ECONOMIA: Euro o non euro. Ma non è questo il problema

di Leopoldo Papi

L’austerità imposta dall’Europa alla Grecia ha creato condizioni durissime per i cittadini di quel paese, ma non è il vero problema che sta alla base della sua crisi. Piuttosto, questa è dovuta alle condizioni  di debolezza strutturale della sua economia produttiva. Nelle elezioni di ieri si sono confrontati i partiti favorevoli alle indicazioni di riforma provenienti dalle istituzioni europee come condizione per ottenere gli aiuti (e rimanere nell’euro), come Nea Dimokratia e Pasok, e quelli fautori di una rinegoziazione del piano di salvataggio (Syriza), e i sostenitori di un vero e proprio ritorno alla dracma (i neonazisti di Alba Dorata e i comunisti del kke). In ogni caso, al di là del tipo di moneta che dovesse essere adottato, rimarrà il nodo fondamentale: a quali attività economiche i cittadini greci si dedicheranno.

Qui c’è una distinzione da fare. Lavoro è un termine astratto, che può significare molte cose. Si possono però definire due categorie generali: il lavoro generato dalla politica, e quello che deriva da un’effettiva domanda di beni e servizi. Il primo può dare l’illusione di crescita e prosperità. C’è un alto tasso di occupazione, quasi tutti hanno un reddito, che possono utilizzare subito per soddisfare i loro desideri, o eventualmente accantonare per necessità future.

I lavoratori della prima categoria, anche se di buona volontà, sono spesso impegnati in attività inutili. Si può pensare a molti impiegati dell’amministrazione pubblica: i loro incarichi sono spesso dei puri esercizi di speculazione burocratica, del tutto autoreferenziali. Oppure alle imprese private, impegnate in opere pubbliche di cui non c’è necessità, e la cui realizzazione non è stata decisa in base a un’effettiva domanda, ma a motivazioni politiche.

Nel caso del lavoro “politico” è difficile parlare di crescita economica. Queste attività, sia direttamente svolte dallo Stato, sia affidate alle imprese private, hanno spesso dei costi il cui ammontare è maggiore dei ricavi che ne derivano. Non si può parlare di aumento della ricchezza, nel senso di un valore più alto dei beni e servizi che escono da un processo produttivo (output) rispetto a quello delle risorse che servono per realizzarli (input). Ne deriva che le attività non possono ripagare i costi grazie a ciò che producono. Dunque, l’unico modo per trovare le risorse necessarie a continuare a svolgerle è l’indebitamento (o magari il furto). In questo caso i lavoratori continuano a percepire un reddito, e a consumare beni e servizi e in parte ad accantonare risparmi: ma si tratta di pura illusione di crescita e di benessere. A monte della loro situazione di momentanea prosperità c’è una massa di debiti (magari invisibile, ma c’è) che continua a dilatarsi.

C’è una differenza tra “crescita economica”, in cui ciò che esce dai processi produttivi ha un valore più alto di ciò che serve per svolgerli, e “bolla speculativa”, fondata sull’indebitamento. Sul momento la seconda può dare l’impressione di uno sviluppo e di una crescita maggiore della prima, ma si tratta di un’apparenza, se c’è dietro un debito poco sostenibile in crescita.

Che cosa genera il valore di un bene o un servizio? Economia for dummies: la domanda e l’offerta. Dipende, da un lato, dalla richiesta di quel bene da parte della gente, per i consumi o per realizzare nuove attività, e dall’altro  dalla sua scarsità relativa. Si capisce se un lavoro “serve a qualcosa”, quando c’è effettiva domanda dei prodotti che ne derivano da parte delle famiglie e delle imprese. Domanda e offerta sono, in altre parole, i criteri che permettono di distinguere tra le attività che utilizzano le risorse disponibili per creare “valore aggiunto”, rispetto a quelle in cui ciò che viene prodotto ha un valore minore rispetto ai beni che servono per produrlo.

Questa lunga parentesi teorica è forse utile per capire cosa è successo in Grecia. In quel paese si è creata per anni un’illusione di prosperità, ottenuta grazie a una spesa pubblica insostenibile fatta a debito, e a una valuta forte come l’euro, che ha garantito bassi tassi d’interesse e forte potere d’acquisto di beni d’importazione. L’indebitamento ha permesso di finanziare “lavoro politico” (ma anche un sistema pensionistico eccessivamente generoso), cioè attività utili forse per distribuire liquidità, ma incapaci di produrre il valore aggiunto necessario per finanziare nuove attività e ripagare i debiti. Dentro la facciata di benessere degli scorsi dieci anni (in particolare, al momento delle Olimpiadi nel 2004), si celava così un’economia sempre più povera, e priva un tessuto produttivo capace di generare autonomamente beni di valore.

Questo è forse l’unico aspetto oggettivo, per quanto riguarda la Grecia, che ha senso ricordare, e che permette di mettere nella giusta luce l’eventualità di un’uscita dall’euro. Con la svalutazione della dracma, al di là della disastrosa perdita di valore dei pochi risparmi disponibili (e dei connessi dissesti sociali), si creerebbero forse le condizioni per un rilancio della competitività del sistema produttivo greco. Purché un simile sistema ci sia. A quanto pare però esiste in misura molto ridotta, dopo anni di gestione delle risorse funzionale a interessi politici più che alle richieste del mercato, ed è quindi ben difficile credere che un’uscita dall’euro porterebbe a un rilancio dell’economia greca.

In breve: con l’euro o con la dracma, la Grecia se vuole ritornare a prosperare, deve passare da una serie di riforme, che creino un contesto per cui le attività produttive sono definite in funzione della domanda e dell’offerta, e non di decisioni politiche.  Il mantenimento dell’euro, e l’eventuale presa in carico del debito greco da parte dei paesi forti porterebbe probabilmente un ritorno al benessere della popolazione in Grecia. Senza queste riforme,  ci sarebbe però il rischio, anche con gli “aiuti” dei paesi forti, di relegare la Grecia in una situazione di declino economico. La società greca, si adagerebbe probabilmente (non è detto, ma visti i precedenti) sull’assistenzialismo europeo, in una cronica condizione di sottosviluppo “sussidiato”.

La Grecia è la protagonista di queste ore, ma il problema riguarda tutti gli stati “deboli” colpiti dai mercati, in questa crisi dei debiti sovrani europei. Riguarda l’Italia, che ha un sistema industriale e produttivo che le permetterebbe forse di sopravvivere a un “ritorno alla lira”. Ma quella italiana è un’economia affetta da un ormai ventennale declino, generato dal peso di uno stato e da un sistema pubblico che ne assorbe la maggior parte delle risorse, non da certezza del diritto, disincentiva gli investimenti, (come si può vedere dalla scarsa presenza quelli esteri). Anche qui, l’alternativa non è tra euro o lira. E’ piuttosto tra riforme in direzione di un rilancio dell’economia “libera” – e parallela riduzione delle attività decise “politicamente” – e condanna al declino “assistito” in un contesto politico europeo, o un violento dissesto economico e sociale (e non si sa dove si andrà a parare) connesso a una dissoluzione europea.

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6 commenti

  1. bravo leopoldo,
    ma scusa, quando parli di problema dovuto all’indebitamento continuo non credi che la soluzione sia proprio smorzare questo processo di stampa titoli di stato-liquidità dalla bce-austerithy ? con il contemporaneo abbassamento del potere d acquisto lo stato di fatto non fa che prolungare l agonia della società provocando una stagflazione che di fatto non permette crescita, intesa come piena occupazione. un ministero del tesoro adibito alla stampa del denaro non comporterebbe il dover pagare tassi di interesse a banche sotto forma di misure di “austerity”

    • giorgio, non so se ho capito bene, ma i titoli di stato li emette(va) il tesoro greco, tra l’altro truccando il bilancio, e non la bce. Oggi i titoli greci non li vuole nessuno se non a tassi altissimi, insostenibili per il paese, e che la grecia (visto che sta nell’euro) non può pagare né contrastare svalutando. Tant’è che gli tocca oggi fare violenta deflazione interna (tagliando salari e pensioni, licenziando dipendenti pubblici ecc) per ripagarli (con l’aiuto dei “salvataggi”), o come giustamente dici te, “per pagare i tassi alle banche sotto forma di austerity”.

      Ritornare alla dracma – se è questo ciò che intendi quando parli di ministero del tesoro che stampa moneta, (ma forse intendevi la banca centrale greca, i ministeri dell’economia emettono debito, non denaro), permetterebbe di svalutare e stabilizzare i tassi del debito greco, ma determinerebbe una perdita di potere d’acquisto brutale dei già miseri risparmi greci esistenti, (si dice, del 50-70%). Sarebbe una catastrofe molto peggiore di quella attuale. E ci sarebbe il problema che ho cercato di descrivere nel pezzo: la Grecia ha un’economia produttiva debole, su cui non potrebbe fare molto affidamento per tornare a crescere, grazie all’export e alla svalutazione.

      • il ministero del tesoro greco, cosi come gli altri, non stampa denaro ma emette debito (questo quel che dicevo)…e la banca nazionale greca che è esercizio di diritto pubblico ma di fatto controllato da banche stampa il denaro…a sua volta la banca nazionale greca detiene una percentuale della BCE e di fatto è essa a stamparli…i bilanci li trucchiamo, truccammo anche noi, ma non serve truccarli per sapere che in eurolandia i 5 parametri di maastricht non son rispettati che da 5 economie (Slovenia Finlandia, Lussemburgo, Svezia ed Estonia…economie trainanti aggiungerei)…
        la perdita di potere d acquisto c è già, è questo il problema, quel che dico io è che sarebbe preferibile il cominciare da zero con un default vero e proprio (con lacrime dei contribuenti) piuttosto che assassinare un economia e una società per far contenta la Merkel e di fatto far piangere i greci per altri chissà quanti anni…per fare ciò però ci vuole la dracma…L Argentina fallì solo 10 anni fa e adesso è uno dei paesi con il tasso di crescita più alto…ma di questo non si parla per paura di contagio…in 2 parole: meglio dire “ok, ragazzi, è inutile prendersi in giro, siam falliti, ripartiamo, basta euro, basta debito, cresciamo, diamo spazio alle piccole medie imprese e rilanciamo settori competitivi (il turismo non lo è?)” piuttosto di un reiterato “no, ma la grecia non fallirà, devon fare sacrifici, la troika vi aiuterà PERO’ INTANTO TAGLIATE I POSTI PUBBLICI E LE PENSIONI ALTRIMENTI NON VI COMPRIAMO I TITOLI DI STATO” perchè questo gioco qui va avanti da sempre e non sarà certo la soluzione…
        p.s. a me sembrava che dicessimo le stesse cose, poi in realtà a voce ci si capirebbe meglio

  2. Ehi Giorgio, mi sei diventato liberista? 🙂
    m.z.

  3. Leopoldo,
    io ero convinta di essere un buona misura d’accordo con te, pur all’interno di uno schema semplificato, fin quando non sono arrivata all’ultimo paragrafo.
    Ma cominciamo dall’inizio. Certo che l’austerità imposta alla Grecia non è la causa della crisi, ma l’ha peggiorata, l’ha prolungata, l’ha accentuata. Le ha dato quell’aspetto drammatico, e simile ai c.d. paesi in via di sviluppo. Certo, la debolezza strutturale dell’economia greca è fondamentale nello spiegare il crollo a seguito della crisi economico-finanziaria del 2008, ma non dobbiamo dimenticare cosa ha generato quella crisi. Non scordiamoci, solo perchè sono passati 4 anni e non è stato fatto nulla di ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, che la crisi ha avuto origine nel mercato, e non nella politica (o nello Stato, se vogliamo usare la contrapposizione usuale). é stato il mercato a creare le condizioni, negli Stati Uniti, di un sovra finanziamento (come viene definito, in economia, il fatto che soggetti ad alto rischio abbiano ottenuto finanziamenti quando non avrebbero dovuto secondo le logiche di “mercato”).
    Se non fosse stato per l’attacco e l chiusura, ripeto, potevo essere d’accordo con te. Ci vuole una crescita sana, non truccata.
    L’economia “libera” che invochi alla fine dell’articolo, però, ha avuto fasi di crisi cicliche.
    Una spiegazione moooolto semplificata, ma a mio avviso efficiente, è il fatto che esse siano dovute a sovrapproduzione. L’apertura di nuovi mercati (la casse media prima, l’Europa del secondo dopo guerra poi, i paesi del socialismo reale, ecc…) dava di volta in volta boccate d’aria fresca, senza comunque risolvere i problemi. Ma non addentriamoci qui in queste discussioni.
    Quello che voglio dire è che bisognerebbe riconoscere al mercato e alla politica i rispettivi fallimenti, ed ammettere che dalla loro integrazione può nascere una crescita proficua e una ridistribuzione del redditto. (Anche perchè, con l’allargarsi della forbice tra le classi ricchi e le classi povere e lo scomparire verso il basso delle classi medie si riducono i consumi, e non si può garantire una crescita decisa). Torniamo a noi. Nei momenti di crisi c’è sempre stato bisogno dello stato, non affinché questo creasse crescita fittizia, ma perché facesse ripartire quello che il mercato da solo non sapeva far ripartire.
    Starei anche attenta – ma qui non so a cosa tu pensassi, quindi probabilmente siamo d’accordo – alla critica incondizionata verso le cosiddette opere pubbliche. Ce ne sono di utili, di necessarie (e non penso a quelle elefantiache), ma ai bisogni infrastrutturali di un paese come l’Italia. Dal rafforzamento del trasporto pubblico, agli asili (nido e non), alle case di cura, ecc… Non mi è difficile pensare che anche in Grecia ci sia molto da lavorare in quei settori dove spesso il privato non investe non perchè manchi la domanda, ma per gli alti costi iniziali, ripagati solo nel lungo termine, o per l’eccessiva facilità del free-riding.

    baci

    • daniela, condivido due cose:
      1 – verissimo, l’austerity ha peggiorato di molto le condizioni greche, e non ha senso, per calmare i mercati, se non come “premessa” in vista di una qualche forma di condivisione del debito a livello europeo (e parallela cessione di sovranità).

      2 – il mio post descriveva alcune condizioni semplificate. So bene che ci sono attività pubbliche “buone”, e che per definizione può dare solo lo stato e non i privati. Un sistema di istruzione adeguato, una giustizia che funziona bene e che tutela gli individui (anche dagli abusi dello stato), la sicurezza sono servizi che solo lo stato può dare. Ho più dubbi per le attività che dici tu. Pensa ai servizi pubblici locali: in Italia lo “stato” li sfrutta come mezzi di distribuzione di lavoro politico (vedi pezzo), sono spesso disastrosi e costossismi per i cittadini, che non pagheranno le tariffe alle aziende private efficienti ma sovvenzionano (a furia di tasse) legioni di dipendenti pubblici privilegiati. Il sistema pubblico funziona male per un semplice motivo: non è esposto ai rischi intrinseci di fallimento cui invece sono esposti gli operatori privati, che devono sopravvivere tra i concorrenti, e quindi chi ci lavora tende a diventare irresponsabile.

      Non sono d’accordo sulle origini delle “crisi” da sovrapproduzione. La sovrapproduzione, in un contesto di concorrenza, significa semplicemente il fallimento di un “produttore”, pubblico o privato che sia, qualsiasi cosa produca. Vuol dire che il “mondo” non vuole, o non ha più bisogno dei suoi servizi e prodotti, e quindi non ha più senso impegnarci risorse. Ora, in un contesto di mercato, quando un’azienda o una banca falliscono, non è la fine del mondo. Si tratta di piccole “crisi” locali, che coinvolgono quell’azienda e magari i suoi creditori. Il mercato si basa proprio su una stima dei rischi connessi ad un’attività e alla possibilità di indebitamento: c’è chi fallisce, ma molti altri avranno preso precauzioni (tipo, non si saranno indebitati troppo) e non verranno “contagiati”.

      Invece le “crisi sistemiche”, come quella del 2008, (o quelle di paesi insolventi come la grecia) sono state tali proprio perché si è azzerato il “motore” del mercato, cioè la corretta valutazione dei rischi da parte degli operatori. Si è creato un’oceano di debito, che nessuno poteva ripagare, e che si è propagato a livello globale. Perché? Perché tutti contavano sulle garanzie pubbliche di salvataggio (in particolare, quelle del governo usa sui subprime) e così hanno continuato a indebitarsi in un processo a catena infinito. Alla base di queste crisi c’è quello che gli economisti chiamano “azzardo morale”: e cioè l’irresponsabilità generata dalle garanzie pubbliche (o nel caso greco, dal truccare i conti). Garanzie che, come puoi bene immaginare, sono ottima merce di scambio elettorale.

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