ASIA CENTRALE: La base russa e le richieste "inaccettabili" del Tagikistan

In Asia Centrale la Russia non ha problemi solo con l’Uzbekistan. Anche il Tagikistan, repubblica musulmana sunnita di lingua persiana, si mette di traverso. Sul suo territorio infatti, è dislocata la base militare 201, con 6.000 soldati la più grande base russa fuori dei confini della Federazione. La base è dislocata nelle vicinanze della capitale tagika Dušanbè e delle città (le diamo col tradizionale spelling russo) Kuljab e Kurgan-Tjubè. Il Tagikistan pone sempre nuove condizioni alla Russia per rinnovare il contratto di affitto della base, e la Russia corre ai ripari ostentando pazienza, ma anche minacciando.

Il ministero della Difesa della Russia ha infatti deciso in questi giorni di bloccare provvisoriamente l’assegnazione di fondi per lo sviluppo della base in Tagikistan, finché non sarà risolto il problema dell’estensione dei termini di permanenza in quel paese dei militari russi, termini sche scadono nel 2014. “Il processo negoziale progredisce con difficoltà. Ma noi speriamo che, comunque, vincerà il buon senso”, ha dichiarato all’Interfax il capo di stato maggiore delle Forze armate russe, gen. Nikolaj Makarov. Che il futuro della base russa sia in pericolo lo ha dichiarato già pochi giorni fa il comandante delle truppe di terra, gen. Vladimir Čirkin, il quale ha espresso il parere che il Tagikistan “avanzi richieste completamente inaccettabili”. Čirkin ha anche evocato il pericolo di un conflitto armato locale nella regione, provocando la reazione stizzita della diplomazia tagika.

Il 3 luglio il gen. Makarov ha rilevato che in precedenza fra i due paesi si era convenuto che il rinnovo dell’accordo sullo stazionamento della 201-a base dopo il 2014 sarebbe stato sottoscritto nel primo trimestre del 2012. Makarov ha sottolineato: “Purtroppo, questo non è avvenuto. Il Tagikistan improvvisamente ha puntato i piedi e noi siamo stati costretti a bloccare l’assegnazione dei fondi per la ricostruzione della base finché non si chiarirà la situazione”.

A sua volta il gen. Čirkin ha dichiarato che “Il Tagikistan ha avanzato a questo proposito oltre 20 richieste che cambiano continuamente”. Si tratta, in particolare, delle nuove scadenze per la permanenza della base, poiché la Russia vorrebbe concludere un accordo per 49 anni. “I tagiki ci hanno proposto di limitarci dapprima a 10 anni, poi a 20, al massimo a 29 anni. Poi volevano che lasciassimo loro gratuitamente il materiale tecnico-militare, poi le munizioni. Le stesse proposte vengono fatte circa il finanziamento della base. In una parola, è in corso uno spiacevole ‘bazar orientale’ di cui per ora non si vede la fine”, ha detto Čirkin, aggiungendo che la decisione del ministero della difesa russo di tagliare i fondi per la base è pienamente giustificata.

Richiamiamo l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti sono disposti a lasciare al Tagikistan, gratuitamente, un’ingente partita di tecnica militare. Attualmente il Pentagono, come abbiamo già rilevato in altra sede, sta conducendo con il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Kirghizistan trattative per lasciare nella regione la tecnica americana dopo l’uscita dall’Afghanistan nel 2014.

Le dichiarazioni sulle difficoltà del processo negoziale e quelle sulla minaccia di guerra in Asia Centrale non a caso sono state fatte non dal ministero degli esteri della Russia, ma da un comandante militare e cpme en passant. I media tagiki suppongono che la Russia di proposito abbia usato un’astuzia facendo rilevare l’assenza di movimento nelle trattative. Il generale non ha precisato quando si debba attendere un nuovo conflitto armato, ma naturalmente è intuitivo chi potrebbe scongiurarlo. “La dichiarazione del gen. Čirkin riflette la complessità dello stesso processo di preparazione di un accordo sulla permanenza in Tagikistan della base russa”, dice il politologo tagiko Rašid Gani Abdullo. “Qui bisogna rilevare che quando l’allora presidente Medvedev dichiarò che il Tagikistan è d’accordo a prolungare la scadenza a 49 anni, da parte tagika non seguì nessuna dichiarazione che confermasse quelle parole. Cioè nessuno parlava in concreto di qual numero di anni si stesse discutendo”.

Il politologo tagiko è sicuro che Dušanbè ha preferito aspettare quando al potere in Russia ci sarebbe stato il nuovo presidente Vladimir Putin e solo allora ha deciso di incominciare nuove trattative, possibilmente a nuove condizioni: “La scadenza a 49 anni sembra irreale, in tutti questi anni può succedere ancora di tutto, tutto può cambiare. 10 anni è un periodo più fattibile. Credo che se l’accordo, alla fine, sarà firmato, avrà appunto a un dipresso questa scadenza”.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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