione del politico di Jobbik sono state immediate e proseguono nei giorni: larga parte della stampa italiana e internazionale decide di dargli spazio, se non altro sulle versioni online dei vari media, per cavalcare l’onda. A costo di forzare la realtà.

Riassumiamo i fatti: domenica pomeriggio oltre 10mila persone si sono radunate davanti al parlamento di Budapest per manifestare contro l’affermazione di un deputato del partito di estrema destra Jobbik, Gyöngyösi Márton, il quale lunedì scorso aveva parlato della necessità di creare degli elenchi degli ebrei (o discendenti di) residenti in Ungheria (ne abbiamo parlato qui). La motivazione sarebbe la sicurezza nazionale: certe persone la metterebbero a rischio per i loro legami con Israele. Alla manifestazione di sdegno hanno partecipato membri di partiti diversi, anche del centro destra conservatore al governo con la coalizione Fidesz-Forum dei Democratici.

I cittadini ungheresi sono stati supportati da alcuni volti noti della politica locale che hanno tenuto un discorso in Kossuth Tér, tra cui l’ex primo ministro Bajnai Gordon, il vertice del partito socialista Mesterházy Attila e Rogán Antal, alla guida del gruppo parlamentare di Fidesz. “Fuori dal Parlamento e basta, non c’è altro da dire verso chi si permette di pronunciare simili atrocità” risponde un signore munito di un pesante cartellone con la scritta “Fuori, ora!”. È arrivato dalla campagna, da un paesino a 70 chilometri dalla capitale, solo ed esclusivamente per prendere parte a questo incontro, nonostante la neve prevista per la serata e per i prossimi giorni. Molto diretta la richiesta di Mesterházy, che esorta Viktor Orbán ad aprire la sessione del parlamento della settimana con una netta condanna a Jobbik che metta in riga i membri del partito e precisando che MSzP non prenderà parte alla riunione del comitato per gli affari esseri fino a quando Gyöngyösi ne sarà vice presidente.

Le scuse

Dopo l’esplosione dello scandalo il politico nazionalista ha espresso le sue scuse e sostenuto di essere stato frainteso, ma non ha convinto nessuno. Tanto che la contro-protesta organizzata domenica pomeriggio da Jobbik è stata fermata dalla polizia.

Cosa dicono all’estero

“Dall’Ungheria agghiacciante passo indietro” è un titolo dei tanti, preso a caso, cui segue un articolo che prende spunto dall’episodio per fare la predica alle nuove generazioni, che sembrano aver dimenticato, o non conoscere, il passato. Arrivando a conclusioni che personalmente trovo condivisibili, ma non è questo il punto adesso: mi interessa sottolineare come dalle parole di un singolo individuo si sia arrivati a definire antisemita un intero paese. Per altro quello con la più grande comunità ebraica dell’Europa centrale.

Ora, se da questo caso dovessimo farci un’idea della considerazione verso gli ebrei e sulla stato attuale della memoria dell’Olocausto in Ungheria potremmo sentirci rincuorati. Sì, perché quello che secondo me conta non sono gli sproloqui di un singolo politico, ma la reazione di un popolo. Se non bastano due grandi manifestazioni “stelle al petto”, centinaia di commenti online, gruppi su Facebook, “cinguettii” su Twitter e decine di post su altrettanti blog, se non sufficienti le reazioni di politici tanto di sinistra quanto conservatori e il comunicato di presa di distanza del governo, se vogliamo chiudere gli occhi di fronte a quanti ebrei di altre nazionalità vivono a Budapest per scelta e ci restano nonostante Jobbik, allora resta ci resta solo un obiettivo per fare un certo tipo di giornalismo: essere cliccati. Scrivere un bel titolo sull’antisemitismo fa sempre cassa. Ma è anche strumentalizzazione di una tragedia storica. E, non meno grave, infanga il nome di una nazione.

Chi è Claudia Leporatti

Giornalista, è direttore responsabile del giornale online Economia.hu, il principale magazine in italiano sull'economia ungherese e i rapporti Ungheria-Italia, edito da ITL Group. Offre tour guidati di Budapest in italiano e inglese. Parla inglese e ungherese, ma resta una persona molto difficile da capire. Scrive racconti e sta lavorando (o pensando) al suo primo romanzo. Nata a Bagno a Ripoli (Firenze) senza alcuna ragione, vive a Budapest, per lo stesso motivo.

Leggi anche

Un libro per comprendere l’Ungheria odierna: “Orbán: un despota in Europa”

“Orbán: un despota in Europa” di Stefano Bottoni Salerno Editrice p. 304, € 19 Viktor ...

9 commenti

  1. Sono completamente d’accordo per quanto riguarda la strumentalizzazione facile, appunto per avere un bel “mi piace”, dell’antisemitismo in Ungheria generalizzando un episodio e rendendo quindi colpevole i questo modo un intero popolo. Ma so anche, essendo io ungherese e in parte d’origine ebrea, quanto se non l’antisemitismo, ma comunque la distinzione fra ebrei e non, sia radicata nella società ungherese. Una distinzione inesistente in Italia e piuttosto insolita anche altrove. Dico che stavolta vi è stata una certa esagerazione ma non smonterei mai lo stato di allerta in Ungheria sull’antisemitismo.
    La campagna condotta anche dalla stampa ha comunque avuto un buon esito: Gyongyosi è stato escluso dalla delegazione degli Esteri in visita a Roma. Per lo meno impara, anche se le sue dimissioni sarebbero solo l’unico e vero segnale di ravvedimento.

  2. Concordo con Andrea. Aggiungerei che non molto lontano, con Romania Mare la questione dell’antisemitismo è stata ripresa. L’area dell’europa orientale è stata spesso vicina a tali posizioni. Non si deve cadere però nello stereotipo che vuole l’europa orientale antisemita e quella occidentale grande fan dei diritti delle minoranze. In Italia forse non esisterà una particolare vena antisemita, ma dove è stato comodo massacrare un popolo per i propri biechi interessi lo si è fatto tranquillamente. Non abbiamo avuto Lager, ma treni che partivano per Auschwitz, quindi siamo NOI gli antisemiti, come lo è stata l’intera europa.

  3. E’ vero, in Italia non mi pare ci sia la tendenza a distinguere tra ebrei e non ebrei. D’altronde sono da prendere da esempio reazioni come quella del popolo ungherese alla dichiarazione di Gyöngyösi. Nemmeno queste rappresentano un popolo intero, ma di certo confortano la comunità ebraica locale e fanno sperare che certe “esagerazioni” vengano sempre soffocate sul nascere. Concordo con Andi sulle dimissioni, ma francamente non penso che il “messere” abbia cambiato idea, né che realmente sia stato frainteso.
    Il presidente della comunità ebraica si è detto soddisfatto e lieto che Orbán abbia dichiarato che razzismo e antisemitismo saranno perseguiti dal governo. Ci vorrebbe forse un atto più forte?

  4. Il problema non è demonizzare o meno un popolo come antisemita, ma vigilare su segnali preoccupanti di rigurgiti antiebraici. Perchè continuano ad organizzare e promuovere viaggi ad Auschwitz?

    Tra l’altro devo dirvi che siete poco aggiornati (purtroppo) sull’Italia. Negli ultimi anni si è registrata una crescita degli episodi antisemiti: dai cori allo stadio Olimpico a nuovi partiti di estrema destra nella capitale, al sito Stormfront che ha pubblicato liste nere di intellettuali ebrei o esperti di immigrazione. Dobbiamo considerare tutto questo una bravata o forse stare attenti?

    Lo sappiamo tutti che in tempi di crisi si apre la caccia alle streghe e la grave situazione economica europea può scatenare nuovi pogrom. Il popolo ungherese ha dimostrato di essere una grande nazione per la risposta che ha dato. Ciò non toglie che bisogna stare svegli e non sminuire mai l’anitsemitismo, l’antigitanismo e il razzismo, perchè abbiamo visto quali danni ha fatto nella storia.

  5. Cara Annarita,
    grazie per il tuo commento.
    Non era mia intenzione sminuire la gravità dell’antisemitismo, né negarne l’esistenza. Riguardo alla tua domanda non penso si possano considerare bravate e l’attenzione deve essere alta. Sono fenomeni da condannare ma anche da seguire. Con attenzione. East Journal è sempre molto attento a queste tematiche riguardo ai paesi di nostra competenza. Sulla situazione italiana è forse più difficile essere informati se non si frequenta l’ambiente. Aldilà degli episodi – importanti- che citi, non so quali difficoltà affronti una famiglia ebrea in Italia. Negli ambienti che conosco non ho mai osservato casi di intolleranza religiosa (antigitana sì), ma appunto parlo solo in base alla mia esperienza in alcune città.
    Purtroppo per come vanno le cose soprattutto a livello occupazionale (in Italia, in Ungheria e nel resto d’Europa) le prospettive non sembrano rosee e condivido il tuo timore.
    Credo che anche sulla rete ci sia molto razzismo, ma in questo caso il controllo si scontra con la libertà d’espressione e raramente è possibile intervenire.
    Scusa la divagazione, comunque, quello che mi interessava chiarire con questo articolo è che l’Ungheria non è un paese nazista perché c’è Jobbik.

  6. Giusto vigilare sull’antisemitismo, come è giusto mantenere alta l’attenzione (la strategia di ridicolizzare tali moti funziona fino ad un certo punto). Facciamo però anche attenzione a non chiuderci in schematismi troppo rigidi. Le nuove frontiere della violenza inter-etnica si stanno dimostrando estremamente dinamiche. Se oggi l’oggetto non è più “der jude” magari è lo zingaro, o ancora di più il romeno, che oggi sembra essere il soggetto più gradito dagli italiani per insulti, razzismo e intolleranza. Bisogna tenere gli occhi aperti, sì, ma a 360°.

  7. Una placca commemorativa delle vittime dell’Olocausto è stata affissa a Budapest, a un’estremità del Ponte Elisabetta, dal ministero degli esteri ungherese. Inaugurata l’11 dicembre. Un invito a non dimenticare o una strumentalizzazione dell’accaduto per farsi belli con poco?

  8. Personalmente penso che in qualunque Paese ci siano degli stupidi che dicono cose stupide. Può essere che qualche stupido sieda in Parlamento, può essere che gruppi di stupidi si organizzino con cori da stadio, ma alla fin fine non partirei da questo per tastare il polso di un popolo. Gente ignorante c’è dappertutto, l’essenziale è impedire che facciano danni Per quello che conosco dell’Ungheria (frequenti viaggi e fitti e appassionati dialoghi con persone di cultura, soprattutto docenti universitari di facoltà umanistiche) non direi che ci siano rigurgiti antisemiti in Ungheria più che in qualunque altro paese dell’Europa occidentale o centrale. C’è piuttosto una serena passione per le proprie radici culturali e la propria storia, ed è questo che dà fastidio all’establishment europeo (UE e opinion-maker) che stanno facendo campagne di stampa e di informazione per fare passare un’idea di Europa senza radici. Gli ungheresi hanno sofferto la barbarie nazista quanto la barbarie comunista, e hanno un ricordo forte ed egualmente intenso dei momenti drammatici passati sotto questi regimi. Questo li rende poco propensi a inoltrarsi in avventure che li riportino a un passato fortemente condannato.

    • Bella questa discussione. Moreno, io non conosco la realtà ungherese, però sto approfondendo la loro storia. Dato che alcune analogie tra la loro e la nostra storia mi sono saltate agli occhi, credo se ne possa ricavare qualcosa. E’ difficile ma importante da dire che un totalitarismo non lo si subisce mai in pieno, specie se parliamo di collettività e non di singoli. La radice antisemita in Ungheria, Germania e Romania, per citare tre casi, è molto antica, come in Italia la concezione feudale dello stato, e quindi la tendenza a lasciar massacrare il prossimo se il carnefice ci assicura un piatto di spaghetti. Ma a parte queste analisi storiche che lasciano sempre il tempo che trovano, se si vede il consenso ottenuto dai totalitarismi (Fascismo in primis) è difficile pensare che essi siano stati solamente subiti (anche se per le Croci Frecciate e Horty è più difficile parlare di consenso). Ora andrebbe capito perché ogni tanto si butta lì l’Ungheria invece di parlare dell’estrema destra finlandese, per dire, o dei fondamentalismi cristiani di stampo militare negli Stati Uniti. Alla fine però credo che l’analisi per cui si attacca l’Ungheria per portarla all’omologazione di stampo UE non regga, e ti spiego perché. L’Ungheria di Orban ad oggi è stata più volte graziata, o meglio bellamente ignorata dall’UE, perché non interessava a nessuno metterla a riparo da derive anti-democratiche. Non interessa in Grecia, che pure è nell’euro e ha un partito di estrema destra per di più antieuropeista. La politica standard mi sembra quella di distaccato controllo, al fine di assicurare i propri più puri interessi. Quindi implementare una spinta in contrasto con l’Ungheria quando ora l’importante è mantenere il proprio dominio sulla Grecia mi sembra poco probabile.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: