POLONIA: Slesia, prove di separatismo

Nell’Europa dei frantumi, i casi in cui emergono separatismi latenti si moltiplicano. Insospettabile la Polonia ne cova uno in seno, pur meno grave di quello catalano, scozzese o fiammingo. E’ il caso della Slesia, regione polacca al confine tra Germania e Repubblica Ceca che vanta una lingua e una storia a sé e, soprattutto, redditi più alti del resto del Paese. E facendo leva sull’economia i movimenti che rivendicano l’autonomia diventano sempre più forti.

Il successo elettorale

Nella nazionalistica Polonia il risultato delle ultime elezioni regionali, nel 2010, sancì un relativo successo del Movimento per l’autonomia della Slesia (Ruch Autonomii Śląska) che si affermò con un complessivo 8,5% raggiungendo punte del 17,5% a Chorzów, del 16% a Katowice e del 14,5 a Rybnik. Trattandosi della regione più ricca del Paese, nonché della più popolosa, il risultato ha inquietato non poco Varsavia. “Vogliamo l’autonomia, non perché abbiamo qualcosa contro la Polonia, ma perché siamo convinti che difenderemmo meglio i nostri diritti e gestiremmo meglio i fondi pubblici. Per noi autonomia non significa ritorno al passato, bensì guardare al futuro, trovare un modo per risolvere la crisi politica che gli stati-nazione europei contemporanei stanno attraversando”, ha dichiarato uno dei leader del movimento, Piotr Długosz, 32 anni.

La giovane età è uno degli elementi che caratterizza il movimento: Jerzy Gorzelik, classe 1971, guida il partito nato nel 1990 come associazione e rapidamente evolutosi. Un suo antenato partecipò ai moti degli anni 1919-1921, nel corso dei quali gli slesiani combatterono per la propria indipendenza nel territorio che all’epoca apparteneva alla Germania. Laureato in storia dell’arte, Gorzelik mantiene un profilo discreto, assai distante dai gridati e chiassosi leader separatisti europei.

Gli slesiani pagano per tutti

Un articolo di Leoš Kyša, apparso su Hospodářské Noviny all’indomani delle elezioni, afferma che “il caso della Slesia polacca, e in particolare della Voivodie slesiana molto industrializzata e ricca di materie prime, inquieta da ben vent’anni la classe politica”.  E intervistando un deputato slesiano di Piattaforma Civica, il partito del primo ministro Tusk, emerge come “i politici che hanno costruito la nuova Polonia dopo la caduta della dittatura comunista erano convinti, come anche i comunisti prima di loro, che un Paese multietnico fosse meno stabile di uno stato nazionale unificato. È per questo che si sono comportati come se gli slesiani non esistessero”. E invece esistono, e lo hanno fatto capire con il voto.

Il movimento ha aperto un dibattito sulla storia e sulla lingua slesiana. Ma quel che interessa sono i soldi. Il Movimento chiede la gestione regionale delle imposte locali, rivendicando come gli slesiani “paghino per tutti”. Se il successo del Movimento sia un fuoco di paglia accesosi col malcontento, oppure abbia radici più profonde, sarà il tempo a dircelo. Certo la Slesia è una regione complessa, sospesa tra Polonia, Repubblica Ceca e Germania, connnotata da una storia di antica autonomia e sintesi culturale slavo-germanica, ha più volte rivendicato e combattuto per la propria indipendenza.

Un po’ di storia

Area di insediamento slavo a partire dal X° sec., la Slesia fu progressivamente germanizzata negli ultimi secoli del Medioevo e nell’età moderna. Cristianizzata poco prima dell’anno Mille, la Slesia fu per tutto l’XI° secolo teatro di lotte fra tedeschi, polacchi e cechi, rimanendo polacca con Boleslao III. Il processo di germanizzazione ebbe inizio nel XIII°secolo. Essendo deboli i legami con la Polonia, la Slesia rimase a lungo oscillante fra il regno di Boemia e la Polonia. Devastata dalle guerre hussite, fu terreno di diffusione per la Riforma. Al termine della guerra dei Trent’anni, con il trattato di Aquisgrana (1748), passò alla Prussia.

La popolazione tedesca è stata drasticamente ridotta a causa delle espulsioni seguite all’assetto politico determinato dagli esiti della Seconda guerra mondiale. Ad oggi la minoranza tedesca si riconosce, almeno in parte, nel Mniejszość Niemiecka, partito della minoranza tedesca nella regione che nelle elezioni regionali del 2010 ha ottenuto il 17.77 % nella circoscrizione elettorale di Opole.

L’identità slesiana si radica soprattutto nella lingua, attualmente parlata con frequenza nella Slesia polacca e ceca. Si tratta di una lingua slava al pari del polacco e del ceco. Stando al censimento ufficiale polacco del 2011, ben 509 000 persone hanno dichiarato lo slesiano come prima lingua. Il numero globale di parlanti supera i due milioni di cui almeno 100.000 in Repubblica Ceca.

Una questione tutta polacca

La questione slesiana sembra però interessare solo la Polonia, i vicini cechi e tedeschi non si interessano a una possibile indipendenza regionale che travalichi i confini nazionali. Questo dato conferma come l’elemento identitario e linguistico solo in parte giustifichi le ambizioni slesiane che si radicano, piuttosto, nel differente status economico. E’ una questione di soldi che cerca nella storia e nella lingua, nella supposta alterità culturale, nelle invenzioni etniche, una propria legittimazione. Un po’ come l’indipendentismo catalano o l’assai meno fondato secessionismo padano.

Infine, occorre sottolineare come al Movimento per l’autonomia della Slesia interessi, appunto, l’autonomia e non la secessione. Una frangia più radicale si raccoglie intorno allo Śląski Ruch Separatystyczny, partito separatista slesiano, che non ha raccolto risultati sensibili dal 2007 (anno della sua fondazione) ad oggi.

Quello slesiano però è un autonomismo che si ascrive al più ampio movimento di autodeterminazione portato avanti da molti popoli europei: taluni del tutto pretestuosi (come quello, appunto, padano) altri fondati e riconosciuti anche dai Paesi di cui fanno parte, essi segnano però una tendenza di apparente disgregazione che potrebbe invece condurre per altra via alla più compiuta unità europea.

foto: Presseurop / K. Duda

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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4 commenti

  1. Interessante, ma personalmente non la vedrei come una istanza di autodeterminazione. Mi sembra un po’ eccessivo. Piuttosto mi parrebbe una richiesta di decentramento amministrativo, legata al fatto che in Polonia la devolution territoriale è decisamente debole. I vojvode, cioè i capi degli esecutivi dei 16 vojvodati polacchi, sono infatti nominati dal governo centrale. Almeno era così fino a un po’ di tempo fa. Ora non so se le cose siano cambiate. Comunque l’articolo era buono e mi ha indotto a fare qualche ricerca. Ad esempio qui sotto c’è un ottimo grafico sui PIL regionali in Europa, inclusi quelli polacchi. Si conferma il solito divario tra Ovest ricco e Est traballante.

    http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/1-24022011-AP/EN/1-24022011-AP-EN.PDF

  2. Una volta esisteva anche un dialetto slesiano facente parte del ceppo germanico che dopo la seconda guerra mondiale è scomparso. L opera teatrale “I tessitori” in tedesco “Die Weber” dello slesiano Gerhart Hauptmann è interamente scritto in questo dialetto. È uno dei testi piú importanti e famosi dell intera letteratura tedesca e consiglio a chiunque conosca un po il tedesco di leggerlo. All inizio la lettura puo sembrare un po faticosa pero ci si abitua presto a questo dialetto.

  3. Avete scordato di citare nell’articolo l’indipendentismo veneto

  4. I nonni dei miie nonni erano di Troppau, dalla Slesia, tedeschi però, seconda meta dell’Ottocento.

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