UNGHERIA: arrestate 5 persone a Budapest. Indossavano la stella rossa

Il giorno della festa del lavoro cinque persone sono state arrestate a Budapest per aver indossato sul bavero una piccola spilla a forma di stella rossa, durante la consueta manifestazione che si tiene ogni anno al Piazzale degli Eroi. Tra gli ammanettati, anche un italo-ungherese: A.T., residente a Budapest. Aldilà del fatto di cronaca, conclusosi dopo poche ore con il rilascio dei trasgressori, ci interessa approfondire l’argomento della legalità di certe azioni in Ungheria. Qui indossare la stella rossa non è come mettersi una qualunque altra piccola spilla. Se la stella è a cinque punte e non è il logo di un marchio di acqua minerale o di birra, portarla in giro è un reato, perseguibile per via penale.
La legge ungherese include un paragrafo dedicato all’uso degli emblemi dei totalitarismi, e stabilisce innanzitutto un elenco di simboli messi al bando:

  • la svastica;
  • 
la croce frecciata;
  • il distintivo delle SS;
  • 
la falce e il martello;
  • 
la stella rossa a cinque punte;
  • e tutte le rappresentazioni di questi.

Il codice penale dispensa ovviamente dalle sanzioni ogni impiego a scopo di istruzione, informativo o di divulgazione scientifica, ma proibisce di indossarli in pubblico. Nel 2000, in seguito a una petizione, la Corte Costituzionale locale si è interrogata sulla costituzionalità della norma, che è stata giudicata costituzionale.

I precedenti
La Corte dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino di Strasburgo, però, la vede in modo diverso. Nel 2004, infatti, multò l’Ungheria per aver punito Vajnai Attila, allora vice-presidente del partito di sinistra dei lavoratori, il quale aveva indossato, durante una manifestazione, una giacca su cui aveva cucita la stessa rossa a cinque punte. Secondo la Corte Europea, il Paese aveva interferito con la libertà di espressione di un cittadino e l’Ungheria ribatté che il simbolo era un esplicito richiamo al Comunismo, una forma di governo totalitaria dai cui pericoli il Paese voleva mantenersi lontano. La Corte Europea si disse in parte d’accordo anche se a oltre vent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica il rischio che una stella rossa riaccendesse le fiamme di un regime assoluto ormai morto e sepolto sembrava inesistente. Osservò però che la stella rossa è un simbolo molto generico, che rimanda a concetti più ampi del regime sovietico e, nel 2008, chiuse il caso assegnando la vittoria a Vajnai. Questa la sentenza finale della Corte di Strasburgo, datata 8 luglio 2008:

(ric. n. 33629/06, Vajnai c. Ungheria) per violazione dell’art. 10 (libertà di espressione) della Cedu

Vietare l’utilizzo di simboli legati all’ideologia comunista come la stella rossa a cinque punte rappresenta una violazione alla libera manifestazione del pensiero, nonostante che il simbolo riecheggi in molti l’orrore del totalitarismo. In questo modo la Corte europea accoglie il ricorso del Sign. Vajnai, precedentemente rigettato dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo per difetto di giurisdizione, argomentando sulla base di due principali motivazioni. Da un lato il contesto ambientale, in quanto la spilla era stata indossata durante una manifestazione pacifica; dall’altro la mancanza di una concreta minaccia di ritorno al regime, visto l’alto grado di democraticità del Paese, ormai anche membro dell’UE (grassetto inserito dal redattore)”.

Foto di Claudia Leporatti

Stessa conclusione, nel 2010, per il ricorso del 2006 di Fratanolo János, rappresentante legale del partito dei lavoratori. Il risarcimento è stato di 4mila euro, simbolico a sua volta.  La  Corte Europea ha concesso di comprendere che i simboli comunisti sono possibile fonte di dispiacere per i familiari delle vittime del comunismo, ma aggiunto che la normativa vigente è troppo vaga e, tra l’altro, non considera i molteplici significati dello stemma.

Cosa rappresenta la stella rossa?
Non scordiamo i motivi che hanno portato il movimento socialista e quello comunista a identificarsi con questo disegno: le cinque dita della mano del lavoratore che al tempo stesso sono i cinque continenti  e incitavano i proletari di tutto il mondo a unirsi e lottare compatti. Senza dubbio l’adozione da parte di Marx e Engels come simbolo di lotta di classe hanno legato a doppio nodo la stella al comunismo, insieme alla falce e al martello, ma non è possibile che ancora oggi qualcuno creda in quei valori e non se ne vergogni?

Oggi
Siamo abituati a ritenerci indipendenti ormai, liberi di fare qualsiasi cosa ci passi per la testa e di diffonderla, smartphone alla mano, a tutto il pianeta. Su Youtube circolano video di ogni tipo, ci sono forum vetero-comunisti e ultra-fascisti, blog che osannano alle dittature e che evocano l’anarchia. Eppure una piccola stella rossa fa ancora temere qualcosa e non solo in Ungheria. Il lettore italiano faccia mente locale su quante volte gridiamo “Brigate Rosse” di fronte a un graffito più verosimilmente opera di uno studente di sinistra, sui muri di un’università o su quelli di un palazzo in costruzione. A volte si arriva addirittura a parlarne sulla cronaca locale dei giornali.
In Ungheria, mentre chi espone la stella rossa non costituisce un pericolo per la tenuta democratica (ma viene ugualmente represso),  – scrive sul periodico italiano “Il giornale di Budapest” Omar Minniti, presidente dell’Associazione Italiana Scuola di Budapest ed ex consigliere provinciale in Italia –  movimenti politici che si riconoscono nei simboli e nei progetti delle Croci Frecciate (responsabili della deportazione e lo sterminio di migliaia di ebrei, rom e sinti durante il loro regime) siedono in Parlamento, presentano proposte di legge liberticide (vedi quella che prevede 8 anni di carcere per un bacio o un abbraccio tra persone dello stesso sesso!!) e tengono liberamente i propri raduni, con tanto di formazioni paramilitari al seguito“.

Chi è Claudia Leporatti

Giornalista, è direttore responsabile del giornale online Economia.hu, il principale magazine in italiano sull'economia ungherese e i rapporti Ungheria-Italia, edito da ITL Group. Offre tour guidati di Budapest in italiano e inglese. Parla inglese e ungherese, ma resta una persona molto difficile da capire. Scrive racconti e sta lavorando (o pensando) al suo primo romanzo. Nata a Bagno a Ripoli (Firenze) senza alcuna ragione, vive a Budapest, per lo stesso motivo.

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